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cronaca

Maria Rita Gismondo: "Il lockdown è l’unica soluzione per svuotare gli ospedali ma svuota anche la vita della gente"
 La microbiologa dell'ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo

“Se noi dobbiamo porci come obiettivo quello di svuotare le terapie intensive e di allentare la pressione sugli ospedali, i lockdown sono l’unica soluzione. Ma dobbiamo guardare alla vita in toto e la vita non è fatta solo di ospedali che si svuotano di malati in terapia intensiva: è fatta anche della nostra socialità e di un’economia che è devastata”.

Invita a considerare entrambi gli aspetti la microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo. Mentre l’Italia a colori si divide fra chi non accetta di tornare zona rossa e chi all’opposto sostiene la necessità di nuove chiusure totali, la scienziata spiega all’Adnkronos Salute di non avere “la soluzione”, ma di ritenere che la virologia non possa da sola dettare la linea sui provvedimenti anti-Covid.

“Da virologa - precisa la direttrice Laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze del Sacco - dico che tra vaccino e misure di prevenzione ovviamente conterremmo il virus il più possibile, ma da donna che vive in una società non posso non tener conto anche di tutti gli altri fenomeni collaterali a Covid”. Dunque “l’invito è che non si prendano in considerazione soltanto dati, peraltro alcuni discutibili, relativi a percentuali di positività o Rt, ma anche tutti gli altri fattori sociali ed economici, e che poi chi ne ha la responsabilità adotti delle misure. La decisione - ammonisce però Gismondo - non può essere solo virologica”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 13:42:23 +0000

cronaca

Covid e vaccino, la Norvegia registra 23 morti tra persone anziane e fragili
SANTA COLOMA DE FARNERS, SPAIN - JANUARY 15: Detail of Pfizer's Covid-19 Vaccine on 15, 2021 in Santa Coloma de Farners, Spain. Spain registers a new record of daily infections with 40,197 infected by coronavirus. (Photo by Manuel Medir/Getty Images).

L’agenzia del farmaco della Norvegia ha registrato 23 morti, tra persone anziane e fragili, “associate alla vaccinazione anti-Covid” di Pfizer-BioNtech. Lo si legge in una nota dell’agenzia, ripresa dal Guardian, secondo cui “reazioni comuni ai vaccini con mRNA, come febbre e nausea, potrebbero aver contribuito ad un esito fatale in alcuni pazienti fragili e anziani”. La nota sottolinea inoltre che i trial sul vaccino non includevano “pazienti con malattie acute o instabili” e pochi over 85.

“I rapporti suggeriscono che le comuni reazioni avverse ai vaccini con Rna messaggero, come febbre e nausea, potrebbero aver contribuito a un esito fatale in alcuni pazienti fragili”, ha detto Sigurd Hortemo, medico capo dell’Agenzia, il quale ha ricordato che le sperimentazioni svolte da Pfizer e BioNTech non hanno incluso “pazienti con malattie instabili o acute” e hanno coinvolto “pochi partecipanti di età superiore agli 85 anni”

“In Norvegia al momento stiamo vaccinando gli anziani e le persone nelle case di riposo con malattie gravi pregresse, pertanto è prevedibile che avvengano decessi vicini alla data della vaccinazione”, prosegue la nota, “in Norvegia in media 400 persone muoiono ogni settimana nelle case di riposo”.


“Tutte le morti che avvengono nei primi giorni dalla vaccinazione sono valutate con attenzione”, prosegue il comunicato, “non possiamo escludere che le reazioni avverse che avvengono nei primi giorni successivi alla vaccinazione, come febbre o nausea, potrebbero aver contribuito a un decorso più serio e a un esito fatale in pazienti con gravi malattie pregresse”.


“Per i soggetti nelle condizioni più fragili, anche effetti collaterali vaccinali relativamente leggeri possono avere serie conseguenze”, ha riferito l’Istituto Norvegese di Salute Pubblica, “per coloro che hanno comunque un’aspettativa di vita restante molto bassa, il beneficio del vaccino potrebbe essere marginale o irrilevante”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 13:30:28 +0000

cronaca

Pfizer promette di ridurre il ritardo nelle consegne dei vaccini. Si teme per i richiami

Pfizer e BioNTech hanno annunciato di avere messo a punto un “piano” per aumentare le capacità di produzione in Europa e quindi ridurre a sette giorni il ritardo nelle forniture dei vaccini contro il Covid. Ritardo che, secondo quanto era stato reso noto ieri, avrebbe potuto arrivare a 3-4 settimane. “Riprenderemo il calendario iniziale di forniture all’Unione europea a partire dalla settimana del 25 gennaio, con un aumento delle consegne dalla settimana del 15 febbraio”, hanno reso noto le due società in un comunicato. Ieri, il commissario italiano all’emergenza Domenico Arcuri aveva annunciato che se l’azienda non avesse risolto il problema l’Italia sarebbe stata pronta ad azioni legali.

Ma è possibile velocizzare la produzione? Per Guido Rasi, docente di
microbiologia, dell’Università di Tor Vergata e già direttore generale dell’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema), sì. “Non ci sono difficoltà per rafforzare la produzione dei vaccini in altri stabilimenti se necessario, è sufficiente ispezionare il sito produttivo e se esistono le condizioni, in un paio di settimane la catena produttiva potrebbe partire rafforzata per fare fronte alla richiesta mondiale”. “Ma l’obiettivo della qualità - aggiunge - è importante quanto la quantità”.

I primi ritardi, intanto, si vedranno già nella prossima settimana. Presumibilmente, scrive l’Agi, saranno consegnate 100mila dosi di vaccino in meno. E scatta l’allarme per i richiami, che vanno somministrati 21 giorni dopo la prima dose. Nell’immediato la situazione sarà gestibile, perché nei primi giorni della campagna vaccinale - partita in tutta Ue il 27 dicembre - sono state vaccinate poche persone. Per loro le dosi dovrebbero essere facilmente reperibili. A partire dalla settimana del 28 gennaio, però, saranno oltre mezzo milione gli italiani da “ri-vaccinare”, ossia a cui somministrare la seconda dose, e si porrà il problema di come fare.

 L’Ungheria, intanto, sceglie di seguire una strada diversa dall’Ue. Il governo di Orban ha stretto un accordo con Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi del vaccino prodotto in Cina, non ancora approvato dall’Agenzia del Farmaco Europea. Il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, ha attaccato l’Unione Europea in conferenza stampa per le “procedure scandalosamente lente di acquisto del vaccino”. “Alla luce delle promesse di Bruxelles all’inizio dello scorso anno e all’inizio del 2021, era previsto che l’Ue iniziasse le vaccinazioni con grande velocità e che le restrizioni in alcuni Paesi avrebbero potuto essere ritirate”, ha aggiunto Szijjarto, “non è accaduto per colpa della Commissione Europea”.
Szijjarto ha sottolineato che i vaccini sviluppati utilizzando fondi europei “sono i più lenti a raggiungere solo la Ue, laddove i cittadini di Regno Unito, Usa e Israele stanno venendo vaccinati alla velocità della luce”. “Ciò ha creato una situazione scandalosa, soprattutto alla luce dei continui attacchi della Commissione Europe a Paesi, noi inclusi, che cercano di ottenere vaccini da altre fonti”, ha aggiunto il ministro.

 

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 13:32:38 +0000

politica

L'arte di spiegare e incasellare la politica in "Addio Milano Bella", di Lodovico Festa. Un estratto

Dalle disponibilità del Pds milanese sono scomparsi parecchi quattrini. Qualcuno, non si sa come, non si sa perché, li ha presi e ha organizzato viaggi a Cuba o in Vietnam, dove il comunismo resiste, destinati a iscritti delle sezioni. Un bel mistero. Siamo nel febbraio del 1993, la grande inchiesta Mani pulite è cominciata da un anno, e Mario Cavenaghi s’è rifugiato a Lugano, lontano dall’Italia e dal suo passato. Ma i vecchi compagni lo convincono a tornare in città: serve la sua sapienza per venire a capo dell’intrico.

Da pochi giorni è in libreria il terzo capitolo della trilogia di Lodovico Festa, cominciata con “La provvidenza rossa”, proseguita con “La confusione morale” e ora compiuta con “Addio Milano bella. L’ultima indagine dell’ingegner Cavenaghi” (Sellerio i primi due, Guerini e Associati questo). Tre libri per tre gialli, ma soprattutto per raccontare Milano e il Pci attraverso tre decenni, i Settanta, gli Ottanta e i Novanta, come cambiò la citta ma soprattutto come cambiò il partito, e lì dentro Festa ci riversa tutta la sua vita, la sua formidabile capacità di leggere la politica (oltre a una invidiabile raffinatezza letteraria), di mettere in relazione fatti e ambiti all’apparenza lontani o addirittura inconciliabili, per trarne un’inaspettata sintesi, illuminata di una luce prodigiosa.

Conosco Lodovico (Vichi) Festa da qualche decennio, è stato condirettore di Giuliano Ferrara al Foglio, dove ho trascorso gli anni più fecondi e divertenti della mia vita. Vichi ci ha provato con tutte le sue energie a insegnarmi la politica, a insegnarmi a capirla, ma quando leggo i suoi libri, capisco che ogni sforzo è stato vano perché regolarmente prende una strada laterale che non avevo nemmeno visto, trova una scorciatoia ignota, oppure allunga il cammino per sbucare in uno slargo in cui la vista finalmente e d’improvviso coglie tutto. Non voglio dilungarmi. Preferisco offrire ai lettori di HuffPost un brano di “Addio Milano bella” che credo sappia spiegare meglio di ogni mia sequela d’aggettivi quello che voglio dire. L’ingegner Cavenaghi ha ottenuto un incontro con Ferdinando Nicolais, dei servizi segreti. La conversazione fra i due è un formidabile esempio di quanto la politica sia una scena quotidiana determinata da presupposti ampi e complessi, e incasellarli è arte non diffusa.

Verso le 16 e 30 prese la linea 2 del metrò, scese a Moscova e risalì fino all’incrocio con corso di Porta Nuova. Si incontrarono in quella che era stata la libreria delle loro semitrame di qualche anno prima. L’ufficiale dei carabinieri Ferdinando Nicolais nel frattempo era diventato generale e aveva assunto incarichi di direzione nel Sismi. Era sempre alto e distinto, appena più stempiato che nel 1984, ma sempre con lunghe ciglia nere. L’ufficiale si dimostrò assai lieto di rivedere quel dirigente comunista con cui l’allora capo della Procura di Milano, Tullia degli Episcopi, aveva chiesto che collaborasse.

 “Nelle nostre ultime discussioni avevamo previsto possibili situazioni difficili per l’Italia, però non immaginavamo la portata degli avvenimenti accaduti tra il ’92 e i primi mesi di quest’anno”. Così Nicolais, dopo brevissimi convenevoli (“Come sta?”, “La vedo bene”, “Ho saputo che è diventato generale, congratulazioni”, “Si sta bene a Lugano?” quest’ultima osservazione inevitabile da parte di un ufficiale del Sismi che doveva dimostrare di sapere tutto su tutti). 

“Consideri che la situazione è così drammatica che non ho potuto dire di no ai miei vecchi compagni che mi hanno chiesto di dare una mano” rispose Cavenaghi. 

“La vedo con piacere, ma naturalmente anche per il mio ruolo attuale non credo di poterle essere d’aiuto come nel recente passato”. Il generale mise subito qualche paletto alla conversazione, e lo fece più per stima verso il suo interlocutore che per una questione di dovere. Era come dirgli, per favore non informarmi su niente di delicato, altrimenti sarò costretto a riferire. 

“No, per carità, non ho nessuna informazione riservata da chiederle né tanto meno le chiedo di fare qualcosa per il povero partito per cui sto lavorando. Volevo solo qualche sua valutazione, assolutamente di massima, sul momento che stiamo vivendo. Qualche anno fa ero stato colpito dalla sua saggezza e spero di poter contare ancora su questa”. 

“Beh, se stiamo sulle generali, allora, visto anche il mio grado, non posso rifiutarle un mio parere”. Una battuta, forse un po’ da carabiniere, servì a sdrammatizzare l’incontro che comunque non poteva ignorare la tensione dei fatti di quei giorni. 

“Mi piacerebbe” l’ingegnere approfittò della piccola apertura per rendere più interessante il dialogo “avere una sua valutazione su come evolverà la situazione”. 

“Si è creata una drammatica scissione tra la nostra società e i suoi rappresentanti politici. La magistratura ha fatto il suo dovere e ha svolto anche un ruolo di supplenza a certi compiti dello Stato. Spero e credo che resisterà alla tentazione di estendere questa funzione straordinaria. Ciò che preoccupa molti servitori della patria, come ci consideriamo noi carabinieri, è che si laceri in modo grave il contratto tra cittadini e Stato, perché questo darebbe spazio a chiunque voglia influenzare dall’esterno la vita della nostra economia e società. Già ora, mi perdoni se non faccio esempi concreti, abbiamo registrato interventi di ambienti stranieri su questo o quel partito, su questo o quel giornale, e persino su questa o quella inchiesta giudiziaria. Insomma non si può sottovalutare come si sia consumata una frattura profonda nella vita politica italiana, rivelando un sistema consolidato di finanziamenti illegali alla politica. E affrontando bruscamente una degenerazione più ampia della vita pubblica, che aveva avuto un’accelerazione verso la fine degli anni Ottanta”. 

“Si poteva far meglio il tipo di operazione impostata dai pm milanesi?”. 

“Non sta a me dirlo: alla fine è diventata inevitabile. C’è però adesso il problema di ricostruire una continuità nella nostra storia perché sostenere che la Resistenza e la costituzione sono stati momenti gloriosi, ma che il resto della vita della Repubblica – i quarant’anni di una stagione che ha trasformato il nostro Paese nella quinta economia del mondo – sia stato essenzialmente vissuto in un pantano, non solo è in sé insensato, ma ci consegna naturalmente ai sistemi di ingerenza straniera non più resistibili di cui parlavo”. 

“Proprio nei colloqui di questi giorni un giovane del mio partito, studioso di storia, mi ricordava quanto le polemiche contro il parlamentarismo liberale, contro ‘l‘Italietta’ avessero aperto la porta al fascismo”.

 “Sì, e va inoltre osservato come la ricostruzione dopo il ’45 sia stata possibile anche perché tra le biblioteche del Vaticano, la Fuci e l’Azione cattolica, l’emigrazione antifascista a Parigi, New York e Mosca, i settori come la nostra Arma che guardavano al re invece che al duce, c’era un pezzo di classe dirigente che si preparava a svolgere la sua funzione di governo. Ora invece, fuori dalla vita della Repubblica, c’era solo qualche ‘apòta’ di prezzoliniana memoria, diversi bruti secondo loro eticamente giustificati, qualche estremista delirante, e qualche erede del fascismo, nonché residui del Sessantotto non integrati negli anni Ottanta. Niente che possa offrire una solida base per ricostruire l’Italia”. 

“Lei mi stupisce sempre per la profondità delle sue analisi. Ricorda più un classico dirigente del Pci che un ufficiale della pur gloriosa Arma”.

“E lei invece si fa troppo influenzare dalle barzellette su di noi”. 

“Torniamo al discorso serio. Il problema secondo lei è che, se ci si mette a processare la storia invece dei reati, si finirà per disgregare la nazione”.

“Noi, che siamo espressione diretta dell’Unità d’Italia e che abbiamo difeso la continuità statuale anche durante il fascismo e il suo crollo, abbiamo sempre avuto un punto di riferimento in Torino, prima con la dinastia dei Savoia poi con quel suo surrogato che è stata la dinastia dei Capretti. La Repubblica, poi, ha potuto funzionare anche per l’impegno in prima fila della Chiesa. Ora ho la sensazione che sotto la Mole qualcosa si sia rotto nella capacità di stabilizzare le istituzioni, mentre nel mondo cattolico si senta il bisogno di recuperare quell’energia spirituale che la necessità – per colpa di voi comunisti – di immergersi direttamente nella politica, ha in parte attenuato. E inoltre un Papa straniero esercita al momento meno influenza sulle nostre cose nazionali, il che nel medio periodo può essere positivo, ma oggi può contribuire ad aggiungere sbando allo sbando. Insomma, la storia in sé non ci aiuta e, se verrà pure messa sotto processo, come qualcuno vorrebbe, la frittata sarà definitiva. Il nostro difficile compito di garantire una continuità dello Stato diventerà quasi impossibile”. 

“Non so perché, ma interpreto queste ultime parole come una critica all’attacco ad Andreotti”. “Sono sue considerazioni non mie” sorrise Nicolais. 

“Come sempre lei mi è stato prezioso per capire. Posso farle una domanda più pratica?”. 

“Quella che attendevo dall’inizio?”.

 “Secondo lei noi democratici di sinistra, come ci chiamiamo adesso, dobbiamo temere qualche operazione di destabilizzazione? Se non è lei a organizzarla, mi può rispondere?”. 

“Lei pensa che qualcuno dall’esterno possa riuscire a destabilizzare il Pds più di quanto facciano i suoi dirigenti dall’interno?”. 

La battuta era buona. Aveva sperato di evitare questa sferzata, ma forse era il modo che onestamente usava l’ufficiale per spiegargli di non avere niente da temere dai servizi.

Lodovico Festa. Addio Milano bella
Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 12:53:06 +0000

POLITICA

L'Udc si sfila, i responsabili traballano
Lorenzo Cesa - Giuseppe Conte

Numeri sempre più incerti. La pattuglia dei presunti responsabili traballa e il pallottoliere del Senato non riesce a segnare la maggioranza  assoluta. La prima doccia fredda arriva dall’Udc su cui venivano riposte un po’ di speranze: “Non ci prestiamo a giochi di Palazzo e stiamo nel centrodestra. I nostri valori non sono in vendita”. La seconda doccia fredda arriva da Italia Viva, che non si spacca e a quanto pare resiste, almeno in questa fase, alle lusinghe che arrivano da tutte le parti, da Conte e dal Pd. Riccardo Nencini, anche lui tra coloro che sembravano già passati sul fonte del premier adesso frena. “Serve un governo autorevole con questa coalizione per poter ripartire”. E citando “le aperture di Pd e Iv”, suggerisce che recuperare i renziani sarebbe ancora possibile, spiega il presidente del Psi allontanando ogni ipotesi di frattura con Renzi. Terza doccia fredda: il gruppo Maie-Italia23 non riesce ad ampliare la compagine a parte qualche transfuga M5s.

Il premier Conte è di nuovo sulle sabbie mobili. Non vuole riaprire un tavolo con Renzi, è deluso e troppo amareggiato. Ma da alcuni lati del Pd, e ora anche da qualche pentastellato, iniziano ad arrivare spinte perché riapra il dialogo con Conte. La condizione che però pone il leader di Italia Viva è sempre quella, eventualmente, di un Conte ter e ciò significa che l’attuale premier dovrebbe dimettersi. E come è prevedibile il presidente del Consiglio non si fida. “Se non si dimette rimane tutto bloccato”, è la voce che inizia a circolare anche tra i pentastellati alla luce degli ultimi calcoli e dei ‘no’ che stanno arrivando compresi quelli da Italia Viva.

Renzi fa un ennesimo azzardo in un’intervista al Messaggero: “Secondo me senza di noi non hanno i numeri, sono lontani da quota 161 al Senato. Hanno raccontato un loro auspicio come fosse la realtà”. È possibile una ripresa dell’interlocuzione con il premier? “Deve chiederlo al premier. Noi siamo disponibili come sempre”. Conte non lo è, ma lo scouting sta andando male e soprattutto i suoi sostenitori iniziano ad avere dubbi e i messaggi che arrivano a Palazzo Chigi sono di forte preoccupazione. Questa al momento è la fotografia di una vicenda politica in rapida evoluzione. 

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 12:36:44 +0000

politica

Sul Governo nessun pregiudizio, ma chiedo impegni concreti

Sono stato espulso dal Movimento 5 stelle e dalla maggioranza che allora sosteneva il Governo, perché mi sono rifiutato di dare la fiducia a quello stesso Governo che approvava la vergogna dei decreti sicurezza 1 e 2; sono, quindi, interessato al merito delle questioni, non certo alle cosiddette “poltrone”.

Partendo da questo presupposto, dunque, è chiaro che non pongo pregiudiziali rifiuti nei confronti di nessuno. Se Conte, o un altro nuovo Governo, sarà in grado di presentarsi al Parlamento con una efficace piattaforma programmatica che affronti concretamente i reali problemi del paese, io sarò tra quelli che gli darà fiducia.

In sintesi ecco ciò che ritengo essere le priorità in questo momento:

1) Lotta al virus.

Si registra ancora un numero troppo alto di contagi, al momento sono inefficaci le misure di contenimento e ciò lascia il virus libero di replicarsi velocemente, amplificando i rischi che potrebbero inficiare l’efficacia del vaccino. Per questo motivo è necessario adottare le seguenti misure sanitarie:

a) misure restrittive, per abbassare la curva del contagio e ricondurre l’epidemia entro limiti di gestibilità; 


b) test point in cui senza formalità né prenotazione sia possibile, a basso costo, effettuare con opportuna frequenza e a chiunque, un accertamento sul proprio stato di salute, anche al fine di consentire le “riaperture” in relativa sicurezza;

 
c) tracciamento dei contatti dei casi positivi in modo da isolare i focolai e trattarli;


d) la precisa scansione temporale della campagna vaccinale dovrebbe essere resa di pubblico dominio;


e) ricondurre l’epidemia ai livelli gestibili, disponendo accurati controlli (quarantene e test rapidi) per chiunque entri nel territorio italiano.

2) Profili economici, affinché nessuno rimanga indietro.

La lotta al virus è il presupposto per qualunque ripartenza economica. Il Recovery fund, e tutti gli strumenti europei messi in campo, presuppongono la necessità di avere idee chiare sul futuro del paese da qui ai prossimi 20 anni. Si tratta di un’occasione irripetibile che impone, per un verso, di non lasciare indietro le vittime anche economiche dell’emergenza sanitaria, e, per altro di privilegiare investimenti di tipo produttivo, ovvero che aiutino a rimettere in marcia il volano economico.

Si tratta di scelte che richiedono coraggio perché potrebbero non dare un ritorno immediato anche in termini di consenso elettorale, ma che si riveleranno molto più proficue per una crescita sostenibile e duratura dell’economia italiana (si pensi agli investimenti nella green economy; sulla formazione dei giovani; sulla ricerca scientifica, sulla valorizzazione e sul recupero dell’immenso patrimonio culturale italiano, ecc.).

È quindi indispensabile uscire dalla logica dei Bonus e dell’assistenzialismo che non abbiano moltiplicatore, che pur consentendo di guadare i ruscelli non sono adeguati al lungo cabotaggio che dobbiamo intraprendere. 

Si tratta di questioni concrete che distinguono coloro che hanno intenzione di costruire un edificio solido e duraturo eseguendo un progetto politico alla luce del sole, da coloro che invece avessero ambizioni di breve respiro.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 12:27:29 +0000

ESTERI

Il nuovo leader della Cdu, Armin Laschet, sarà cancelliere? Non è scontato

Il nuovo Presidente della CDU è Armin Laschet. Alla fine di una campagna elettorale interna al partito durata undici mesi il candidato più vicino ad Angela Merkel e che più di ogni altro rappresentava la continuità rispetto al recente passato l’ha spuntata su Friedrich Merz e Norbert Röttgen. Nel corso del congresso digitale Laschet ha ottenuto 521 voti contro i 466 di Friedrich Merz. Eppure al primo turno era quest’ultimo a condurre la sfida con 385 voti contro i 380 di Laschet e i 224 di Röttgen.

Con questo risultato Angela Merkel ha vinto per la seconda volta la successione dopo che nel 2018 era riuscita a far vincere Annegret Kramp-Karrenbauer sempre contro lo storico rivale antimerkeliano Friedrich Merz.

Chi è e cosa farà Laschet

Nato nel 1961, orgogliosamente di Aquisgrana e Presidente del più popoloso Land tedesco, il Nord Reno-Westfalia, Armin Laschet è noto per la sua capacità di unire le diverse correnti del partito nei momenti di maggiore tensione. Integrare e non polarizzare sarà il suo metodo. Cercherà di dialogare anche con la parte più conservatrice rappresentata dallo sconfitto Merz. Laschet può vantare una storica presenza nel partito che l’ha aiutato molto in questa strana campagna elettorale svoltasi senza veri e propri incontri con la base.

Convinto europeista e convinto sostenitore della politica di accoglienza nei confronti degli immigrati, Laschet rafforzerà di più i legami dei cristiano democratici e della Germania con le istituzioni europee e con i tradizionali partner, in primis la Francia.

Sebbene non abbia indici di popolarità soddisfacenti e si presenti come una figura politica priva di particolari qualità mediatiche, Laschet può vantare nel proprio curriculum solo vittorie sia all’esterno sia all’interno del partito (esclusa una sconfitta contro Röttgen nel 2010 per la guida della CDU nel Nord Reno-Westfalia).

La vittoria di Laschet permette alla CDU di tenere aperti diversi canali di comunicazione in vista di possibili alleanze future: governa il Nord Reno-Westfalia con i liberali ma è anche espressione di un conservatorismo liberal e moderato tale poter dialogare senza paletti ideologici con i Verdi; infine, è sufficientemente pragmatico per trovare una sintesi anche con i socialdemocratici.

Se Laschet è l’uomo giusto per il futuro della CDU lo sapremo il 26 settembre prossimo con le elezioni politiche, ma prima ci saranno dei test elettorali intermedi di grande importanza. A marzo si vota in Baden-Würrtemberg e Rheinland-Pfalz e a giugno in Sachsen-Anhalt.

Sarà cancelliere?

Di norma il Presidente della CDU è anche il candidato dell’Unione (CDU/CSU). Nel caso di Laschet non è così scontato. I motivi sono almeno tre.

Prima di tutto Laschet è ancora Presidente del Nord Reno-Westfalia. Governa con discreto successo e non ci sono vere ragioni perché debba lasciare una posizione così importante. Il secondo motivo è che la candidatura di Laschet era in tandem con Jens Spahn, attuale Ministro della Sanità. Spahn è un giovane quarantenne di grande successo, molto apprezzato per la sua competenza e nel corso della pandemia ha visto salire esponenzialmente la sua popolarità. Secondo molti autorevoli esponenti della CDU sarebbe un perfetto candidato cancelliere. In passato ha anche avuto l’appoggio di Wolfgang Schäuble, di cui è stato Vice-ministro delle finanze. La vittoria di Laschet aumenta le possibilità per Spahn di essere il candidato unionista al cancellierato. Il terzo motivo è che da molti anni i gemelli bavaresi non avevano un Presidente così popolare anche fuori dai confini della Baviera. Se è vero che soltanto nel 1980 e nel 2002 la CSU ha avuto un suo candidato (sempre perdente) al Cancellierato, Markus Söder è cresciuto moltissimo negli ultimi due anni. La pandemia non ha fatto altro che accrescere la sua popolarità. Insomma: Markus Söder è un serissimo potenziale candidato al Cancellierato.

Nelle prossime settimane le trattative saranno molto intese e per Armin Laschet non sarà un inizio facile.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 12:08:21 +0000

cultura

Roberto Bolle e il video della bimba nigeriana che danza sotto la pioggia: "Ha la grazia di una Ă©toile"
Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 12:00:04 +0000

politica

Da cosa si riconosce la crisi della democrazia liberale
William Ewart Gladstone, 29 December 1809 – 19 May 1898, British statesman, presenting the Home-Rule-Bill to the english lower house,   /  William Ewart Gladstone, 29. Dezember 1809 - 19. Mai 1898, britischer Staatsmann, der dem englischen Unterhaus die Hausordnung vorlegt, Historisch, digital improved reproduction of an original from the 19th century / digitale Reproduktion einer Originalvorlage aus dem 19. Jahrhundert. (Photo by: Bildagentur-online/Universal Images Group via Getty Images)

La Democrazia liberale esige il rispetto degli altri: il rispetto dei loro valori, la comprensione dei loro interessi. Sembra l’enunciazione di una banalità ma, a ben riflettere, non è così. Per molti, infatti, il rispetto degli altri rinvia alla vecchia idea della tolleranza: le idee dei nostri avversari politici sono sbagliate ma dietro le idee ci sono gli uomini, la cui persona è sacra; gli errori, pertanto, non si possono criminalizzare oltretutto per non rischiare la dittatura dei benpensanti sui malpensanti.

La tesi che vado sostenendo da anni nei miei articoli e saggi è che su questa base non si costruisce nessuna democrazia liberale. L’equivoco di fondo risale alla stagione dei lumi. Questi ultimi hanno liberato il mondo da tanti pregiudizi, tradizioni, superstizioni che sono stati di ostacolo al pieno sviluppo della libertà individuale e dei diritti dei cittadini ma, con la loro luce abbagliante, delegittimando tutto il passato e preannunciando l’Uomo Nuovo - emancipato da ogni tipo di catena - hanno laicizzato e secolarizzato l’assunto su cui si reggono le Chiese - e le religioni universali - ovvero la coincidenza tra Verum e Bonum tra Conoscenza e Morale.

E’ la riaffermazione, in chiave moderna, dell’‘etica cognitivista’: le verità - quelle della teologia o quelle delle scienze - debbono essere le determinanti dell’agire. Non è casuale che in quella parte d’Occidente in cui il cattolicesimo e l’illuminismo francese hanno esercitato una grande influenza sull’educazione e sulla cultura politica siano così poche le trattazioni dedicate alla morale, ritenendosi quest’ultima un capitolo del più ampio trattato sull’uomo, sul mondo, sulla storia. Per sapere come debbo comportarmi, debbo prima sapere chi sono, qual è il compito che mi è stato affidato dalla società in cui vivo - dalla comunità politica, dal partito, dalla classe, dalla razza - quali sono i doveri che cui debbo adempiere affinché possa dare il mio contributo al benessere e alla felicità dei miei simili (che nella retorica universalista diventano l’intera umanità).

Che cosa c’è di sbagliato in tutto questo? E’ semplice: è il rifiuto di riconoscere, per riprendere il titolo di un saggio di filosofia del diritto di molti anni fa, che ‘l’etica è senza verità’ nel senso che i valori non si lasciano dedurre dai fatti ma appartengono a una dimensione in cui il criterio del vero/falso è improponibile. E’ la coscienza che mi prescrive ciò che debbo fare, non l’Autorità―neppure quella di chi ha creato il mondo, come scrisse in una bellissima pagina Guido Calogero - non i saperi accumulati dai cultori delle ‘scienze naturali’ e delle ‘scienze dello spirito’ L’economia politica può dirmi che agendo in un certo modo esco dal mercato; i miei amici possono mettermi in guardia dal non contravvenire alle leggi della politica se voglio avere i voti dei miei concittadini: si tratta di giudizi tecnici - se intendi raggiungere un certo risultato devi servirti dei mezzi più idonei - ma i dettami dell’economia e della politica non comportano alcun obbligo morale.

I valori stanno tutti sullo stesso piano e a ordinarli in una scala gerarchica non è la scienza, patrimonio collettivo, ma la coscienza, patrimonio individuale. La libertà e l’autorità, la tradizione e il progresso, la comunità e la società, la solidarietà e l’individualismo, l’illuminismo e il romanticismo, la poltrona e la palestra, l’eguaglianza e la differenza, il borgo natio e il vasto mondo, lo spirito aristocratico e la democrazia, lo Stato sopra gli individui e la società negli individui, la religiosità e l’ateismo, l’eroismo e la prudenza, la vita innanzitutto e la sfida della morte e del pericolo, con le loro infinite varianti e combinazioni, con i loro inesauribili simboli, fanno riferimento a idealità, che sono fortemente sentite da certi tipi umani e sono del tutto indifferenti ad altri.

Chiarito questo, a mio avviso avrebbe titolo a definirsi liberale solo una democrazia che riconoscendo tutti i valori in campo, ritenuti tutti ‘buoni’ - in quanto radicati nei cuori e tali da indurre a sacrificare i beni e la vita per vederli fiorire - iscrivesse nella sua costituzione solo quelli volti a presiedere le regole del gioco e a mantenere la competizione sempre aperta, nel quadro, ovviamente, dei diritti civili e politici indisponibili.

Dal punto di vista razionale, ciò per cui si è disposti a morire può apparire assurdo, come la decisione del giovane saraceno Medoro, nell’Orlando furioso, di dar pietosa sepoltura all’amato re Dardinello d’Almonte a costo di rimetterci la vita - “ché sarebbe pensiero non troppo accorto perder due vivi per salvare un morto”, gli dice l’amico Cloridano. Ma a seconda del criterio di razionalità adottato tutti i valori possono apparire irrazionali, a cominciare da quelli che spingono ad incrementare ulteriormente i beni di famiglia quando si si vive già in una condizione agiata. Una società aperta è aperta a tutti i bisogni, a tutti gli interessi, a tutte le aspirazioni etiche e politiche degli individui: sarà il conflitto regolato a stabilire di quali si debba tener più conto nel nel momento di scrivere leggi imperative erga omnes; sarà il compromesso equo (il bargaining degli americani) a neutralizzare, con la ‘tutela delle minoranze’, il legittimo desiderio di revanche dei perdenti, fino alle nuove elezioni.

Quando si dice che ogni valore è buono non si intende negare che assolutizzato - e senza altri valori che ne limitino le pretese - non possa portare ad esiti aberranti e tali non per la loro natura intrinseca (le vittime dei Lager e dei Gulag per il “Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale” sono una delle tante manifestazioni ‘naturali’ di ‘quest’atomo opaco del male’ che è la Terra) ma alla luce di un sentire etico sempre più diffuso a livello planetario. L’eguaglianza -valore illuministico par excellence - può condurre alla soppressione violenta di quanti sono legati a una società aristocratica o borghese-aristocratica; l’amore per le radici, può portare al genocidio razziale: dall’universalismo al Gulag, si potrebbe dire, dal comunitarismo ai Lager.

Ma se il vino dei valori degenera in aceto totalitario, a destra come a sinistra - e ciò avviene in virtù di fattori istituzionali interni ed esterni agli stati e di mentalità sopravvissute ai secoli, che richiederebbero un discorso a parte - ciò non autorizza i portatori dei valori vincenti a trattare i loro avversari come un pericoloso gregge eterodiretto, un’orda di barbari mossi da impulsi omicidi. Con un esempio facile, non si ha il diritto di escludere i post-fascisti o i post-comunisti dall’’arco costituzionale’ se gli uni e gli altri riconoscono che i regimi che si sono legittimati richiamandosi alle ‘nobili cause’ - l’eguaglianza, la nazione - hanno finito per comprometterle, giacché senza la democrazia liberale tutto finisce per degenerare, convalidando l’antico adagio che la strada dell’inferno è lastricata dalle buone intenzioni. Eppure è così che una certa stampa dipinge i seguaci di Matteo Salvini in Italia e quelli di Donald Trump in America. Basta essere etichettato come sovranista, nazionalista o populista per essere espulso dal genere umano in nome della lotta a quello che Umberto Eco chiamava l’Ur-Faschismus. Nessuno spazio oggi è concesso alla dimensione comunitaria giacché esistono solo gli individui i cui bisogni materiali vanno soddisfatti indipendentemente da ogni ‘appartenenza’.

Si prepara la guerra civile tra le due anime di un paese - quella conservatrice quella progressista - quando i valori di una delle due vengono fatti a pezzi, i suoi simboli e monumenti abbattuti, quando le ruspe dell’universalismo fanno terra bruciata dei ricordi storici più cari. Sta qui la crisi profonda della democrazia liberale. L’incendio nazista delle Case del popolo equivale, sul piano simbolico, alla rimozione a Boston della statua di Lincoln: la pericolosità delle camice brune - grazie alle istituzioni democratiche statunitensi - è imparagonabile alla furia devastatrice dei Blacklivesmatter ma l’impatto simbolico è lo stesso. E’ la fine di quell’equilibrio tra l’antico e il nuovo che aveva fatto grande l’Occidente: è l’inizio di un’epoca che vede il primato dell’emancipazione umana sulla volontà (‘reazionaria’) di mettere in salvo quei momenti del ‘mondo di ieri’ che, nel bene e nel male, ci hanno reso quel che siamo.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:47:39 +0000

cronaca

Bassetti: "Il Covid mi ha portato vicino alla fine. La pandemia è un momento di prova"

L’incubo del Covid per lui è finito, ma Gualtiero Bassetti ricorda con lucidità i momenti più bui che ha vissuto a causa del virus. Li racconta a Repubblica, soffermandosi sulla malattia e sul presente.

Sono stato molto vicino alla fine in questo mio ricovero e ho potuto vedere, malato tra i malati, quanto la sofferenza sia disarmante nella vita, quanto la vulnerabilità ci renda fragili. 

Ha visto tanta sofferenza il presidente della Cei nel reparto dell’ospedale di Perugia, ma nonostante ciò non cambia idea sull’eutanasia: 

 La domanda di eutanasia è più forte dove c’è abbandono, solitudine, la sensazione di essere un peso. Quanto conta la cornice intorno al messaggio? Se davvero pensassimo che eliminare il sofferente sia il modo giusto per rispondere a questo tipo di richieste sbaglieremmo due volte. Invece di attivare un ascolto profondo del malato, davvero compassionevole, si pensa che affrettarne la morte sia un segno di pietà

Qualche pensiero lo dedica alla situazione politica attuale. In Italia, dopo lo strappo di Renzi, molto complicata. 

“Trovo - spiega - un forte stimolo nelle parole pronunciate da Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza. Ci attendono mesi difficili in cui ricostruire le nostre comunità. Lo sguardo deve puntare a uscire dall’emergenza sanitaria e alle fondamenta di una nuova stagione che non lasci indietro nessuno”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:42:31 +0000

cronaca

"Questo succede quando hai il livello di ossigeno sotto l'8%". Il video contro il negazionismo
Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:46:04 +0000

esteri

Lobby delle armi Nra in bancarotta, si riorganizza per resistere a Biden e giudici
WASHINGTON, DC - DECEMBER 2:  Gun safety advocates rally in front of the U.S. Supreme Court before during oral arguments in the Second Amendment case NY State Rifle & Pistol v. City of New York, NY on December 2, 2019 in Washington, DC. Several gun owners and the NRA's New York affiliate challenged New York City laws concerning handgun ownership and and they contend the city's gun license laws are overly restrictive and potentially unconstitutional. (Photo by Drew Angerer/Getty Images)

La notizia suona clamorosa, ma non rivoluzionerà le sorti della più grande e influente lobby americana sulle armi. La National Rifle Association (NRA) ha presentato la richiesta di bancarotta. Come si legge sul suo sito, l’intenzione è quella di reincorporarsi in Texas come organizzazione no-profit, in un’operazione che viene definita “Project Freedom”. L’annuncio deve essere letto in seguito alla battaglia legale innescata ad agosto dal procuratore generale di New York, Letitia James. La citazione in giudizio era stata giustificata con l’intento di sciogliere l’organizzazione, denunciando le sue continue violazioni delle leggi che regolano il mondo senza scopo di lucro e gli enormi, neanche così trasparenti, introiti accumulati nel corso degli anni. 

L’accusa rivolta all’amministratore delegato, Wayne LaPierre, era quella di essersi appropriato di ingenti somme di denaro per autofinanziare viaggi di lusso e soddisfare i propri vizi. Ora, la decisione della NRA di abbandonare New York, dove dal 1871 la NRA è incorporata, seppur abbia sede in Virginia. Una scelta che non può non dar adito alle accuse lanciate dal procuratore James, ironica nel momento in cui ha saputo la notizia. “La condizione finanziaria dichiarata dalla NRA ha finalmente raggiunto il suo status morale: bancarotta”, è stato il suo commento a caldo.

La NRA si è appellata al Chapter 11, una legge fallimentare statunitense in base alla quale per l’azienda è possibile portare avanti le proprie attività, seppur sotto stretto controllo giurisdizionale. Non si tratta di una procedura di liquidazione, piuttosto di una ristrutturazione che dovrebbe portare a un risanamento dei conti. Quindi, la questione è sì seria, ma l’operazione sembrebbe un tentativo di sfuggire alla causa e spostarsi in uno Stato a lei più favorevole (sia a livello giuridico che politico). L’organizzazione, che conta 5 milioni di iscritti, si è infatti affrettata a rassicurare come la decisione è stata presa “nelle migliori condizioni finanziarie da anni” e che la ristrutturazione servirà “razionalizzare costi e spese”, ma bisogna tener conto dell’impatto che il Covid-19 ha avuto. Anche una delle più grandi lobby al mondo si è vista costretta a licenziare dozzine di dipendenti, annullare la sua convention nazionale e le diverse raccolte fondi già in programma a causa del virus. 

Cosa sarà e cosa non sarà è da rimandare perlomeno ai prossimi giorni. Certo è che il danno d’immagine rimane e la notizia giunge nel momento di un drammatico conteggio periodico, a cui la NRA contribuisce in larga parte. Cominciamo dai numeri dell’ultimo anno. A metà dicembre, i morti per armi da fuoco negli Stati Uniti sono stati 18.273, esclusi i suicidi, i più numerosi. I feriti, invece, ammontano a 37.813 e le stragi con almeno quattro vittime 600. Solo nell’arco della settimana tra il 9 e il 16 dicembre, i decessi sono aumentati di 500 unità, i feriti di poco più di 700, mentre in tutta America si è verificata almeno una strage al giorno. Dati che, inserendo il numero di persone che si sono tolte la vita, sono in linea ai record degli ultimi anni. Dal 2017, si registrano circa 40mila morti all’anno: è probabilmente in virtù di questi dati che un numero sempre maggiore di americani vorrebbe inasprire le regole sulle armi.

Ma l’anno nuovo non si è aperto con un’inversione di tendenza, tutt’altro. Le armi sono state utilizzate questa volta per provare a rovesciare l’esito di un’elezione valida fino a prova contraria, con l’intento - riuscito a metà - di bloccare la seduta in cui il Congresso avrebbe dovuto ratificare la vittoria di Joe Biden. 

“La nostra democrazia è sotto una minaccia senza precedenti, una minaccia che non abbiamo mai visto nella storia moderna”, aveva dichiarato a caldo il presidente eletto, Joe Biden. E a buon ragione. L’ultimo, nonché unico, assalto che aveva visto Capitol Hill come protagonista risale infatti al 1814. L’insurrezione in questione rientra nella guerra angloamericana e gli inglesi arrivarono ad appiccare il fuoco non solo al Congresso ma perfino alla Casa Bianca. Un evento che, oltre a glorificare la piccola Washington - all’epoca ospitava 8mila abitanti e pochi edifici governativi - diede un impulso importante allo spirito nazionalista americano. Ma mentre il patriottismo armato di duecento anni fa era uno strumento a difesa della democrazia, imperfetta sì ma conquistata con il sangue, le scene andate in onda il 6 gennaio hanno messo in pericolo l’intera struttura democratica, mostrando al mondo quello che non voleva vedere o, meglio, all’America quello che credeva di tenere a bada. 

Un paese armato non è sinonimo di sicurezza, ma quando si affronta il tema delle armi negli Stati Uniti bisogna stare attenti a non scivolare sulla superficialità, esprimendo condanne generaliste fini a se stesse. Certo è che l’America ha un problema con le armi, essendo lo Stato più militarizzato al mondo -  davanti allo Yemen, dove è in corso una guerra civile dal 2015 che sta devastando il paese. A livello federale, nel 2019 la spesa militare ammontava a circa 732 miliardi di dollari, che equivaleva a poco meno di 2,3 miliardi per ciascun cittadino, mentre le società americane produttrici di armi dominano la classifica di quelle mondiali: nel 2018, gli introiti globali facevano registrare un fatturato da 420 miliardi di dollari.  Ma Il possedere un’arma propria per un americano è, in primis, un fattore culturale, quindi assai difficile da scalfire, oltre a essere un diritto inviolabile sancito dal Secondo emendamento della Costituzione. Se nel 1791, quando era stato scritto, il diritto alla difesa era giustificato dall’occupazione europea, gli insurrezionalisti contemporanei si sentono gli ultimi baluardi di una democrazia indebolita a tavolino da pochi signori. Le armi, quindi, hanno visto trasformata la loro funzione, da protettrice di un appezzamento di terra a quella dell’intero sistema democratico, e il loro ruolo all’interno della società americana, diventando perfino l’unico prodotto che il governo federale non può permettersi di ritirare dal mercato.

WASHINGTON, DC - FEBRUARY 1:  (AFP OUT) U.S. President Donald Trump (L) sits beside Executive Vice President and CEO of the National Rifle Association (NRA) Wayne LaPierre (R), during a meeting on Trump's Supreme Court nomination of Neil Gorsuch in the Roosevelt Room of the White House on February 1, 2017 in Washington, DC. (Photo by Michael Reynolds - Pool/Getty Images)

A questa maturazione ha contribuito non poco la National Rifle Association, per l’appunto, passata da semplice organizzazione di rappresentanza dei cacciatori americani a lobby capace di influenzare - sul serio - le elezioni e la politica americana. Nel 1980, per la prima volta nella storia, appoggiò dichiaratamente il candidato repubblicano, Ronald Reagan, poi divenuto presidente. Negli anni a seguire stilò una classifica in base alla quale i candidati ricevevano un punteggio: più vicini erano alla libertà di possedere armi più questo era alto. Insomma, i politici americani tenevano in gran conto il pensiero che l’NRA aveva su di loro. E tutt’ora lo fanno. Questa lobby continua a versare quantità enormi di dollari per sostenere campagne elettorali dei candidati che la pensano come lei. Più della metà degli eletti al Congresso ha ricevuto denaro proveniente dalle raccolte fondi dell’NRA. Otto di loro almeno un milione di dollari: tra questi, il senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, il quale ha ammesso di non volersene privare. 

Secondo le regole di finanziamento politico statunitense, un gruppo esterno può erogare autonomamente somme illimitate, con un tetto massimo di 5mila dollari quando la somma viene data direttamente al candidato. Così, durante l’amministrazione Clinton le sovvenzioni al partito repubblicano risultarono fondamentali per la conquista del Senato, mentre qualche anno più tardi contribuì alla vittoria di George W. Bush con un terzo di tutti i finanziamenti indipendenti. Neanche a dirlo, l’NRA ha trovato in Donald Trump l’alleato ideale: le cifre riguardo i finanziamenti nel 2016 sono ballerine, con la sola certezza che ammontino a diverse decine di milioni di dollari, oltre a una grande mobilitazione negli Swing States, come quelli del Mid-West dove Trump ha cementato la sua vittoria. Nel momento in cui Letitia James ha deciso di portare la lobby in tribunale, un’ondata di suoi colleghi repubblicani si sono abbattuti su di lei. “Il procuratore generale di New York non può essere autorizzato a esercitare il potere del suo ufficio di discriminare l’NRA semplicemente perché non le piacciono le opinioni politiche dei suoi membri, la difesa o la difesa di un diritto costituzionale”, hanno fatto sapere i procuratori generali del GOP in una nota, che vede quello dell’Arkansas, Leslie Rutledge, in testa alla lista.

Con l’elezione di Barack Obama, la preoccupazione dell’NRA e dei fanatici delle armi crebbe. Impauriti dalla possibilità di veder limitato il loro diritto alla difesa, cominciarono ad armarsi ancora di più, come se dovessero prepararsi ad entrare in azione. Negli anni però, l’incremento dell’acquisto di armi è direttamente proporzionale alla diminuzione di persone che ne sono in possesso. Tradotto: gli americani che detengono armi, molto probabilmente ne avranno più di una. Questo non significa che il fenomeno sia meno preoccupante: una stima effettuata nel 2013 indicava che, seppur il numero di armi oscillava tra i 270 milioni e 310 milioni, meno della metà della popolazione statunitense ne possedeva una. Nel 2019, infatti, questa percentuale di americani ammontava al 30%: tra questi, il 66% ha ammesso di averne anche di più, compreso quel 29% che ne aveva almeno cinque.

Anche se negli ultimi tempi l’NRA ha ricevuto critiche - oltre alla causa intentata da Letitia James, San Francisco l’ha dichiarata un ente terroristico, mentre a settembre scorso è uscito il libro scritto dal n.2 della lobby dove l’accusava di “fare appello alla paura e alla paranoia” di chi compra armi - il 40% degli americani ritiene che abbia la giusta influenza nella società, mentre per il 15% ne ha troppo poca. D’altronde, circa un possessore di armi su cinque ha affermato di esserne un membro. Le risposte sono giustificate dai fatti. Da circa un decennio è in atto un riarmo delle milizie organizzate, in tutti gli Stati americani, anche nei centri non rurali. Che siano gruppi di complottisti, militanti della destra più estrema, suprematisti bianchi o fanatici religiosi, che facciano parte dei Proud Boys, dei Tea Party Patriots, degli Oath Keepers, non fa grande differenza. Tutti loro avvertono che la società gli sta rubando i loro diritti e per difenderli si armano. 

 

A young girl looks at the rifle was used in the upcoming movie

Tra i vari punti del programma di Joe Biden, fondato in parte sulla base di quello cominciato con Obama, figurano un’assistenza sanitaria il più accessibile possibile, un sistema scolastico che garantisca l’istruzione a tutti, una riforma dell’immigrazione e un controllo rigoroso sulla compravendita di armi. Lo scorso 14 dicembre ricordando la strage nella scuola elementare di Newtown, dove nel 2012 morirono 20 bambini e 6 insegnati sotto i colpi di arma da fuoco del ventenne Adam Lanza, Joe Biden haDda affrontare per guarire completamente le famiglie, le comunità e la nostra nazione”. Un progetto ambizioso, anche se facilitato dopo la conquista del Senato, probabilmente già proposto da amministrazioni precedenti ma che, oggi più di allora, necessita di essere attuato. A Capitol Hill una neanche così esigua parte di quella paura armata ha fatto il giro del mondo e, se ha rappresentato davvero un secondo 11 settembre per la sua portata simbolica, quello che ci si aspetta dalla nuova amministrazione di Joe Biden e Kamala Harris sono netti tagli sul sistema che dovranno avere una funzione insolita: ricucire un Paese profondamente lacerato. 

A Washington è andata in scena l’espressione estrema di una parte dell’America, mai condannata negli ultimi quattro anni di presidenza ma in movimento da molto più tempo. Anzi, diverse volte eletto e elettori hanno flirtato pericolosamente, fomentando quella paura e quel senso di privazione sentendosi così vittime di un sistema complottista. “Siateci e scatenatevi”, ha scritto Donald Trump riferendosi alla sua manifestazione di fronte al Congresso, in uno degli ultimi tweet prima che gli venisse bannato il profilo. Uno dei risultati della campagna elettorale, tra le più deplorevoli della storia, ha portato a un aumento della vendita di armi, tra marzo e luglio scorsi, pari al 94% rispetto all’anno precedente. Il 40% degli acquisti è avvenuto da parte di persone che compravano un’arma per la prima volta. Ora la guardia nazionale è costretta a presidiare giorno e notte il Congresso per paura di un nuovo assalto e in vista della cerimonia di insediamento si attendono nuove violente manifestazioni dell’estrema destra. A dimostrazione di come un fattore culturale è un carattere che non può essere cambiato con il semplice passaggio di un’amministrazione, neanche quando questa avviene tra due presidenti che si dichiarano l’opposto l’uno dell’altro.

Le scene di guerriglia di qualche giorno fa potrebbero risvegliare un senso di indignazione in parte di popolazione americana, ma pare utopico contrastare un settore che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari. Nel frattempo, statisticamente parlando in America oggi sono morte altre cinquanta persone per arma da fuoco. Suicidi esclusi. 

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:23:04 +0000

cultura

Christian De Sica: "PapĂ  mi diceva: 'O sei il numero 1 o lascia perdere'. Le cifre del successo non mi interessano"

 “Non mi importano le cifre del successo, non mi rendo conto, questo mestiere è bello divertente da 18 anni a 70 anni”. Pochi giorni fa Christian De Sica ha tagliato il traguardo del settantesimo compleanno. Intervistato dal Corriere della Sera si racconta: dalla lunga carriera al rapporto con il padre, dal legame con i due figli all’incontro con la moglie, Silvia Verdone. 

Il confronto con il padre Vittorio non è stato sempre facile, ma Christian ricorda ancora i suoi insegnamenti:

Papà mi diceva vedi Christianello, fai una cosa e prova per un anno, se poi capisci che non diventi il numero uno lascia stare, se no ti tocca mendicare, salire scale, e oggi dico io, alla mia età sarebbe tragico, e invece nel mio genere ce l’ho fatta. Anche quando mi cercano per altre cose, io vado cauto. 

Della moglie Silvia, sorella di Carlo Verdone e conosciuta proprio a casa di quest’ultimo dice:

Una presenza fondamentale, è tutto, bella, intelligente, voi donne siete più coerenti di noi maschi, con la testa sulle spalle. E poi una donna innamorata è magica, ti fa fare cose che non avresti il coraggio di fare.

Il rapporto con la moglie è splendido. Un po’ meno quello con i soldi. Ma, anche in questo caso, è Silvia che corre ai ripari:

Pensi che io alla mia età c’ho la paghetta, 100 euro a settimana, con i soldi sono un disastro, e così… Me la faccio bastare per forza, avrei anche l’American Express, ma va bene solo se al ristorante invito lei, Silvia. Mi controllano, ma hanno ragione, perché compro cose inutili: una volta mi hanno mandato a comprare le mozzarelle e sono tornato con un cervo imbalsamato.

Gli anni passano, ma alcune abitudini restano:

Vado ancora in giro nonostante gli anni in motorino per conoscere il presente, per fare queste farse che faccio.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:25:12 +0000

esteri

Il dopo Merkel è iniziato: Armin Laschet eletto nuovo presidente Cdu

È Armin Laschet il nuovo presidente eletto dal congresso della Cdu in Germania. Laschet ha vinto il ballottaggio contro Friedrich Merz con 521 voti contro 466.

All’elezione hanno votato 991 delegati della Cdu, collegati al Parteitag virtuale, e ci sono stati 4 astenuti. Con il risultato di oggi si afferma la linea della continuità con Angela Merkel, in un partito che ha a lungo discusso se fosse il caso di spostarsi più a destra, al seguito di Merz, promosso dall’ala più conservatrice.
Ieri la cancelliera aveva espresso il suo sostegno indiretto al presidente del Nordreno-Vestfalia Laschet, auspicando che vincesse un “team”. E oggi Laschet e lo stesso Jens Spahn, che ha rivolto un messaggio al Parteitag virtuale, hanno sottolineato di essere “il team” di questa importante elezione.
Diversamente dal 2018, Spahn ha infatti deciso stavolta di non presentarsi alla elezione per la presidenza del partito, appoggiando il governatore.

Il neo presidente della Cdu Armin Laschet ha ringraziato per la fiducia: “Sono consapevole della responsabilità”, ha detto. “Farò in modo che anche alle elezioni federali l’Unione possa decidere il cancelliere”, ha affermato.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 11:01:56 +0000

cronaca

Cinque anziani morti in una Rsa vicino a Roma, probabile intossicazione da monossido di carbonio
Cinque anziani morti in una casa di riposo vicino a Roma, forse intossicazione da monossido di carbonio

Tragedia in una casa di riposo a Lanuvio, vicino Roma. Cinque ospiti sono morti e altre sette persone sono state trasportate in ospedale in gravi condizioni.


Sul posto 118, carabinieri e vigili del fuoco. L’allarme è stato dato da un addetto alla struttura che arrivando questa mattina ha trovato tutti i 12 presenti (due operatori sanitari e 10 ospiti) privi di sensi. Da chiarire le cause della morte. Tra le ipotesi una intossicazione da monossido di carbonio.

Sono in corso indagini dei Carabinieri della Stazione di Lanuvio e della Compagnia di Velletri per far luce sulla morte dei cinque ospiti della casa di riposo Villa dei Diamanti a Lanuvio. Il 118 ha trasportato in ospedale in gravi condizioni altri 5 ospiti e 2 operatori.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 10:55:18 +0000

cronaca

Anche i batteri della Groenlandia favoriscono lo scioglimento della calotta glaciale
Icebergs near Ilulissat, Greenland. Climate change is having a profound effect in Greenland with glaciers and the Greenland ice cap retreating. (Photo by Ulrik Pedersen/NurPhoto via Getty Images)

Alcuni batteri presenti nei sedimenti della Groenlandia potrebbero favorire lo scioglimento della calotta glaciale. A rivelarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, condotto dagli esperti della Rutgers University, che hanno analizzato l’impatto di alcuni microrganismi sull’ecosistema artico. “I microbi - spiega Sasha Leidman della Rutgers University - fanno in modo che i sedimenti che assorbono la luce solare si raggruppino e si accumulino nei flussi d’acqua di fusione, il che può amplificare l’effetto di scioglimento”. Il team ha raccolto dati tramite droni che hanno esplorato circa 130 metri nel sud-ovest della Groenlandia e hanno analizzato campioni di sedimenti. “I nostri risultati - aggiunge Asa K. Rennermalm, della Rutgers University e seconda firma dell’articolo - possono essere incorporati nei modelli climatici e portare a previsioni più accurate della fusione dei ghiacci”.

L’esperta ricorda che la Groenlandia copre circa 1.055 chilometri quadrati, secondo i dati del National Snow & Ice Data Center, e rappresenta un ecosistema a rischio a causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento antropico. “Quando i sedimenti si accumulano nei flussi - prosegue Leidman - possono assorbire ancora più luce solare provocando scioglimenti significativi che possono aumentare l’innalzamento del livello del mare fino a 6,1 metri”.
I sedimenti, spiegano gli autori, coprono fino a un quarto del fondo oceanico, e potrebbero essere più numerosi di quanto previsto dai modelli idrologici precedenti. “Se i batteri non crescessero nei sedimenti - afferma lo scienziato - tutti questi aggregati verrebbero spazzati via e questi flussi assorbirebbero molta meno luce solare. Il processo di aggregazione di sedimenti ha avuto origine prima della storia umana”. I ricercatori ipotizzano che l’energia solare assorbita dai flussi dipenda dalla salute e dalla longevità dei batteri, per cui l’ulteriore riscaldamento in Groenlandia potrebbe portare a maggiori depositi di sedimenti nei flussi glaciali.

“La diminuzione della copertura nuvolosa e l’aumento della temperatura in Groenlandia stanno probabilmente causando una crescita più estesa di questi batteri - prosegue Leidman - provocando una maggiore fusione guidata proprio dai sedimenti. Con il cambiamento climatico che causa una maggiore copertura della calotta glaciale, il nostro lavoro suggerisce che tutto ciò potrebbe portare a un aumento del contributo della Groenlandia all’innalzamento del livello del mare”. “Incorporando questo processo nei modelli climatici - conclude Rennermalm - saremo in grado di prevedere più accuratamente come si verificherà la fusione. Non dobbiamo trascurare questi fattori, che potrebbero avere un impatto davvero significativo sull’ecosistema della Groenlandia”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 10:23:39 +0000

politica

Istruzioni per costruire una maggioranza
Claudio Marinaccio
Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 10:09:04 +0000

economia

"Al Recovery Plan di Conte manca visione". Intervista a Enrico Giovannini

La crisi di governo deve risolversi “rapidamente”. Ma servirà un “governo politico” per i prossimi “due anni, decisivi per affrontare l’emergenza, ma anche per impostare il futuro del Paese”. Perché richiede “una forza politica notevole” decidere – ad esempio - di destinare alle fonti rinnovabili di energia “i 20 miliardi l’anno che attualmente vanno alle fonti fossili”. Enrico Giovannini, portavoce e ‘anima’ dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo sostenibile (ASviS) che promuove in Italia l’Agenda 2030 elaborata dall’Onu per uno sviluppo sostenibile, tifa “stabilità per la trasformazione”, ma non è tenero con la bozza di ‘recovery plan’ elaborato dal governo Conte. “Manca la visione del Paese nel 2030”, ci dice l’ex ministro del Lavoro, ex presidente dell’Istat, “mancano tabelle dettagliate con indicatori di risultato…”. E sui ristori: “Stiamo aiutando tutti, anche imprenditori che non hanno futuro. Invece bisognerebbe aiutare le aziende ’senza speranza’ a riconvertirsi…”. 

Professor Giovannini, lunedì e martedì la conta in aula per verificare se esista una maggioranza parlamentare senza Italia Viva per il governo Conte. Che idea si è fatto di questa crisi?

La speranza è che si risolva rapidamente. Le tensioni sui mercati sono ancora contenute, ma c’è un elemento di incertezza che non va bene. Sappiamo che l’Italia deve ancora prendere decisioni importanti e che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) va ancora discusso, negoziato, migliorato e dettagliato. Un governo debole non aiuterebbe il nostro Paese ad affrontare la pandemia e la situazione economica, e non potrebbe portare il nostro punto di vista nelle sedi europee su questioni fondamentali per il futuro dell’Unione.

Un governo con i responsabili sarebbe più forte di quello con Renzi?

Questo non lo so dire. Vedremo che soluzione si troverà, ma è fondamentale che il governo abbia un mandato chiaro per i prossimi due anni, che saranno decisivi non solo per affrontare le emergenze che stiamo vivendo, ma anche per impostare e iniziare a realizzare la trasformazione del Paese. La stabilità per i prossimi due anni dovrebbe essere l’impegno di chi sosterrà il governo. 

Chi gestirà i prossimi due anni dunque potrà crearsi un’assicurazione per governare anche in futuro? L’Italia infatti non può fallire sul Piano di ripresa e resilienza: l’Europa non lo permetterebbe perché ne va del futuro di tutto il continente.

In questi due anni si discuterà anche del futuro dell’Europa. È importante portare alla futura conferenza sul tema una visione europeista nella direzione, già realizzata dal Next Generation Eu, di rafforzamento di strumenti federali, come la tassazione. Ricordiamo che nel 2021 bisogna introdurre la ‘plastic tax’ europea, ma anche decidere cosa fare con la web tax e altre forme di risorse proprie del bilancio europeo. Quindi il tema della fiscalità europea sarà molto caldo ed è importante che l’Italia discuta di queste tematiche nel breve termine ma più in generale sappia muoversi verso un fisco europeo sempre più federale.

Come giudica il recovery plan approvato in Consiglio dei ministri?

Quello non è ancora il piano da presentare alla Commissione europea. Bisogna trasformare quei progetti in tabelle molto più dettagliate, come le linee guida della Commissione hanno indicato all’inizio di settembre. C’è ancora tanto lavoro tecnico, ma anche strategico da fare.

Mi faccia qualche esempio.

Nella bozza di Piano si indica la scelta per lo sviluppo sostenibile e l’Agenda 2030 come riferimento complessivo, c’è la transizione energetica digitale e la lotta alle disuguaglianze, in primo luogo quella di genere. Tutto giusto, ma come si fa a disegnare la transizione energetica senza un Piano nazionale integrato energia-clima (Pniec) in linea con gli obiettivi europei? Il Pniec elaborato dal governo un anno fa non è in linea con il taglio delle emissioni al 55 per cento entro il 2030 e con la decarbonizzazione nel 2050. Dunque, si tratta di rivedere urgentemente quel piano al quale devono essere orientate non solo le risorse del Pnrr, ma anche quelle nazionali ordinarie. Questo mi porta alla seconda considerazione. 

Prego.

Il nuovo testo del Pnrr integra, come ASviS aveva chiesto a ottobre, gli altri fondi europei, come quelli per il Sud. Ma non ancora il resto dei fondi nazionali. Quindi il Piano non dà un’idea dell’impegno complessivo dello Stato sulle diverse tematiche. Un esempio per tutti: la lotta al dissesto idrogeologico beneficia di risorse stanziate nelle ultime leggi di bilancio che nel Piano non si vedono. Dunque, è difficile valutare l’impegno complessivo. Mi viene detto che il governo queste analisi le ha già fatte: sarebbe opportuno condividerle. Perché altrimenti partirà la corsa a mettere più fondi di qua o di là, ma senza una visione d’insieme. Un altro esempio: è importante che si parli della riforma dell’Irpef, ma non si dice nulla sull’eliminazione dei 20 miliardi all’anno di sussidi dannosi per l’ambiente, quelli per le fonti fossili, che, se trasformati in sussidi per la transizione energetica ed ecologica, darebbero una spinta straordinaria perché si aggiungerebbero ai circa 70 miliardi indicati nel Piano. La mancanza di questo quadro complessivo, apparentemente un problema tecnico ma in realtà politico, va superata nei prossimi giorni per dare al ‘Recovery and resilience plan’ un respiro maggiore e veramente strategico.

Come ASviS avete avuto interlocuzioni con il governo sul Pnrr?

C’è stata un’interlocuzione che ha portato il governo a indicare chiaramente nella versione approvata la valutazione del Piano alla luce dell’Agenda 2030 e dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’Onu. In questo modo, siamo riusciti a ottenere che l’Agenda 2030 sia riferimento di tutte le politiche nazionali e territoriali. Ed è importante questa coerenza perché nel rapporto ASviS di metà dicembre abbiamo dimostrato che l’Agenda 2030 viene già usata da Regioni e Città per le loro programmazioni. Purtroppo, al Pnrr mancano ancora gli indicatori di obiettivo che si vuole raggiungere con le varie iniziative e questo  è un serio problema.

Che significa concretamente? 

Per esempio: vogliamo evitare che i nostri acquedotti sprechino acqua? Cosa importante in funzione del cambiamento climatico. Ma se i fondi vengono usati per tappare singoli buchi, l’aumento della pressione media nell’acquedotto potrebbe aprirne di nuovi e quindi non aumenta l’efficienza della rete. Accanto al monitoraggio della spesa per i singoli interventi bisogna quindi valutare se si consegue il risultato a cui tiene l’Unione europea. E questi indicatori di risultato sono in molti casi assenti. Come ASviS stiamo elaborando un’analisi dettagliata, che invieremo al governo, in cui spieghiamo come il Pnrr potrebbe essere integrato con indicatori di risultato rispetto ai quale giudicare la sua efficacia non solo in termini di spesa, ma di traguardi raggiunti. Tra l’altro è questo che chiede la Commissione europea.

Ha descritto un quadro che richiede scelte politiche, dunque un governo politico non tecnico.

Non c’è dubbio. Per questo dicevo che il governo che verrà deve avere davanti a sé due anni di lavoro intenso, perché le scelte da fare non sono solo tecniche, ma richiedono una forza politica notevole. Peraltro, il modo in cui è stato discusso finora il Recovery plan non ha tenuto conto abbastanza del fatto che il piano non deve servire solo a guadagnare qualche decimo di Pil, ma a rendere il nostro Paese più resiliente in caso di futuri shock. L’Istat ha pubblicato un’analisi qualche giorno fa in cui distingue le imprese in: ‘statiche, in crisi’ (un 30 per cento, soprattutto di piccole dimensioni); ‘statiche ma resilienti’ e “proattive in sofferenza”, cioè che sono state danneggiate dalla crisi, ma pensano di andare avanti (circa il 50 per cento); e poi c’è un 25 per cento di imprese ‘proattive in espansione’ e ‘proattive avanzate’, che non sono state minimamente toccate dalla crisi o che hanno già reagito. Avere un 30 per cento di imprese in crisi e probabilmente senza prospettive è un elemento di debolezza presente e futura del sistema italiano. Ecco perché servono riforme. Dimenticare la parola ‘resilienza’ e parlare solo di ‘piano di ripresa’ produce una distorsione cognitiva su ciò che c’è da fare per rendere il nostro sistema economico in grado di resistere e reagire bene a futuri shock.

La relazione Draghi invita a chiudere le imprese in crisi che non hanno futuro, facendosi carico degli ammortizzatori sociali, incentivando la riconversione.

Per questo io critico l’approccio ai ristori del governo: noi stiamo aiutando tanti imprenditori che non hanno futuro. Se avessimo usato quei soldi per aiutarli a far ripartire l’attività magari in un altro luogo, o a far partire un’attività diversa o a unirsi in imprese più robuste sarebbe stato diverso. Ma davvero noi pensiamo che i nostri centri storici saranno pieni di bar che sopravviveranno con la vendita di tramezzini all’ora di pranzo a chi andrà in ufficio tutti i giorni? Tantissime imprese pensano di usare lo smart working anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Quindi, tante persone passeranno la giornata nei pressi della propria abitazione, il che potrebbe essere una opportunità per nuovi esercizi di prossimità. Forse avrebbe più senso finanziare nuove iniziative che assistere chi spera soltanto che tutto torni com’era.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 10:00:39 +0000

cultura

Sciascia, Eastwood, Tofano: il mondo di Giampiero Mughini

Il nuovo dizionario, a circa trent’anni da quello pubblicato con Rizzoli (1992), resta sentimentale perché Giampiero Mughini ha sentimento, con il sentimento scrive, con il sentimento intesse fantastiche trame, al sentimento affida la ricostruzione di storie di vita che hanno incrociato donne, uomini, libri, fumetti, film, partite di calcio, case, cani, oggetti, amori.

Mi chiedo, da “Compagni, addio” del 1987, quale scrittore sia Mughini, quale corda sempre tesa del suo animo giunga a toccare quando si piega, prima sulla pagina bianca poi sulla tastiera, quando decide che un sentimento debba essere trasferito al lettore non per affascinarlo, non per attrarlo a sé, bensì per sussurrargli, alla maniera di Modugno, “ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso”.

Il mondo che non vedi, il mondo che ti sfugge, il mondo che Mughini incontra dentro la pagina di un libro, a cena con un amico, davanti a una fotografia che inchioda agli anni passati, al dolore di quegli anni, alle persone care che non ci sono più, alle rughe degli Ottanta che si avvicinano e impongono una riflessione disincantata su ciò che è stato e su ciò che potrà essere, essere ancora.

Una madre che se ne va, vent’anni fa, in una tragedia della solitudine, diventa occasione per fare i conti con la vergogna, sentimento fin troppo dimenticato ai nostri giorni; l’addio a Marco Pannella, occasione per rendere omaggio a una roccia che si sgretola, a un gladiatore che si arrende e ti lascia l’amaro dell’inevitabilità della fine.

Confesso di essere andato subito sul capitolo dedicato a Leonardo Sciascia, di avergli dato la precedenza perché certo che lì avrei trovato il sangue di Sicilia, la “sicilitudine” e non la “sicilianità” di entrambi, l’ammirazione per uno scrittore autentico, sobrio, di poche parole e di tante illuminazioni. L’intervista a Sciascia è una lezione che andrebbe impartita agli studenti delle scuole di giornalismo, se il giornalismo si potesse insegnare, per mostrare la postura che occorre assumere davanti a un interlocutore di valore assoluto, il modo di porgere le domande, l’arte di favorire le risposte. Senza mai andare oltre la soglia, senza mai un battito di ciglia fuori dallo sguardo.

“Nuovo dizionario sentimentale. Delusioni, sconfitte e passioni di una vita” è un libro che riconcilia con i libri, con chi li sa fare, come Marsilio, con chi li sa leggere. Ormai ne fanno pochi così. Desidero che non finisca, che vada avanti, narrami ancora un’altra storia, ti prego, un’altra storia; raccontami ancora di Clint, non importa se di Eastwood o del cane che ti salta addosso; dimmi ancora di Bibi, non importa se della Bardot o della cucciolotta che arrivò in casa nove anni prima di Clint; tienimi ancora compagnia con la Olivetti del nonno, la Parigi del 1934, la grandezza di Sergio Tofano.

Poi arriva l’ultima pagina e un groppo mi prende alla gola. Lo supero perché so che è soltanto un arrivederci. Altre pagine verranno a scaldarmi in questo tempo freddo e buio, altri sentimenti a toccarmi, altre parole a ricordarmi che, in fondo, uno scrittore non smette mai di cercarmi se sa dove trovarmi. L’appuntamento con Mughini è sempre un appuntamento con la vita, i suoi drammi, le sue contraddizioni, le sue gioie, i suoi sapori.

Se a via della Mercede c’era un razzista, a via Segneri c’è un signore che sul quel razzista ha scritto uno dei libri più intensi, su Trieste e Svevo dei più incantevoli, sul Sessantotto dei più struggenti, sugli intellettuali e il caso Moro dei più brucianti, sull’omicidio Calabresi dei più efficaci. Pezzi di un secolo d’amore, lungo e breve, tessere di un puzzle avvincente, voci di un dizionario sentimentale che non dimenticherò, che non dimenticheremo.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:59:08 +0000

cultura

Pietro Anastasi, centravanti e sognatore, mio idolo per sempre
Pietro Anastasi of Juventus in action during the Serie A 1972-73, Italy. (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Un anno fa, il 17 gennaio, ci lasciava Pietro Anastasi, uno dei più forti e celebrati centravanti del calcio italiano. Io perdevo l’idolo della mia giovinezza e uno dei miei amici più cari e sinceri.

Venne acquistato dalla Juventus nel 1968 e fu, per me, l’inizio di un autentico delirio: Pietruzzu sostituì, nel mio cuore e nelle sconfinate praterie della mia immaginazione, i personaggi salgariani. Fu lui il mio nuovo Corsaro Nero: l’eroe che mi accompagnava, silenzioso e discreto, nei giorni della mia crescita, tra attese e stupori. Avevo il suo poster sopra il mio letto, raccoglievo tutti gli articoli che lo riguardavano e tutte le sue foto, le sue figurine riempivano il mio diario scolastico, avevo il suo autografo e conoscevo tutto della sua carriera a memoria, come una poesia di Pascoli o di Carducci.

Diventò anche il beniamino degli operai meridionali della Fiat Mirafiori: rappresentava, con il suo successo sul campo, un simbolo di riscatto e di speranza. E lui era rimasto l’umile ragazzo di Catania, di quando era povero e orgoglioso e dietro a quel pallone inseguiva un futuro tutto da conquistare. Lui e quell’amore da romanzo con Anna, conosciuta ai tempi del Varese. Lui e quel suo continuo sognare un mondo colmo solo di felicità e bellezza. Lui e la sua rovesciata proletaria, le sue reti folgoranti, così belle da non sembrare nemmeno vere.

Anastasi ispirò anche Giovanni Arpino, che scrisse:

“Avrebbe dovuto conoscerlo Elio Vittorini. Perché Pietruzzu ricorda, in certi momenti, il ragazzo Rosario del mai finito romanzo ‘Le città del mondo’, cui Vittorini lavorava mentre Pietro era nato da poco. Quel Rosario pastore si avvicina col padre e il gregge dall’alto di un monte e vede per la prima volta una città. Subito la ritiene la Città Ideale, forse Gerusalemme. Così comincia non la vita, ma la leggenda popolare di Pietruzzu.

Robusto seppur piccolo, veloce e sgambettante, carico di fantasie da cortile che sapeva travasare con ilarità in area di rigore. Quando sbarcò a Torino, la leggenda si colorí con toni d’una ballata da cantastorie. Nel formicolio delle mansarde, negli agglomerati umidi delle periferie, ‘Pelé bianco’ portava lume con la sua acrobazia e il suo ciuffo. Era un vincente, era la conferma che il sogno della Città Ideale poteva venir inseguito anche in pantaloni corti, anche per soli novanta minuti domenicali”.

Mi manca, Pietro. Mi manca il suo abbraccio. Era una persona semplice e nel contempo profonda. Seguiva sempre la sua Juve con affetto e portava nel portafoglio la fotografia di lui ragazzino, raccattapalle allo stadio Cibali, al fianco del suo calciatore preferito: il gallese John Charles, soprannominato “Gigante buono”, per memorabili stagioni bomber di Madama. Lasciò il bianconero, per la mia malinconia, nel 1976, per andare all’Inter e Inter-Juve di domenica è anche la sua partita.

Ritorno a una mattinata di sole trasparente a Noto, prima della presentazione di un libro. Passeggiamo tra le vie antiche e lui, sorridendo, mi dice: “Sai, Darwin, della mia vita continui a sapere più cose tu di me”. E io ritornai, così, fanciullo, in curva, a seguire, scatto dopo scatto, dribbling dopo dribbling, quel numero 9 che era la mia felicità, il mio orizzonte, tra il verde del prato e l’azzurro del cielo.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:59:18 +0000

esteri

La zuppa visiva dei rivoltosi di Washington

L’intero perimetro del Campidoglio ora è protetto da recinzioni metalliche e dai militari con armi in pugno, i militari della Guardia Nazionale questa volta sono preparati. Ma preparati sono arrivati lo scorso 6 gennaio, anche i sostenitori di Trump: con il viso dipinto di rosso, bianco o blu, mantelli con bandiera (americana, ma anche dei confederati o con stampato a grandi caratteri nome Donald Trump) e abiti da supereroe; qualcuno addirittura in costume da Capitan America, qualcuno da Abramo Lincoln, c’era persino un da aquila calva, lo stemma usato per la certificazione dei documenti pubblicati dal governo federale.

Quello che indossavano i rivoltosi per molti è divenuto solo motivo di scherno: ma si tratta di una lettura profondamente sbagliata. Perché quel che hanno deciso di infilarsi i sostenitori di Trump è invece rilevante: è il prodotto derivato dalla videosfera in cui tutti - in ogni momento della nostra vita - siamo immersi: una zuppa particolarmente densa negli Usa.

Questo abbigliamento che comprendeva anche pelli di animali, giacche antiproiettile, equipaggiamenti tattici, persino una ghillie suit (mimetica per tiratori scelti) ha contribuito ad alimentare l’aggressività e il referente è preciso:  il salto di specie, lo ha fatto grazie ai videogiochi spara-tutto e a loro varianti praticate come pseudo-sport come il paintball, un gioco che ha lo scopo di conquistare la base avversaria eliminando l’avversario colpendolo con palline  di gelatina, riempite di vernice gialla, sparate mediante apposite attrezzature ad aria compressa chiamati marker.

La differenza è che a Capitol Hill di virtuale non c’era nulla e ognuna delle due squadre che si sono confrontate ha avuto vittime reali. Un poliziotto insanguinato sé stato bloccato a lungo stritolato dal battente di una porta, un altro ferito a morte da un estintore lanciatogli in testa, un terzo sbattuto sulla folla sottostante da una ringhiera. 

Le proteste hanno sempre avuto un’uniforme distintiva (si chiamavano sans coulotte i rivoluzionari francesi, i membri del Ku Klux Klan indossavano identici cappucci bianchi e più vicino a noi i sessantottini si riconoscevano per l’uso esibito dell’eschimo verde) ma questa volta la divisa è frantumata. Si è trattato solo di un assalto alla Bastiglia condotto da un cast alla Animal House? Certo Trump non è  possiede l’intelligenza di John Landis ma occorre chiedersi se nella attuale videosfera esista ancora il confine tra humor e horror, tra la figura del clown e i joker assassini di Batman… quello interpretato da Joaquin Phoenix pare davvero essere stato una premonizione.

Da sempre la differenza tra l’abito quotidiano e l’abito di scena cessa di esistere nel momento in cui chi lo indossa lo fa pensando a che parte vuole recitare nel contesto sociale: la migliore o la peggiore possibile.

In questo caso si è trattato di vestiti impossibili da ignorare, che si rifiutavano di rispettare le regole perché delle regole - stando all’appello lanciato del leader maximo - non ci si poteva fidare. 

Solo quattro giorni dopo il fatidico 6 gennaio in un’oscura sintonia è apparso un video postato via twitter Arnold Schwarzenegger recita il suo disappunto politico per 7’39”. Domenica 10 gennaio il divo di Conan il Barbaro e Terminator poi assurto al ruolo di governatore repubblicano della California collega la rivolta del Campidoglio a una furia che è stata un preludio all’Olocausto.

Schwarzenegger che pure milita tra le file del partito repubblicano è sempre stato critico nei confronti di Trump, e difatti lo descrive in questo video nel video come il “peggior presidente di sempre”. La scena intorno a lui è pensata. Seduto alla scrivania e fiancheggiato dalle bandiere americane e californiane, Schwarzenegger ha intrecciato le sue esperienze di europeo nato un Austria alla fine della seconda guerra mondiale a quelle a cui si è arrivati ad assistere negli Stati Uniti.

L’ex star di Hollywood paragona l’invasione del Campidoglio di Washington alla Kristallnacht del 1938 quando i nazisti misero a ferro e fuoco sinagoghe e negozi di proprietà ebraica: indica nei fans di Trump come “l’equivalente nazista dei Proud Boys”. In un appello alla ragionevolezza ha sottolinea la necessità della guarigione della nazione.

Poi arriva il colpo scena. Al 5’16” solleva uno spadone sino a quel momento non riconoscibile dalla scrivania “Now you see this sworld?” (^) e prosegue: 

“Questa è la spada di Conan” riferendosi al film interpretato nel 1982 “Una spada viene temperata e rafforzata picchiandola con un martello e poi riscaldandola e raffreddandola”. A questo punto la grinta si fa sempre più evidente. “La nostra democrazia è come l’acciaio di questa spada. Più è temperato, più diventa forte.”

Una colonna sonora di chiara ispirazione lirico-patriottica ha percorso tutto il tempo necessario al suo messaggio. Risultato ad oggi 36 milioni di visualizzazioni. Da sempre un’immagine vale più di 1000 parole.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:59:25 +0000

life

Olio di palma, la sostenibilitĂ  alla prova

Le campagne iniziate due anni fa per denunciare i disastri ambientali provocati dal dilagare delle piantagioni di palma da olio, soprattutto in Asia, hanno dato ottimi risultati. O almeno così sembra.

Il rapporto 2020 dell’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile conferma che il 92% dell’olio di palma usato dall’industria italiana è certificato RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), il migliore standard di certificazione internazionale. Con questo olio si rifornisce per esempio la Ferrero, principale acquirente italiano, che non ha voluto rinunciare all’olio di palma per il suo prodotto di punta, la Nutella.

Altri colossi italiani come Barilla, Galbusera o Balocco hanno invece sostituito questo prodotto con altri oli vegetali, che ormai coprono il 60% del fabbisogno totale. E qui si arriva al punto, perché l’industria dolciaria che rinuncia all’olio di palma ora usa soia, colza e girasole, senza preoccuparsi della provenienza. Infatti l’olio di girasole certificato come sostenibile è solo il 4,5% del totale, la soia sostenibile l’1,3%, mentre il resto è OGM proveniente dal Nord o dal Sud America.

Il problema non finisce qui. La palma da olio ha una capacità di produzione cinque volte superiore rispetto alle altre principali fonti di olio vegetale. Significa che, a parità di richiesta di mercato, per un ettaro di palma che si abbandona servono cinque ettari delle altre piante per produrre la stessa quantità di olio.

Anche i suoli soffrono meno con la palma che, in quanto albero da frutto, resta sul terreno almeno 20 anni, mentre gli altri oli si estraggono da piante annuali, con la conseguente erosione del terreno e l’eliminazione di qualsiasi altra specie vegetale o animale viva nella piantagione.

Le certificazioni meritano poi un’ulteriore riflessione, perché riguardano solo i processi in corso e non lo storico. Cioè non si va a considerare l’abbattimento delle foreste necessario per allestire la piantagione, ma si guarda soltanto come la si gestisce attualmente. Ci danno quindi una fotografia molto parziale della situazione.

A livello mondiale, bisogna constatare che la sensibilità sui temi ambientali ha ancora un basso appeal. Nonostante le pressanti campagne, soltanto il 19% dell’olio di palma globalmente prodotto è certificato, mentre per le altre coltivazioni, quasi tutte OGM, si tace. Il punto è che la quantità di materie prime consumate dall’industria di trasformazione è superiore a quanto la terra può produrre in modo sostenibile. Se tutta la coltivazione mondiale di cereali, piante da frutto, alberi da olio, tuberi, per non parlare degli allevamenti e della pesca, fosse ricondotta a criteri di sostenibilità, non ci sarebbe la materia prima necessaria per mantenere invariato il nostro livello (e modello) di consumo.

Il senso profondo del tanto deriso concetto di decrescita felice è proprio questo: non significa essere più poveri bensì più essenziali. Il non volerlo comprendere porta all’illusione, che ha soltanto il merito di mettere qualche anima in pace, che si possa agire su un determinato prodotto senza ricadute sulla produzione di altri, altrettanto o più insostenibili.

Il problema è quindi il modello agricolo che deve rispondere a un mercato senza limiti. L’andamento attuale iniziò nell’800 quando, abbagliati dai progressi della scienza e della tecnica, nemmeno si pensava alla possibilità di un esaurimento delle risorse, né all’ambiente. Oggi la situazione non è cambiata di molto: anzi, siamo molti di più e consumiamo più di prima. Ma almeno possiamo metterci il cuore in pace comprando la merendina palm oil free e credere che abbiamo fatto una buona azione. Peccato che il marketing verde, da solo, non salverà affatto il pianeta.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:59:29 +0000

life

"Il Covid-19 attacca aggredisce anche la bocca ed il cavo orale. Si creano delle lesioni, simili all’afta"
Close up of human mouth inner, oral health concept, 3D rendering

Il Covid-19 attacca aggredisce anche la bocca ed il cavo orale. È il risultato clinico al quale è giunta una ricerca dell’odontoiatra trapanese Stefania Morici pubblicata sulla rivista scientifica “Journal of Medical Research and Health Education”. Lo studio ha preso in considerazione la cavità orale in pazienti, italiani e spagnoli, affetti da Covid, e sottolinea come vi si creino delle lesioni, simili all’afta, arrivando ad un’ulcera coperta da pseudo-membrane sulla superficie del labbro che, a sua volta, diventa necrotico. In alternativa, compaiono delle vesciche.


“Essendo il cavo orale lo specchio delle patologie a livello sistemico, ci siamo chiesti se l’infezione da Covid-19 poteva avere delle manifestazioni cliniche, delle lesioni dettagliate che potevano differenziarle da altre patologie a livello orale - spiega Stefania Morici -. Applicando le valutazioni su Covid hospital, ci siamo resi conto che, sia a livello organico, sia a livello locale, esistevano lesioni che vanno in diagnosi differenziale, ma che sono specifiche per il Covid”.


Secondo le cartelle ed i rapporti clinici e fotografici dei pazienti (forniti dalla professoressa Galvan Casas dell’Università di Madrid e dal reparto di Pneumologia dell’ospedale di Trapani), la bocca è anche un bersaglio del Covid-19, il quale si manifesta con lesioni di tipo virale nella bocca e nei tessuti periorali, a seguito di immunosoppressione da cause virali. I pazienti affetti da Covid-19 con forme gravi della malattia - evidenzia lo studio - presentano “un’ipercheratinizzazione circolare dell’epitelio, con lisi ematica in superficie a livello gengivale. Il virus si replica nell’epitelio polmonare e, quindi, si diffonde nella pelle e nelle mucose sotto forma di piccole maculo-papule eritematose che si rompono e si sviluppano in eruzioni coperte da croste”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:59:42 +0000

life

"La Maskne è acne da mascherina. Per alcuni è come vivere una nuova adolescenza epidermica"

Per alcuni è come vivere una nuova adolescenza epidermica. L’uso prolungato della mascherina per difendersi dal contagio di covid-19 ha causato per alcuni la comparsa di una particolare tipologia di acne legata all’utilizzo di questo dispositivo di protezione individuale. “Maskne” - dalla fusione delle parole “mask” (mascherina in inglese) e “acne” - è il termine con il quale viene identificata questa patologia.

Schermare il volto per evitare la diffusione dei droplets resta una delle principali armi a disposizione per contenere la diffusione della pandemia di coronavirus, non è in questione dunque la possibilità di rinunciare alla mascherina per lenire gli effetti della Maskne. Come fare allora per controllarla? Lo abbiamo chiesto al dermatologo Marco Romanelli, coordinatore per la regione Toscana di SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse.

Professor Romanelli, cos’è la Maskne e come si verifica?

È una variante clinica di acne ad eziologia principalmente meccanica e dovuta all’uso prolungato di dispositivi di protezione individuale, quindi mascherine utilizzate durante la pandemia Covid-19. Le mascherine provocano un incremento della temperatura cutanea, che a sua volta incrementa il tasso di secrezione di sebo. Il microbioma della cute del volto si modifica per la variazione di questi parametri oltre alla variazione del ph cutaneo.

Chi colpisce maggiormente?

Principalmente soggetti che presentano già una patologia cutanea del volto come acne, dermatite seborroica, rosacea, dermatite periorale. Inoltre colpisce prevalentemente personale sanitario costretto ad utilizzare le mascherine per periodi prolungati causa i turni di lavoro in reparti Covid.

Come riconoscerla e distinguerla da altri sfoghi?

Si riconosce dalla presenza di lesioni elementari che la contraddistinguono e che sono le lesioni dell’acne volgare e non delle dermatiti del volto di altra eziologia. Le lesioni di maskne sono comedoni, papule, pustole e si localizzano principalmente nella sede di applicazione della mascherina.

C’è un tipo di mascherina che la provoca maggiormente?

Non esistono ad oggi evidenze che alcune mascherine possano provocare maskne più di altre. La comparsa è legata solamente al loro utilizzo prolungato.

Esiste un modo per prevenirla?

Bisogna consigliare chi indossa le mascherine di non farlo per periodi troppo prolungati, le mascherine chirurgiche dovrebbero essere cambiate ogni 4 ore.

Come controllarla?

I prodotti da utilizzare a livello locale devono essere scelti in base alla tipologia di cute che dobbiamo trattare: grassa, secca, mista. È necessaria una corretta pulizia quotidiana del viso con detergenti specifici per la tipologia di cute. Il viso deve essere idratato con prodotti, sempre correlati al tipo di cute. Queste semplici accortezze possono risultare efficaci per lenire la patologia.  

Il trucco può peggiorarla?

Il trucco può peggiorare questa patologia perché accentua i parametri fisico-chimici della cute (pH, temperatura) creando una maggiore occlusione nell’interfaccia tra mascherina e superficie cutanea.

Quali altri problemi alla pelle può causare la mascherina?

La mascherina può causare principalmente delle lesioni da pressione sulla cute del volto nelle sedi di appoggio. Le lesioni che hanno aspetto principalmente lineare e figurato, sono caratterizzate da un eritema, che può presentare una microvescicolazione, erosioni cutanee, vere e proprie ferite, che poi evolvono in cicatrici ipertrofiche. Queste lesioni possono essere permanenti in alcuni soggetti predisposti allo sviluppo. La cute del volto in generale è molto cosmetica e consente un recupero eccellente dei danni subiti, questo a causa dell’elevato ricambio metabolico della sede interessata.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:47:02 +0000

politica

Calenda twitta telefonata del "costruttore" Mastella che si inalbera: "squallore umano incredibile"

Botte da orbi tra Carlo Calenda e Clemente Mastella all’ombra della crisi di governo. Con il primo che rivela di aver ricevuto l’offerta di un ok a Conte in cambio dell’appoggio del Pd a sindaco di Roma e il secondo che lo accusa di “squallore umano”.

“Comunque anche io ho avuto l’onore di una telefonata del simpatico Clemente. Una roba tipo tu appoggi Conte e il Pd appoggia te a Roma. Scarsa capacità di valutare il carattere degli uomini. O quanto meno il mio. #costruttori del nulla”. Così su twitter il leader di Azione.

 

“Sei una persona di uno squallore umano incredibile”. La replica di Clemente Mastella in una nota. “Ti ho telefonato per chiederti cosa facevi e mi hai detto che eri contro Renzi. Allora sei per il Pd? No, mi hai risposto: ‘il Pd mi dovra’ scegliere per forza come candidato sindacò. Poi hai aggiunto: ‘ne parlo’. Quanto a me, non ho alcuna titolarità per parlare a nome del Pd. Sei rimasto quello che conoscevo all’epoca del Cis di Nola, che era il referente per le segnalazioni. Ruolo modesto, perchè sei moralmente modesto”, conclude Mastella in una nota, “in risposta al Pariolino Calenda”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:48:19 +0000

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