Tutti gli articoli sulle versioni popolari di Cappuccetto rosso

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Ipotesi agrario-folklorico-culturale di origine delle versioni orali di Cappuccetto rosso - 1


VIII - La generazione agricola per talee, associata nei miti e nei racconti enigmatici all'endocannibalismo e all'incesto

Leggendo e rileggendo le versioni orali di Cappuccetto rosso e soprattutto la versione dell'Haute Bretagna, rileggendo alcuni miti o leggende latine che riguardano il dio Fauno, dio molto presente nei Lupercalia di Roma, colui che scrive ha intuito che dietro le vicende del lupo che divora, della fanciulla che prende il sangue-vino dell'ava e della nonna uccisa ci poteva stare la descrizione enigmatica di una pratica agraria. Ma non della cerealicultura, attività connessa invece ai Lupercalia per la presenza dei luperci Fabiani e Quintiali. La traccia dei racconti orali che ha indicato la strada da percorrere è l'endocannibalismo della fanciulla nei confronti della nonna sotto forma di vino-sangue. Quindi colui che scrive ha cercato e trovato nei trattati antichi che parlavano di viticultura delle espressioni e delle procedure che potevano collimare con i fatti salienti delle versioni orali del racconto. Probabilmente la versione orale di Cappuccetto rosso verte sul sistema di impianto o reimpianto di una vigna o forse meglio di una vita a pergola. La vita della vigna o della vite sembra avere delle analogie con la vita della donna, soprattutto per il fatto che la vite produce buona uva e buon vino solo dopo diversi anni dall'essere stata impiantata, come la donna diventa fertile dopo i dieci anni, ovvero dopo la pubertà. Inoltre la vite, dopo un certo tempo non produce più o produce talmente poca uva per cui non conviene più curarla: allora è il caso di estirparla in modo che il terreno venga usato per altri scopi. E qui il paragone con la donna non regge: come si fa a estirpare la donna fuori dai parti, cioè la donna anziana sterile, o meglio a non curarla più. La risposta l'ha data una leggenda sul dio Fauno e la compagna o moglie Fauna, chiamata anche Bona Dea. La leggenda racconta che Bona Dea, avendo bevuto di nascosto del marito Fauno un boccale di vino, ed essendone rimasta inebriata, era stata da lui bastonata a morte con rami di mirto. Alle donne a Roma era interdetto il consumo del vino fin dai tempi di Romolo o dei primi re, considerato un elemento estraneo alla coppia, nocivo alla salute e soprattutto nemico dell'integrità morale. Contravvenire al divieto era considerato al pari dell'adulterio e molti scrittori latini ricordano casi di mariti che uccisero inpunemente le loro mogli per questo motivo. Ovviamente c'era l'eccezione alla regola ed infatti era concesso consumare un poco di vino alle donne anziane, ovvero quelle escluse dai parti, e inoltre era concesso assumerlo se accompagnava un medicamento. Ma anche in questi casi il paterfamilias doveva dare il suo parere favorevole((Val. Max., VI, 3, 9; Plin., Nat. Hist., XIV, 89; Serv., ad Aen., I, 737; Tertull., Apolog., 6). Quindi quando Fauna o Bona Dea bevono il vino si avvicinano alle persone anziane, quindi Fauno reagisce uccidendola con rami di mirto: una pianta più vicina al regno dei morti, al maggese lungo(seminata da frutti solo dopo 4 anni). In altri termini battere un terreno col mirto significa aspettare che col tempo possa ridiventare fertile, senza fare alcuna operazione.(vedi quest'articolo con una significazione agraria del mirto). Fra l'altro la pianta di mirto non soffre la siccità e quindi non abbisogna abbeverarla. E probabilmente un certo tipo di pianta del mirto, la pianta da seme che spiava il tempo, doveva essere pur essa estirpata, per far posto ad altra pianta spia. Quindi probabilmente esisteva una relazione di affinità tra la vite coltivata e il mirto a sua volta coltivato come pianta spia. La correlazione del mirto con poca o alcuna attività sessuale(correlata a poca o alcuna cura del contadino) si può ricavare pure dal fatto che parecchi nomi di eroine amazzoni nel mito greco sono chiamate con nomi che riconducevano al mirto: Myrtò, Myrine, Myrsine, Mirtilia. Il mirto o meglio il legno di mirto, inoltre, ha una particolarità che sembrava magica: a volte vi crescono spontanee delle gemme della pianta. E nell'antichità le statue delle dee si cercava di costruirle con legno di mirto: la crescita di gemme era vista come una epifania della dea. Se talora questa pianta ha avuto valenza erotica, specie quando era considerata la pianta di Afrodite o quando era di buon augurio agli sposi novelli(Plinio la chiama myrtus coniugalis) probabilmente ciò è dovuto al fatto che era collegata in maniera particolare alla vita dell'agricoltore. Come pianta spia in certo qual modo indicava la fine del tempo di maggese o abbandono del campo, inoltre se ne raccoglievano i frutti proprio quando i cereali e anche le leguminose(non tutte) a novembre dovevano essere seminati.
Dall'Enciclpedia Treccani sulla dea laziale Bona Dea di cui la dea di origine greca Damia prese il nome nel III secolo a.C.: "La festa di Bona Dea ricorreva una volta all'anno, a una data non fissa, ma sempre al principio di dicembre; si celebrava di notte, nella casa di un magistrato cum imperio; ivi convenivano le matrone romane, incaricate di compiere il rito per conto dello stato, pro populo (Cicer., De har. resp., 37; De leg., II, 21, ecc.), insieme con le Vestali e le matres familias dello stato: gli uomini erano rigorosamente esclusi (Cic., De har. resp., 8, 37 segg.; De domo, 105; Tibull., I, 6, v. 22; Plut., Quaest. rom., 20; ecc.). Al rito presiedeva la moglie del magistrato nella cui casa si allestiva la festa; ella assumeva in tale occasione, come sacerdotessa della dea, il nome di damiatrix (Paul., Festi ep., p. 68: dea quoque ipsa Damia et sacerdos eius damiatrix appellabatur). Il rituale e le formule del culto si mantenevano segreti: s'intende così come gli scrittori romani designino di solito tale festa col nome di mysteria (Cicer., ad Att., V, 21, 14; VI, 1, 26; XV, 25, ecc.). Come vittima, veniva offerta alla dea una scrofa; la sala della festa si ornava di tralci di vite, mentre non doveva comparirvi il mirto; nel rito, accompagnato da musica e da danze, aveva larga parte anche il vino, il quale però veniva sempre ricordato con falso nome (Macrob., Sat., I, 12, 25: vinum in templum eius non suo nomine soleat inferi, sed vas in quo inditum est mellarium nominetur et vinum lac nuncupetur)".
Il vino era bevuto, ma sotto falso nome, in quanto era chiamato lac, cioè latte, ed il recipiente in cui era contenuto veniva chiamato vaso da miele; da sottolineare che un ramo di vite si protendeva sul simulacro della dea, e secondo alcuni studiosi proprio sopra la testa della statua della dea c'era una vite coltivata a pergola(Momolina Marconi, Riflessi mediterranei della più antica religione laziale, 1937). Quindi la cerimonia era una sorta di mondo alla rovescia, rispetto alle consuetudini che volevano che le donne non assumessero vino. Probabilmente, quel battere la sposa col mirto deve essere inteso, più che assenza di attività sessuale, come sostituzione di attività sessuale animale con attività rigenerativa di tipo magico-vegetale. E probabilmente al centro della rigenerazione vegetale non c'era il mirto(assente nella cerimonia, come del resto tutti i maschi, uomini e animali compresi), ma una pianta adusa pure all'estirpazione, ovvero la vite. Ma si poteva rappresentare questa particolare rigenerazione, e se si, come? C'era un'altra versione del mito a rappresentare questo assassinio-rigenerazione. Secondo l'altra versione, invece, le varie esclusioni e connessioni rituali sarebbero da ricondurre ad un diverso scenario mitico: Fauno, volendo unirsi alla propria figlia, cercò di piegarne, invano, la resistenza, prima battendola con rami di mirto, poi cercando di farle bere del vino, riuscì infine nel suo intento trasformandosi in serpente(Tertulliano, Ad nationes, II, 9; Arnobio, Adversus gentes, I, 36 e V, 18; Lattanzio, Institutiones, I, 22, 11; Macrobio, Saturnalia, I, 12, 27).
Ma prima di procedere oltre c'è da ricordare che Bona Dea aveva un'altra festa il primo di maggio e in questa festa che si celebrava nel suo tempio sull'Aventino, oppure nel bosco sacro, probabilmente partecipavano dei serpenti che vi dimoravano permanentemente(Macrobio, Saturnalia I.12.24-25, secondo Macrobio i serpenti non spaventavano e non erano spaventati). Secondo Plutarco nel tempio di Bona Dea abitava un drakon hieròs, il quale stava presso la dea(Plutarco, Vite parallele, Cesare, 9). E nell'iconografia di Bona Dea compare sempre un serpente( da O.Marucchi, Di una rara statuetta rappresentante la Bona Dea, in "BCAR"(Bollettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma: L'Erma di Bretschneider)7, 1879, pp.227-36; da F.Cumont, La Bona Dea et ses serpents, in "MEFRA, o Les Mélanges de l'Ecole francaise de Rome-Antiquité" 49, 1932, pp.1 ss.; cf. CIL VI,55; G.Piccaluga, Bona Dea, in "SMSR"(Studi e materiali di storia delle religioni. L'Aquila : Japadre) 35, 1964, pp.221-2; M.C.Parra, S.Settis, in LIMC(Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae), III.1, s.v.Bona Dea, pp.120-3). Nel bosco di Bona Dea, durante i riti sacri, era presente un'anfora di vino (Lact., Inst. I.22.11; Arnob.V.18; Macrob.I.12.25) e, come ha giustamente rilevato G.Piccaluga(ib. p.221, n.112), è noto che gli antichi ritenevano i serpenti ghiotti per il vino (cf. per es. Plin., N.h. X.198).). In queste statue la dea a volte porta una patera con una mano e sembra voglia nutrire un serpente avvolto allo stesso o all'altro braccio: quindi probabilmente la dea offre qualcosa di solido o di poco liquido(zuppa) al serpente usando la patera, altrimenti sarebbe stato usato altro contenitore e non un piattino.
Nella seconda versione del mito di Fauno e Bona Dea si trova, secondo colui che scrive, la rappresentazione misterica della rigenerazione di tipo vegetale. Non sono atti umani, o se lo sono, riguardano i primordi senza civiltà, senza la presenza di un gruppo sociale. Incesto e endocannibalismo sono serviti in vari contesti mitico-culturali a rappresentare la generazione vegetale, ma non tutta la generazione vegetale, ma senz'altro la generazione per talee. Dice il Volhard: "l'idea determinante dei popoli cannibalici è l'identificazione con la pianta...la pianta divenne per lui(l'uomo), per così dire, la chiave di spiegazione del suo mondo, e ciò che essa gli rivelò soprattutto e in primo luogo fu la continuità della vita attraverso la fruttificazione."(E. Volhard, Il cannibalismo, 1991, pag.561). Probabilmente, l'uomo da moltissimo tempo aveva ben compreso la differenza tra generazione vegetale per seme e quella per talee: la prima da piante simili, ma con qualche differenza, mentre la seconda da piante identiche. Quando il contadino comprese che quella tal pianta dava risultati soddisfacenti smise gli esperimenti per seme e continuò la pratica agricola con la generazione per talee. Ma tale generazione in campo umano era impossibile e la forma di generazione umana che si avvicinava di più alla generazione per talee era l'incesto tra la madre e suo figlio: questa unione dovrebbe dare in teoria figli molto somiglianti ai genitori. Innumerevoli sono le dee che hanno per paredro il figlio, in primis le dee delle civiltà mesopotamiche, civiltà presso cui secondo alcuni studiosi fu avviata la pratica della viticultura. Proprio Fauna, secondo qualche tradizione(vedi romanoimpero.com) era una dea della natura con capacità partenogenetiche, essa generò Fauno che poi divenne il suo paredro. La scelta del serpente come animale che si rinnova perché cambia pelle è ben motivata. Il serpente cambia pelle come gli alberi cambiano ogni anno il fogliame. Ma colui che scrive nella figura del serpente che ingoia la figlia vede una scena misterica enigmatica, come del resto sembra enigmatico chiamare il vino col nome del latte. Ed in effetti il latte di capra messo sulla fronte dei due luperci, impegnati nei Lupercali, indicava una nuova rinascita. Come già ricordato in altre pagine Fauno presiedeva ai Lupercali ed era associato al lupo, anche come loro dio. Bisognerebbe conoscere quale tipo di offerte ricevevano i serpenti custoditi nel tempio di Bona Dea sull'Aventino ai primi di maggio per la festa, magari prima che fosse sostituita dalla dea di origine greca Damia. Se fossero state legumi, il serpente, poteva avere preso magicamente le qualità di ciò che gli era stato offerto. In questo caso il divoramento della figlia da parte del serpente padre ci ricondurebbe nel campo sessuale, ma non come un fatto procreativo, ma come qualcosa che porta alla fertilità. Se quei legumi fossero state fave o anche lupini, a maggiore ragione il divoramento poteva essere sentito come una morte, o una possibile morte, ove gli antichi avessero associato i sintomi della malattia del favismo alla pianta definita dai greci demonica, oppure conoscessero il male che arrecava il lupino alle pecore e alle capre, quando a loro volta si dimostravano lupi famelici mangiandone in gran quantità. Ma il divoramento, nel rito misterico, nel mondo alla rovescia, non causava la morte, ma la fertilità della fanciulla, ovvero della talea della vite, piantata in un campo reso fertile dalla coltivazione delle leguminose, a volte mortali. Era il campo coltivato a fave o lupini che inghiottiva, divorava la talea. Il mirto o la sua azione di pianta spia della fertilità del terreno era un'arma spuntata, e il mito in cui alla fine avviene l'incesto lo dimostrava in maniera misterica. Oppure, più probabilmente, l'indicazione del mirto come rimedio sta nella natura di questo arbusto: gli antichi sapevano che il mirto era meglio coltivarlo per talea(associabile a endocannibalismo e incesto), piuttosto che per seme(associazione all'atto sessuale animale in cui la donna è la terra mentre l'uomo da il seme). Quindi i maschi erano assenti nel rito. Ma vi ritornavano come serpenti, demoni terricoli. Quindi la donna-vite deve essere coltivata, fatta rinascere come il mirto, ovvero in senso misterico, deve morire della stessa morte. La Bona Dea traeva dunque beneficio, grazie alle conoscenze dei semplici, delle caratteristiche magico-curative delle piante(famose erano le supposte proprietà afrodisiache delle fave), sia in relazione all'uomo in generale, sia in relazione al terreno connesso con la donna, ma anche in correlazione della supposta partenogenesi della pianta con la capacità pertenogenetica della dea stessa. A corroborare la relazione dei serpenti con le leguminose c'è un rituale che si faceva a Lanuvio, dove, nella grotta sottostante il tempio di Iuno Sospita, in cui secondo alcune testimonianze stavano i serpenti consacrati alla dea, sono stati trovati dei resti animali di ovini e caprini e dei resti di fave e ceci cotte. Studiosi hanno ipotizzato che ovini e caprini fossero offerte alla dea, e i legumi ai serpenti(vedi nostro articolo che ravvisa questo uso in un cunto del Pentamerone). La notizia è data da Properzio (4, 8, 3-14): "annualmente delle fanciulle vergini erano incaricate di recare al serpente un'offerta di cibo. Le fanciulle dovevano compiere il tragitto in discesa verso la grotta in solitudine, recando le offerte alimentari su dei canestri. Una volta consegnata l'offerta le fanciulle potevano tornare dai parenti che le attendevano e il loro ritorno era accolto con giubilo dai contadini, poiché era di buon auspicio per la fecondità dei campi nel prossimo anno agricolo".
Continua...

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Statua della dea Hygieia, detta anche Bona Dea, che nutre un serpente


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4 - La versione della Touraine. In questo racconto al lupo subentra il diavolo e la fanciulla si salva

5 - La versione del Forez in cui la fanciulla cede il paniere al lupo e poi viene divorata

6 - La versione raccolta a Valencay nell'Indre in cui la fanciulla dice alla finta nonna che ha delle grandi mani e quella le risponde che servono per frustarla

7 - La versione provenzale, molto simile a quelle del Forez, ma più eleborata

8 - La generazione agricola per talee, associata nei miti e nei racconti enigmatici all'endocannibalismo e all'incesto

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