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News welfare e previdenza da collettiva.it (CGIL)

#scioperi #lavoro #vertenze #CGIL

News n. 1
Online lo Sportello sociale dello Spi Cgil Monza e Brianza

Sarà online lo Sportello sociale dello Spi Cgil Monza e Brianza. Ad annunciarlo Anna Bonanomi, la segretaria generale del sindacato pensionati del territorio. Trasmissioni a cadenza settimanale con un proprio format definito nelle quali saranno trattati numerosi temi. Alla prima puntata, prevista per mercoledì 20 gennaio alle ore 11:00 e dedicata al piano di vaccinazione Covid-19, parteciperanno la stessa Anna Bonanomi, Maria Nella CazzanigaCosetta Lissoni e Mario Castiglioni, ideatori e promotori dello Sportello sociale in Brianza.

“Con questa iniziativa rafforziamo la nostra vicinanza alla popolazione più fragile, offrendo loro un canale in più di aiuto. Con la pandemia le persone trovano ancora maggiori difficoltà nel risolvere i tanti problemi che si trovano ad affrontare e le possibilità di relazione si sono complicate. La rete diventa perciò un'opportunità in più per superare queste barriere”, spiega la segretaria generale dello Spi in Brianza.

“L'iniziativa è resa possibile grazie alla grande disponibilità dei collaboratori dello Sportello sociale dello Spi Cgil della Brianza – aggiunge Anna Bonanomi –, persone competenti, disponibili e capaci di mettersi in gioco ancora una volta nonostante le mille difficoltà e che hanno imparato in fretta a destreggiarsi con le nuove modalità di comunicazione. Un esempio sicuramente da seguire”.

L'esperienza dello Sportello sociale è un'iniziativa che lo Spi Cgil di Monza e Brianza porta avanti da anni presso la sede di Monza e in molti Comuni della provincia. Si tratta di luoghi aperti dedicati alle persone che hanno la necessità di conoscere quali sono i diritti di chi si trova in condizioni di non autosufficienza totale o parziale, disabili, portatori di handicap o in condizioni di invalidità o inabilità. Oggi, di fronte alle difficoltà per queste persone di accedere ai punti di ascolto a causa delle restrizioni imposte per il contenimento della pandemia da Covid-19, l'idea è stata quella di affiancare allo Sportello sociale tradizionale, una diversa e ulteriore modalità per informare e fornire indicazioni concrete, quella appunto online.

Le dirette saranno trasmesse tramite la pagina Facebook dello Spi Cgil di Monza e Brianza e il canale YouTube della Cgil di Monza e Brianza. Il video della trasmissione sarà successivamente disponibile anche sui siti web https://spicgilbrianza.it/ e www.cgilbrianza.it

 

 

Data articolo: Thu, 14 Jan 2021 10:30:24 GMT
News n. 2
La Toscana premia i lavoratori della sanità

Buone notizie per i lavoratori della sanità in Toscana. Grazie ad un recente accordo tra la Regione e i sindacati ai 50 mila addetti della sanità verrà garantito l'aumento dei fondi contrattuali per circa 20 milioni di euro, necessari a corrispondere il salario accessorio al numeroso personale neo assunto, mantenendo inalterate indennità ed incentivi per chi era già in servizio. L'intesa firmata il 7 gennaio scorso prevede anche l'istituzione di un luogo permanente di confronto con le organizzazioni sindacali, individuando fin da ora alcuni aspetti e problemi sui cui intervenire per migliorare il lavoro quotidiano del personale del Servizio sanitario regionale.

Ma le novità sono tante. Vediamole. Per quanto riguarda i concorsi è stato stabilito che entro il primo trimestre 2021 saranno banditi da Estar nuovi concorsi a tempo indeterminato per Oss ed Infermieri, mentre la Regione Toscana si è impegnata a predisporre gli atti necessari a stabilizzare il personale precario che ha i requisiti di legge

Per quanto riguarda i problemi della mobilità, si è deciso che entro il 30 aprile usciranno i bandi regionali di mobilità (volontaria e per scambio) tra le Aziende Sanitarie della Toscana gestite da Estar. Questo nuovo meccanismo avrà l'obiettivo di avvicinare i lavoratori al territorio di provenienza.

Novità anche sul salario. Su richiesta del sindacato la Regione provvederà ad aumentare i fondi di contrattazione aziendale ( quelli con cui si paga la produttività, le fasce, lo straordinario etc.) all'aumentare del numero di personale assunto. Questa operazione per l'anno 2020 vale circa 20 milioni di euro. Inoltre sarà aumentato di 4 milioni di euro il Fondo condizioni di lavoro anche al fine di riconoscere l'indennità di Malattie infettive ai reparti Covid ed alle situazioni assimilabili di carattere ospedaliero e territoriale comprendendo l'insieme delle figure professionali impegnate. Le modalità saranno definite dalla contrattazione aziendale. Si tratta di un primo passo importante, ma non conclusivo, verso il riconoscimento di questa indennità per l'intero periodo Covid.

L'intesa prevede anche l'istituzione di un luogo permanente di confronto con le organizzazioni sindacali, individuando fin da ora alcuni aspetti e problemi sui cui intervenire per migliorare il lavoro quotidiano del personale del Servizio sanitario regionale. “La nostra linea – commenta l'assessore Bezzini – è quella dell'ascolto e della concertazione per costruire un forte e positivo sistema di relazioni con tutti i soggetti protagonisti del Ssr. L'obiettivo primario è quello di valorizzare le persone e le loro professionalità e andremo avanti su questa strada per rafforzare il nostro sistema con nuove assunzioni e stabilizzazioni”.

Da parte loro, i sindacati Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl dichiarano che non avrebbe potuto determinarsi un incremento in automatismo e che era necessario procedere ad una specifica intesa in tal senso: questo impegno rappresenta una prima svolta nelle politiche del personale della sanità Toscana.

Ulteriori 5 milioni sono stati poi destinati all'estensione dell'indennità di malattie infettive, come riconoscimento economico per i lavoratori impegnati quotidianamente nella lotta contro il Covid-19. L'intesa costituisce una sorta di protocollo orientato al medio termine, propedeutico all'elaborazione di atti regionali e di ulteriori intese su specifici temi, che già affronta e dà soluzione ad alcune questioni di notevole importanza:- il rafforzamento degli organici delle strutture sanitarie, sia attraverso il consolidamento degli incrementi di personale effettuati nel corso dell'anno 2020 che sviluppando nuovi piani di reclutamento in base alle risorse che verranno assegnate nel 2021 dal livello nazionale;- una gestione più equilibrata delle risorse umane impiegate anche attraverso la realizzazione di un più efficiente sistema di mobilità volontaria sia in ingresso che tra le diverse aziende del Ssr - la messa in atto di una strategia di gestione del personale basata allo stesso tempo sullo sviluppo delle professionalità interne al sistema e su un'accresciuta attenzione al benessere lavorativo ed ai temi legati alla sicurezza e la salute degli operatori e degli ambienti di lavoro.

Entro gennaio, Regione e sindacati si confronteranno sia su una linea guida inerente le modalità di gestione del personale nelle eventuali fasi di medio/alta emergenza sanitaria. Soddisfazione del gruppo dirigente. I tre segretari regionali Bruno Pacini, Marco Bucci e Mario Renzi rispettivamente Cgil, Cisl e Uil Funzioni Pubbliche, indicano l'intesa come un punto avanzato e di svolta nelle relazioni con l'assessorato regionale.

 

 

Data articolo: Thu, 14 Jan 2021 08:13:00 GMT
News n. 3
Presentazione XI rapporto sulla contrattazione sociale territoriale


Webinar in programma mercoledì 13 gennaio a partire dalle 10:15
Introduzione Nicola Marongiu, Coordinatore Area del Welfare CGIL

Presentazione rapporto:
I dati e le tendenze, Beppe De Sario, Ricercatore FDV
L'approfondimento monografico, Maria Guidotti, CGIL / Bruno Pierozzi, SPI

La contrattazione sociale nell'anno della pandemia: uno sguardo sul welfare locale
Coordina Fulvio Fammoni, Presidente Fondazione Di Vittorio
Partecipano:
Daniela Cappelli, Segretaria Nazionale SPI
Rossana Dettori, Segretaria Nazionale CGIL
Gianmario Gazzi, Presidente CNOAS
Angelo Marano, Direttore Generale MLPS Per la lotta alla povertà e per la programmazione sociale
Livia Turco, Presidente Fondazione Nilde Iotti
Edi Cicchi, Presidente della Commissione Welfare e politiche sociali ANCI

Data articolo: Wed, 13 Jan 2021 09:26:00 GMT
News n. 4
Roma: sindacati, servizi sociali da rafforzare
“Temiamo che ci sia l'intenzione di Roma Capitale di dare un duro colpo ai servizi sociali della città. Abbiamo già denunciato l'assenza dei rappresentanti dell'amministrazione interessati, in primis l'assessore al bilancio e l'assessore alle politiche sociali, alla commissione trasparenza del 30 dicembre scorso. Anche l'appello rivolto alla stessa sindaca Raggi, per risolvere le tante questioni aperte, è rimasto finora inascoltato. Per questo, anche in presenza di una convocazione indetta dall'assessore Mammì, come già annunciato, ci troviamo costretti ad avviare iniziative di mobilitazione: il 13 gennaio, alle 10, saremo in presidio sotto l'assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma capitale, in viale Manzoni, anche per continuare a sensibilizzare l'opinione pubblica su un tema urgente quanto delicato”, dichiarano Fp Cgil di Roma e Lazio, Cisl Fp Roma capitale Rieti, Uil Fpl Roma e Lazio e le centrali cooperative Agci solidarietà Lazio, Confcooperative Federsolidarietà Lazio e Legacoopsociali Lazio.

“L'assistenza domiciliare, l'assistenza all'integrazione degli alunni disabili e quella agli anziani hanno già pagato il prezzo delle riduzioni e delle tardive rimodulazioni, non garantite in modo omogeneo sul territorio, a cui si sono aggiunte problematiche nella fatturazione per i servizi svolti. Oltre alla necessità di affrontare una volta per tutte le tante questioni aperte, è urgente scongiurare che il bilancio 2021 preveda un netto taglio a questi servizi. Il welfare cittadino, già provato da anni di disinvestimenti, va, al contrario, rinforzato: i fondi per il sociale non possono essere stanziati sullo storico del 2020, anno in cui ci sono state forti flessioni di servizio per il Coronavirus, quanto piuttosto devono essere usati i risparmi di spesa prodotti nel 2020 per recuperare le ore non erogate nell'anno appena concluso e implementare i servizi, vista l'emergenza sociale creata dal perdurare della pandemia. Il rischio è che siano lavoratori e famiglie, già in difficoltà, a pagare la miopia dell'amministrazione e l'ulteriore contrazione dei servizi” - aggiungono le organizzazioni.

“È necessario un confronto continuo, che porti all'emanazione di linee guida da parte dei dipartimenti competenti e della Ragioneria generale dello Stato per far sì che, anche se a posteriori, siano chiare e uniformi le modalità di riconoscimento economico legate alle attività dei servizi rimodulati (assistenza domiciliare, Cepa, centri diurni, ecc.) e riconoscere agli enti gestori i maggiori oneri per l'attuazione di tutte le misure di sicurezza previste per il contenimento del contagio da Covid-19 (adozione di protocolli organizzativi, forniture di dpl, ecc). Inoltre, deve essere finalmente superato il ritardo, da parte di Roma capitale, relativo all'adeguamento delle tariffe dei servizi all'aumento previsto dal ccnl Cooperative sociali, rinnovato già da due anni. I servizi alla persona non possono sottostare a mere logiche di contabilità, in gioco, ci sono qualità e condizioni di vita della parte più fragile della società, a cui l'amministrazione cittadina ha il dovere di dare una risposta adeguata ed estesa” - concludono le diverse sigle sindacali. 

Data articolo: Sat, 09 Jan 2021 13:52:00 GMT
News n. 5
Cgil: più medicina territoriale

 “Occorre restituire maggiore forza al Ssn pubblico e universale, indebolito da anni di tagli. È necessario approvare urgentemente un Piano nazionale per potenziare, in tutto il Paese, il sistema di prevenzione e la rete dei servizi socio sanitari territoriali. Un Piano che va finanziato anche con un uso mirato dei fondi europei: del Recovery Plan, che risulta ancora insufficiente, e del MES”. Così la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettori nel corso dell'audizione tenutasi ieri in Commissione Sanità del Senato sul potenziamento e sulla riqualificazione della medicina territoriale nell'epoca post Covid.

“Il potenziamento della rete dei servizi territoriali è indispensabile, sia per rendere più efficiente il piano vaccini, che per assicurare interventi sociali e sanitari integrati nei luoghi dove vivono le persone: a domicilio, nelle case della salute, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Questo – ha sostenuto la dirigente sindacale – può evitare di sovraccaricare l'ospedale di funzioni improprie, serve per riconvertire e riqualificare anche Rsa e case di riposo, e per sostenere il diritto delle persone, soprattutto di quelle anziane non autosufficienti, a vivere ed essere curate a casa propria”.

Dettori ha sottolineato infine che per realizzare tutto ciò “occorre valorizzare e potenziare la principale risorsa del welfare: le persone che lavorano nei servizi socio sanitari. Servono piani di assunzione, formazione e una maggiore integrazione fra i diversi professionisti, a partire dai medici di medicina generale che devono essere inseriti nel SSN con tutte le figure sanitarie e sociali come infermieri di comunità, educatori, assistenti sociali, psicologi, tecnici, terapisti della riabilitazione, Oss”. 

 

Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 11:11:50 GMT
News n. 6
Un diritto finalmente riconosciuto

Molto positivo l'intervento nella Legge di Bilancio 2021, che riconosce in maniera piena la contribuzione previdenziale riferita ai periodi di lavoro come part-time verticale ciclico. Per noi, che per anni abbiamo sostenuto questa battaglia, è una vittoria importante.

Infatti, a questi lavoratori, non venivano riconosciuti ai fini del calcolo dell'anzianità contributiva necessaria per acquisire il diritto alla pensione, i periodi di sosta lavorativa, nonostante la Corte di Giustizia Europea avesse affermato già nel 2010 che la disciplina italiana in materia di trattamento pensionistico prevista per i lavoratori a tempo parziale di tipo verticale ciclico fosse discriminatoria rispetto agli altri lavoratori.

Principio di discriminazione recepito in moltissime sentenze, anche di Cassazione, che condannavano l'Inps a riconoscere la valorizzazione, ai fini dell'anzianità contributiva, di tali periodi di sosta.

Il mancato riconoscimento di un diritto che ha costretto migliaia di lavoratori, spesso lavoratrici donne, a lavorare molti più anni per raggiungere il traguardo pensionistico - una vera ingiustizia!

Moltissime le cause portate avanti in questi anni dalle nostre categorie attraverso il Patronato Inca Cgil, al fine del riconoscimento di questo diritto, concesso sempre in via giudiziale, con la condanna dell'Inps al risarcimento delle spese legali, con uno sperpero, quindi, di risorse pubbliche rilevanti.

In dettaglio, la disposizione normativa inserita nella Legge di Bilancio prevede che per i contratti di lavoro a tempo parziale verticale, in corso al 1.1.2021 o che abbiano decorrenza successiva, il numero delle settimane da considerare per l'anzianità utile ai fini del diritto al trattamento pensionistico si determini rapportando il totale della retribuzione annua percepita al minimale contributivo settimanale (206,23€, nel 2020).Invece, per i contratti di lavoro a tempo parziale già esauriti al 1.1.2021, il riconoscimento delle settimane sarà condizionato alla presentazione di un'apposita domanda, corredata da idonea documentazione. In ogni caso, la nuova disposizione potrà determinare la liquidazione di trattamenti pensionistici con decorrenza successiva al 1.01.2021.

Questa misura permetterà, secondo stime Inps, un accesso al pensionamento (anticipato o di vecchiaia ) a circa 5.000 persone già nel 2021, numeri notevoli, considerando soprattutto l'attuale fase emergenziale legata al Covid-19 e alla crisi economica che si sta determinando con le sue ricadute negative sul mercato del lavoro, in settori dove sono frequenti contratti di lavoro a part time verticale – basti pensare, solo per fare qualche esempio, ai lavori stagionali (non solo quelli legati al turismo) e al settore della ristorazione in particolare delle mense.

Si tratta di un risultato politico importante che si è ottenuto attraverso la mobilitazione di lavoratrici e lavoratori che con iniziative, presidi e tantissimi ricorsi legali, hanno indotto il Governo ad un intervento risolutivo, che permetterà finalmente ai lavoratori in part time verticale di poter accedere al pensionamento, considerando tutti gli anni di lavoro al pari di tutti gli altri lavoratori.

Ezio Cigna è responsabile della Previdenza della Cgil nazionale

Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 08:44:46 GMT
News n. 7
Part-time verticale ciclico: ecco la novità

È arrivata una svolta sul part-time verticale nella legge di bilancio 2021, approvata dal Parlamento a fine anno. Viene introdotto infatti il pieno riconoscimento dell'anzianità lavorativa ai fini pensionistici per i lavoratori in part-time verticale ciclico del settore privato. Nel particolare, la novità è contenuta nell'articolo 1 comma 350 della legge, che nella prima stesura era l'articolo 63: si stabilisce una nuova modalità di calcolo dell'anzianità di contribuzione per chi ha un contratto di lavoro "a tempo parziale verticale ciclico". Vi accedono in pratica coloro che prestano servizio a tempo pieno alcuni giorni e altri non si recano al lavoro. 

Così recita l'articolo 1 comma 350: "Per i contratti di lavoro a tempo parziale in corso dalla data di entrata in vigore della legge (1° gennaio 2021) o con decorrenza iniziale successiva, il numero delle settimane da includere nel computo dell'anzianità utile ai fini del diritto al trattamento pensionistico va determinato rapportando il totale della contribuzione annua al minimale contributivo settimanale; per i contratti di lavoro a tempo parziale già esauriti prima della suddetta data, il riconoscimento delle settimane in oggetto è subordinato alla presentazione di apposita domanda dell'interessato, corredata da idonea documentazione".

Le settimane non lavorate sono quindi da includere nel conteggio dell'anzianità necessaria per accedere alla pensione. La modifica riguarda i requisiti temporali e non gli importi contributivi. Prima di questa misura si poneva un problema di diritto: il part-time verticale doveva lavorare più anni per accedere alla pensione, perché i vuoti contributivi non venivano conteggiati, nemmeno laddove la retribuzione annuale superava il minimale stabilito dalla legge del 1984.

La legge di bilancio interviene sulla materia, sulla quale l'Inps prevede un trattamento differenziato: ai part-time ciclici riconosce infatti solo l'anzianità relativa ai giorni lavorati, con un notevole allontanamento del momento di accesso alla pensione. La misura riguarda il privato e non il pubblico, dove il riconoscimento è sempre stato pieno. 

Data articolo: Tue, 05 Jan 2021 18:34:00 GMT
News n. 8
Esodati: Cgil, salvaguardia è passo fondamentale

“È molto importante che nella prossima legge di bilancio vi sia l'intervento di salvaguardia a favore degli ultimi lavoratori esodati, e che siano stati quindi superati i rilievi, per noi incomprensibili, che erano stati sollevati nel merito del provvedimento”. Così il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli: “Se confermato con l'approvazione della norma, questo sarà un passo importante verso la risoluzione definitiva del problema esodati, obiettivo cui come sindacato non abbiamo mai voluto rinunciare”. E così conclude: “Per noi, comunque, il problema di chi a una certa età si trova a non avere né un lavoro né una pensione andrà affrontato strutturalmente anche con altre misure, all'interno di un'auspicabile riforma del sistema previdenziale”.

Data articolo: Wed, 23 Dec 2020 13:20:11 GMT
News n. 9
La salute, un diritto ancora da realizzare

Regione che vai, sanità che trovi. O quasi. Questo è uno dei principali problemi del nostro servizio sanitario nazionale, e la pandemia l'ha reso evidente. Nonostante i livelli essenziali di assistenza siano nazionali, la possibilità di ottenerli cambia secondo il territorio dove si risiede. Non è caso che anche in periodi normali la migrazione sanitaria dalle regioni del Sud a quelle del Nord sia frequentissima. Anzi, è bene ricordare che parte rilevante delle risorse con cui si implementano le casse di alcune regioni, a cominciare dalla Lombardia, è costituita da quanto Calabria, Campania, Sicilia - ad esempio - versano per i servizi sanitari ricevuti dai propri cittadini costretti a rivolgersi fuori regione per trovare risposte ai propri bisogni di salute. Ma l'articolo 32 della Costituzione afferma che il diritto alla salute deve essere assicurato a tutti i cittadini e le cittadine. Questo è uno dei primi problemi che richiama la segretaria nazionale della Cgil Rossana Dettori,

Il coronavirus, inoltre, ha mostrato i danni che un decennio di tagli al servizio sanitario nazionale ha causato: mancano all'appello, infatti, ben 37 miliardi. Sarà un caso, ma è esattamente quando spetterebbe all'Italia se si attivasse il Mes. Serve ricostruire la sanità di territorio e di prossimità, riorganizzare e rafforzare il sistema ospedaliero, garantire fin da subito che chi ha patologie diverse dal Covid possa trovare risposte al proprio bisogno di salute, a cominciare dall'abbattimento delle liste di attesa che in questi mesi, invece che ridursi, si sono allungate. Servono risorse e molte: i 9 miliardi previsti per la sanità dalla bozza del Piano per la rinascita e la resilienza, da realizzare con le risorse del Next Generation Eu, secondo la dirigente sindacale "sono davvero troppo pochi e ci vuole l'impegno di tutti affinché vengano aumentati".

Come troppi pochi continuano a essere gli operatori sanitari, medici, infermieri ed infermiere, professionisti della sanità, operatori e operatrici in appalto. Occorre un grande piano di assunzioni, la stabilizzazione dei precari- che sono tanti - e occorre prevedere che l'università si metta al servizio del bisogno di professionisti che questa pandemia ha manifestato. Il danno che il numero chiuso per le professioni sanitarie e le poche borse di specializzazione per i medici attivate ogni anno, sono sotto gli occhi di tutti. Molte regioni hanno dovuto far appello ai medici in pensione per cercare di fronteggiare il virus. Che il 2021 sia l'anno del rilancio del servizio sanitario nazionale.

Data articolo: Tue, 22 Dec 2020 10:49:08 GMT
News n. 10
Esodati, approvato emendamento per soluzione definitiva

“Dopo tante sollecitazioni e iniziative del sindacato e del comitato esodati, in Parlamento qualcosa si è finalmente mosso nella direzione di una soluzione definitiva del problema. Attendiamo l'approvazione del provvedimento, sarebbe un risultato molto importante, che auspichiamo da tempo”. È quanto dichiara il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli a proposito dell'emendamento approvato in Commissione Bilancio della Camera che prevede una nona salvaguardia per gli esodati.

“Da anni alcune migliaia di persone, prevalentemente donne, sono senza lavoro e senza pensione. Ci auguriamo – conclude Ghiselli – che l'emendamento diventi norma e sani finalmente questa situazione profondamente ingiusta”.

Data articolo: Mon, 21 Dec 2020 13:55:00 GMT
News n. 11
Fronte comune contro la crisi

Piccola rivoluzione nell'Alto milanese, grazie alla sottoscrizione, nel mese di novembre, del primo “Protocollo Territoriale della Consulta Economia e Lavoro”, il primo passo per avviare un importante processo di costruzione di una strategia locale che sappia fronteggiare e governare la situazione di criticità che sta vivendo l'economia della zona.

Nell'intenzione dei firmatari del documento, lo sviluppo di sinergie e la ricerca di meccanismi di raccordo e di cooperazione tra i diversi attori per agire su nodi più che mai importanti, quali gli investimenti per il lavoro e lo sviluppo locale, l'integrazione tra le politiche attive del lavoro, quelle formative e quelle sociali, il coordinamento del welfare contrattuale con quello pubblico, la delicatissima gestione degli appalti. 

Il Protocollo è stato sottoscritto da tutti i soggetti di rappresentanza politica, economica e sociale: associazioni datoriali (Confindustria, Confartigianato, Confcommercio), sindacati (Cgil Ticino Olona, Cisl Milano Metropoli, Uil Lombardia e Milano), rappresentanti delle istituzioni che operano sul territorio (Conferenza dei Sindaci dell'Alto Milanese) ed EuroLavoro – Afol Ovest Milano (in quanto soggetto a controllo pubblico con delega alla gestione dei servizi al lavoro e alla formazione).

“È fondamentale, ma non affatto scontato – ha dichiarato in una nota Jorge Torre, segretario generale della Cgil Ticino Olona – che, in particolare di fronte all'emergenza sanitaria, sociale ed economica, ci sia un impegno comune ad agire con senso di responsabilità e collaborazione per costruire una risposta territoriale che vada oltre quella delle singole organizzazioni. Rispetto ai contenuti – si legge nel comunicato – il protocollo intende occuparsi della costruzione di una rete territoriale che sia capace di promuovere la riqualificazione e ricollocazione (utilizzando gli strumenti a disposizione ad ogni livello) di chi ha perso il lavoro, o sta beneficiando degli ammortizzatori sociali,  cercando di rispondere ai bisogni di numero sempre più crescente di lavoratori interessati da processi di trasformazione sia della struttura economica che delle competenze a loro richieste per rimanere nel mercato del lavoro”.

A pesare, nella situazione attuale del territorio, anche l'emergenza sanitaria, che impone un confronto urgente sui nuovi bisogni emersi e rende sempre più necessario rafforzare l'integrazione tra welfare pubblico (Piano di zona, aziende sociali) e strumenti di welfare contrattuale. 

Per quanto riguarda gli appalti, ha scritto Jorge Torre, “per evitare che diventino un'occasione per infiltrazioni della criminalità organizzata e dove è frequente lavorare senza alcuna tutela, sicurezza o garanzia economica,  si intendono definire i principi che devono regolare gli appalti pubblici, le gare e le procedure di affidamento diretto,  rifiutando il criterio del massimo ribasso e prevedendo, ad esempio, che i soggetti che si aggiudicano l'appalto applichino i contratti collettivi nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”.

La Consulta Economia e Lavoro si riunirà mensilmente per monitorare il funzionamento del presente protocollo e per sviluppare i singoli temi, a partire dagli investimenti pubblici e privati, dall'analisi dell'evoluzione della natura produttiva ed economica del territorio, delle aree dismesse e della nuova struttura del sistema socio sanitario. 

“Questo protocollo rappresenta un tassello importante per affrontare seriamente ed insieme i problemi del territorio dell'Alto Milanese”. 

 

 

Data articolo: Fri, 11 Dec 2020 13:55:29 GMT
News n. 12
Uscite di sicurezza

Ci sono importanti risultati raggiunti dai sindacati (primo fra tutti le nuove norme sul part-time verticale, che introducono il diritto alla pensione completa per migliaia di lavoratrici e lavoratori) ed altri obiettivi per ora rimandati al prossimo anno. In particolare, le richieste che la Cgil ha ribadito al governo a proposito della stesura della legge di bilancio e che i sindacati confederali hanno discusso durante la trattativa con la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, si basano sulle questioni considerate più urgenti, mentre la riforma previdenziale vera e propria che dovrà sostituire la legge Fornero con una nuova flessibilità in uscita dal lavoro sarà oggetto del confronto politico del prossimo anno. La riforma dovrà infatti entrare in vigore alla scadenza di Quota 100 prevista per il dicembre 2021.

Vediamo quindi quali sono le misure che saranno inserite nella manovra e quali rimandate. Per quanto riguarda la legge di bilancio, la Cgil ha ribadito l'urgenza della soluzione definitiva degli esodati (lavoratori che si sono trovati fuori dalle loro aziende senza stipendio e senza pensione), il riconoscimento della fragilità all'interno delle categorie dell'ape sociale e dei precoci, l'allargamento della platea dei disoccupati per l'ape sociale e i lavoratori precoci e un possibile intervento per ridurre l'impatto del Pil negativo sulla rivalutazione del montante contributivo. Da parte dei sindacati dei pensionati si ribadiscono contemporaneamente i temi dell'allargamento della platea dei beneficiari della quattordicesima e della rivalutazione delle pensioni in essere. Rimane (per ora) sullo sfondo la richiesta di una legge nazionale per la non autosufficienza.

Nell'incontro di metà ottobre tra governo e sindacati si era definito il “pacchetto previdenziale” da inserire nella manovra: oltre alla proroga dell'Ape sociale e Opzione donna si parlò anche delle altre misure di flessibilità in uscita, utilizzando maggiormente strumenti come l'isopensione e i contratti di espansione. Si tratta di misure di accompagnamento alla pensione per tentare di alleggerire l'impatto della crisi sui posti di lavoro una volta chiusa la fase del blocco dei licenziamenti. Per quanto riguarda l'Ape sociale si era parlato di una possibile estensione a nuove categorie di lavoratori fragili e ai disoccupati senza Naspi.

Quello che c'è 
Per la proroga dell'Ape sociale per l'anno 2021, la proroga di Opzione donna, con la possibilità del perfezionamento del requisito contributivo entro il 31 dicembre 2020 e il riconoscimento pieno della contribuzione previdenziale per il lavoro svolto a part-time verticale ciclico il risultato è raggiunto. Positivo anche l'intervento normativo (articolo 64) per quanto riguarda i lavoratori del settore della produzione di materiale rotabile ferroviario, esposti all'amianto, un provvedimento fermo da tempo, che prevede il pensionamento di tutti coloro che avranno i requisiti certificati entro il 31 dicembre ai sensi della legge n.208 del 28 dicembre 2015, ma, anche, la previsione delle platee e delle risorse necessarie per gli anni successivi. Su tutto il resto c'è ancora da lavorare molto.

Quello che manca
Nel testo della legge di bilancio sono assenti altri argomenti e problemi importati. Tra questi il riconoscimento della fragilità all'interno delle categorie dell'ape sociale e dei precoci, l'allargamento della platea dei disoccupati per l'ape sociale e precoci, la soluzione al problema del Fondo lavoratori esattoriali, nonostante. gli impegni presi dalla ministra Catalfo al tavolo con i sindacati. In alto mare la discussione sui possibili interventi per ridurre l'impatto del Pil negativo sulla rivalutazione del montante contributivo. Del tutto insufficiente l'intervento sul contratto di espansione all'art.62, che nel 2021 prevede la possibilità di attivazione nelle aziende con più di 500 dipendenti, soglia che la Cgil aveva chiesto di abbassare a 15, anche in relazione all'attuale fase emergenziale, che determinerà una ricaduta importante sull'occupazione.  Secondo la confederazione di Corso d'Italia, sarebbe inoltre necessario prorogare anche per il 2021 l'isopensione fino a 7 anni e introdurre la Naspi per il primo periodo di isopensione, garantendo così misure e strumenti da gestire a livello aziendale nelle situazioni di crisi o ristrutturazioni aziendali. E' stata poi accontanata (almeno per quanto riguarda la Legge di Bilancio) la proposta dei sindacati di istituire una pensione di garanzia per tutti i giovani, soprattutto per quelli che oggi hanno contratti e inquadramenti precari.

Un risultato importante
Per il segretario confederale Cgil, Roberto Ghiselli, “la proposta di legge di bilancio contiene in materia previdenziale alcuni punti per noi importanti che avevamo posto al tavolo di confronto con il ministro Catalfo”.  Per Ghiselli, in particolare, “il risultato più importante, frutto della costante iniziativa del sindacato, anche con delle cause legali vinte, è proprio la copertura contributiva piena per i part-time verticali che superano il minimale retributivo. È una cosa di straordinaria importanza per quelle centinaia di migliaia di persone che, lavorando 6, 8, 10 mesi all'anno, ai fini della maturazione dell'anzianità contributiva fino ad ora si vedevano riconosciuti solo i mesi effettivamente lavorati e non l'anno intero. Queste persone si sarebbero trovate nelle condizioni di dover lavorare fino a 70 anni perché mai avrebbero raggiunto i contributi per la pensione anticipata, in molti casi non avrebbero raggiunto neanche i 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia. Parliamo soprattutto di donne e giovani, che in gran numero lavorano ad esempio nel commercio, nelle attività stagionali, nei servizi scolastici ed educativi”.

La Cgil giudica positivamente tutte le altre misure inserite nella legge di bilancio: “Riteniamo positiva anche la proroga per un anno dell'Ape sociale e di Opzione donna – spiega Ghiselli - anche se riteniamo necessario che per queste persone (lavori gravosi, donne, disoccupati, invalidi) vada trovata una soluzione stabile e definitiva nell'ambito della riforma che dovrebbe partire dal 2022, alla quale non vogliamo assolutamente rinunciare.”

Ma per i pensionati niente
Nel testo della legge di bilancio mancano invece tutte le misure richieste dai sindacati dei pensionati: alleggerimento pressione fiscale sulle pensioni, estensione della quattordicesima per i pensionati fino a 1.500 euro di pensione, modifica del meccanismo di rivalutazione degli assegni previdenziali e interventi nel settore sociosanitario. Della legge nazionale sulla non autosufficienza neppure l'ombra. “Capiamo la necessità di investire sul rilancio dell'economia – commenta Raffaele Atti, segretario nazionale dello Spi –, ma siamo anche molto preoccupati del fatto che i problemi dei pensionati, pur in presenza di ingenti risorse in termini di misure contro la crisi, non sono stati presi in considerazione. Non si sono poste ancora le basi per affrontare le distorsioni che creano ingiustizie e aumentano le diseguaglianze sociali”. 

Data articolo: Fri, 11 Dec 2020 06:14:57 GMT
News n. 13
Il regalo operaio dei lavoratori Gentilini

Di dolce in questa fabbrica alle porte di Roma non ci sono solo i biscotti se per la seconda volta in pochi mesi i lavoratori della Gentilini hanno deciso di devolvere il proprio bonus a chi è in difficoltà. Non hanno esitato. Anche se siamo sotto Natale, anche se i tempi sono quelli che sono e quel bonus guadagnato per lo sforzo straordinario compiuto in fabbrica in piena pandemia avrebbe potuto fare comodo. Gli operai hanno scelto ancora la via della solidarietà. Ad aprile avevano regalato tre bancali di prodotti e lo avevano fatto attraverso l'associazione di volontariato Nonna Roma. Ora a pochi giorni dalle feste il percorso è lo stesso. Perché se è vero che nella capitale il virus ha alimentato la povertà, a stemperare i morsi della fame bastano azioni come questa capaci di restituire a tanti la normalità di un pasto e il calore di una vicinanza che se non può essere fisica, è sicuramente sociale.

“Sono stati gli operai ad avere l'idea - racconta Paolo Cascioli, delegato sindacale della Flai Cgil – Quando a marzo scorso l'azienda ha deciso di donarci un premio di 50 euro ciascuno in prodotti, è stato un pensiero spontaneo. Così abbiamo deciso che avremmo fatto una donazione a Pasqua e una a Natale perché ci riteniamo fortunati a lavorare in un periodo in cui invece tanti sono costretti in cassa integrazione o hanno serie difficoltà con il lavoro. Per questo siamo tornati a consegnare i nostri pacchi a Nonna Roma e a un'altra piccola onlus che segue una ventina di bambini senza famiglia”.

Non c'è stato bisogno neanche di discuterne. Alla Gentilini sono stati tutti d'accordo.

“Un gesto, quello dei lavoratori – commenta Alberto Campailla, dell'associazione Nonna Roma - che ha un valore fondamentale per tutti perché aiuta a rompere la narrazione di una guerra fra ultimi e penultimi. Hanno compiuto un'opera mutualistica di solidarietà nel segno della migliore tradizione operaia”. Un gesto non isolato perché da quando il virus ha iniziato a diffondersi si è diffusa anche la solidarietà. “Abbiamo avuto un'impennata di volontari – prosegue Campailla –, sono nate tante esperienze positive, segno che c'è una vitalità che si organizza per sostenere i più deboli”.

D'altro canto a Roma i poveri “da covid” sono sempre di più: cresce il numero delle famiglie che chiedono alla Caritas pacchi di viveri, quelle che si rivolgono alle mense diocesane sono aumentate del 30%. C'è chi non può permettersi di fare la spesa neanche per i beni di prima necessità. Tra marzo e maggio circa 25mila persone si sono rivolte a Nonna Roma che ora segue con costanza un migliaio di famiglie e si è organizzata anche con il patronato della Cgil per attività di sportello che offrano supporto per accedere al reddito di emergenza e a quello di cittadinanza. All'orizzonte si profila poi il dramma di chi rischia di perdere la casa perché il blocco degli sfratti è in vigore solo fino al 31 dicembre. Il diritto all'abitazione, quello al cibo. Diritti essenziali come mettere insieme il pranzo con la cena o, per tornare agli operai della Gentilini e al loro gesto, con la colazione.

Data articolo: Thu, 10 Dec 2020 13:59:57 GMT
News n. 14
Più risorse, certe nel tempo

Nel corso degli ultimi dieci anni sono ben 37 i miliardi di euro sottratti alla sanità del nostro Paese. Mancati investimenti, blocco del tour over, taglio di posti letto e di presidi ospedalieri, mancata sostituzioni di macchinari divenuti obsoleti, tetto alla spesa del personale bloccata a quella del 2014 meno l'1,4%, e potremmo continuare, hanno reso il Ssn fragile ed esposto ad ogni intemperie a cominciare dalla pandemia.

Le risorse che l'Italia potrebbe utilizzare per l'emergenza sanitaria ammontano a 37 miliardi. Sono quelle del Mes, un prestito, certo, ma a tasso molto molto basso, disponibili subito e vincolati, si possono utilizzare solo per tutelare e migliorare la salute di cittadini e cittadine.

Nella Legge di Bilancio all'attenzione del Parlamento, il capitolo di spesa dedicato a questo settore ammonta a 121 miliardi e 370 milioni di euro. Sono circa 3,5 miliardi in più rispetto a quelli programmati prima dell'arrivo del coronavirus, ma secondo la Cgil l'incremento non è sufficiente a coprire le spese autorizzate, soprattutto per dare stabilità alle assunzioni di personale.

Infine, la quarta cifra, quella che probabilmente lascia davvero l'amaro in bocca, tanto più se letta insieme alle dichiarazioni che affermano la non intenzione di attivare le risorse del Mes. Dalle anticipazioni sembrerebbe che il capitolo sanità del Piano nazionale di rilancio e resilienza, quello per l'utilizzo dei fondi del Nex Generation Ue, è l'ultimo e vi sarebbero destinati solo 9 miliardi, 4,8 per assistenza di prossimità e telemedicina, 4,2 per innovazione ricerca e digitalizzazione dell'assistenza sanitaria

Ad ottobre Cgil Cisl e Uil hanno redatto un Documento “Finanziamenti ordinari e straordinari per la ripresa e il rilancio del Welfare sanitario e socio sanitario”, in cui oltre ad indicare quali dovrebbero essere i capitoli di riforma  per rilanciare il Ssn, si chiede con forza “l'utilizzo delle risorse messe a disposizione dal Mes, perché quei 37 miliari, che corrispondono esattamente ai tagli effettuati alla sanità pubblica negli ultimi dieci anni, sono un'occasione velocemente attuabile e irripetibile per ammodernare e rafforzare il Sistema sanitario italiano”.

Certo è che di soldi ne servono davvero tanti e al momento quelli destinati alla salute dei cittadini e delle cittadine, benché siano aumentati rispetto agli scorsi anni, sono ancora troppo pochi. I miliardi appostati in Legge di Bilancio, ad esempio, sono insufficienti e soprattutto devono essere resi strutturali. “Parzialmente positivo", è la valutazione di Rossana Dettori, segretaria nazionale della Confederazione di Corso d'Italia, l'aumento del Fabbisogno Sanitario Nazionale 2021 ma "occorre fare uno sforzo maggiore per rendere strutturali negli anni il Fondo e le misure per l'assunzione e la stabilizzazione del personale e per il rinnovo dei contratti di lavoro". Certamente positivo è ‘l'ulteriore stanziamento di 2 miliardi per l'edilizia sanitaria innovazione tecnologica, ma ben più rilevante e urgente – sottolinea la dirigente sindacale – è avviare la discussione sul Piano nazionale per la ripresa e la resilienza per l'utilizzo dei fondi di Next Generation Eu e Mes”.

Quello che invece manca totalmente nella manovra sotto esame delle Camere è un riferimento, anche minimo, al grande tema della non autosufficienza, una questione rilevantissima, basti pensare che l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito come nuove epidemie proprio la cronicità, la non autosufficienza e il disagio mentale. Ebbene il governo sembra non essersene accorto nonostante proprio il Covid abbia messo in evidenza che quelle siano le fragilità più colpite dal virus. “Insomma - chiosa Dettori - una Legge di Bilancio con alcune note positive ma nel complesso timida e insufficiente”.

Ed allora in sede parlamentare, suggerisce la Cgil, alcune correzioni dovrebbero essere fatte. Innanzitutto occorre render stabile l'aumento del Fondo Sanitario e magari implementarlo come chiesto dall'emendamento presentato dalla Confederazione. Inoltre, chiede Corso d'Italia, le risorse destinate per l'indennità di esclusività per la dirigenza medica (che deve essere estesa a tutta la dirigenza sanitaria), cosi come l'indennità di funzione per infermiere e infermieri (che bisogna prevedere anche per tutte le professioni sanitarie e socio assistenziali) devo essere parte integrante del rinnovo contrattuale.

Infine, sarebbe bene esplicitare che il personale, sia quello impiegato nel territorio che negli ospedali, reclutato per affrontare la pandemia deve essere assunto in maniera definitiva e quindi occorre prevedere e destinare le risorse necessarie alla stabilizzazione di tutto il personale precario.

Data articolo: Thu, 10 Dec 2020 06:14:09 GMT
News n. 15
Poveri lavoratori

Contare quanti siano quelli diventati poveri a causa della pandemia, al momento non è semplice, ma qualche indicazione in più arriva dall'ultimo rapporto del Censis presentato lo scorso 4 dicembre. L'Istituto fondato da Giuseppe De Rita sottolinea che da marzo a settembre ci sono 582.485 persone in più che vivono in famiglie che percepiscono il Reddito di cittadinanza, mentre sono quasi 700mila i beneficiari del Reddito di emergenza, la misura attivata proprio per fronteggiare l'impoverimento da coronavirus. Ancora, sempre l'Istituto di via di Novella, sostiene che vi siano 5 milioni di scomparsi, sono quelli dei lavoretti nei servizi e del lavoro nero, che “hanno finito per inabissarsi senza fare rumore”. E non finisce qui: “Rispetto all'anno scorso, nel terzo trimestre del 2020 sono già 457.000 i posti di lavoro persi da giovani e donne, il 76% del totale dell'occupazione andata in fumo (605.000 posti di lavoro). E sono 654.000 i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato senza più un impiego”. Dati simili a quelli diffusi nei giorni scorsi dalla Fondazione Di Vittorio. Il nesso quindi tra lavoro e sicurezza, ancora una volta viene sottolineato, e non basta l'”economia dei bonus".

Creare lavoro di qualità, è quindi la strada per contrastare la povertà. Occorrono investimenti e ben utilizzare i fondi in arrivo dall'Europa ma, nel frattempo, servono strumenti di sostegno al reddito. La Legge di Bilancio, pur finanziando il Fondo per il Reddito di Cittadinanza, non ne aumenta gli stanziamenti in maniera sufficiente. Soprattutto, secondo la Cgil, le risorse stanziate non sono sufficienti a coprire in maniera congrua tutte le persone che hanno bisogno di un sostegno economico. E poi, sottolineano da Corso Italia, non è stata accolta nessuna delle otto proposte presentate al governo dall'Alleanza contro la povertà di cui la Cgil fa parte: modifica della scala di equivalenza e dei requisiti di residenza, allentamento temporaneo dei criteri economici e patrimoniali di accesso, estensione dell'uso dell'Isee corrente. Una questione, inoltre, per nulla prevista dal testo all'attenzione del Parlamento ma assolutamente fondamentale, è il rafforzamento della rete dei servizi sociali per la presa in carico di quanti si trovino in condizione di disagio economico o a rischio povertà. Il Reddito di cittadinanza, senza la presa in carico rischia di essere depotenziato.

Ed allora torna il tema dell'adeguatezza dello strumento nato con un'ambiguità di fondo che si trascina dietro e lo rende meno efficace ed efficiente: strumento – appunto – di contrasto alla povertà o di politiche attive del lavoro? Probabilmente è arrivato il momento di sciogliere questo nodo, distinguere le due questioni. Bisogna affrontare la povertà in tutte le sue concause, sostenendo il reddito e accompagnando il percorso di uscita dal bisogno non solo economico, da un lato. Dall'altro, promuovere politiche attive del lavoro degne di questo nome. Quale occasione migliore della tanto annunciata riforma degli ammortizzatori sociali?

Data articolo: Thu, 10 Dec 2020 06:13:47 GMT
News n. 16
Spreco Nord Est

Il Friuli Venezia Giulia, si sa, è una regione autonoma. Trattiene sul territorio le quote delle tasse destinate alla sanità ma non partecipa al riparto del Fondo sanitario nazionale. Aveva un buon servizio, il passato è d'obbligo perché nel tempo le cose sono peggiorate.

Era l'ottobre del 2014 quando il Consiglio regionale varò la legge di riforma voluta dall'allora presidente Serracchiani. “Andava nella giusta direzione” afferma Orietta Olivo, segretaria generale della Fp Cgil regionale, “ma una volta approvata non è stata portata a compimento, è rimasta a metà”. Però quella legge di riordino aveva investito sul territorio e sul pubblico, il privato era residuale, solo il 3,5% delle risorse pubbliche era destinata alle convenzioni con il privato. Ci sarebbe voluto tempo. Ma il tempo non c'è stato, nell'aprile 2018 è stato eletto presidente della Regione Massimiliano Fedriga della Lega che ha smantellato quella riforma, lo aveva promesso in campagna elettorale, ma ha fatto anche di più “senza affermarlo esplicitamente, ha depotenziato il servizio pubblico per poter implementare la quota di risorse destinate al privato”, afferma tra l'arrabbiato e lo sconsolato Olivo. Il 2019 si è concluso con oltre il 6% del bilancio della sanità destinato al privato e con oltre 400 unità di personale in meno rispetto all'anno precedente. Poi è arrivato il Covid.

Poco più di 1 milione e 200mila abitanti distribuiti dal mare alle montagne in un territorio orograficamente complicato. Questo è il Friuli Venezia Giulia. E se la prima ondata è stata sopportata abbastanza bene dal sistema, perché il virus non si è diffuso molto, la seconda ha trovato ospedali e territorio impreparati. Oggi gli attualmente positivi sono 14.468 con un incremento nelle ultime 24 ore di 736 uomini e donne, e tanti non ce la fanno, in media 25 al giorno. I posti letto sono occupati oltre il 50% (ricordiamo che secondo il Comitato tecnico scientifico la soglia di guardia da non superare è del 40) e le terapie intensive sono occupate assai di più rispetto alla prima ondata.

La preoccupazione maggiore dei sindacati, Fp Cgil in testa, è la tenuta del personale. Medici, infermiere e infermieri, Oss, tecnici e personale amministrativo sono davvero troppo pochi, “tuttavia – aggiunge la segretaria della Fp – posso affermare senza tema di essere smentita, se il sistema non ha collassato è solo grazie a loro. Ma non ce la fanno più”. Lo spiega bene Paolo Scalon, operatore socio sanitario all'ospedale di Palmanova del Friuli, si occupa dell'igiene dei pazienti, delle piccole medicazioni e di coadiuvare gli infermieri: “Siamo pochi e poco formati, non abbiamo nemmeno il tempo di andare in bagno. E quando ci ammaliamo, purtroppo è frequente, non veniamo sostituiti e chi è in servizio è costretto a turni massacranti. Da novembre ci hanno bloccato pure le ferie”.

Sono talmente pochi che a giugno il comparto aveva già accumulato ben 464mila ore di straordinario, se si proietta questo dato sull'anno, senza tener conto della seconda ondata, si sforerà la soglia di 1 milione di ore. Basti pensare che un'addetta al dipartimento, da febbraio al 30 novembre, ha già accumulato 1500 ore di straordinario quando le ore di lavoro ordinario in un anno sono 1620. Insomma in un anno ne ha lavorati due! “Durante la prima ondata, aggiunge Orietta Olivo, si son tutti buttati di pancia e con il cuore in mano per cercare di fronteggiare la pandemia. Non si aspettavano un autunno così duro e non vedono la fine di questo super lavoro durissimo. Le condizioni non sono certo quelle che dovrebbero essere. Percorsi “sporco pulito” non distintamente separati, e dispositivi di protezione individuale non sufficienti. Tute e mascherine ci sono ma non si possono cambiare durante il turno perché scarseggiano, mentre i calzari di protezione mancano proprio”.

I decreti approvati dal G+governo per fronteggiare l'epidemia e potenziare il Servizio sanitario hanno stanziato risorse per l'assunzione del personale anche per il Friuli Venezia Giulia, ma durante l'estate non si è fatto nulla, in legge di bilancio regionale sono appostate le risorse per l'aumento di spesa per il personale. Se tutto andrà bene, il prossimo anno dovrebbero arrivare 500 assunzioni. Nel frattempo le aziende promuovono paradossali avvisi pubblici per reclutare personale. A Pordenone, ad esempio, il direttore dell'azienda ha proposto agli infermieri contratti di due mesi! I sindacati hanno promosso una mobilitazione riuscendo così a portare a fine giugno la scadenza contrattuale.

Nonostante i colpi subiti, la sanità di territorio in Friuli Venezia Giulia ancora, in parte regge. Esiste un servizio di assistenza domiciliare che in altre regioni ci sogniamo, certo gli addetti sono pochi ma il servizio esiste. Ora, immaginiamo che gli infermieri e le infermiere che tutti i giorni si recano a casa dei malati per fare prelievi, medicazioni, somministrare le terapie e le cure palliative, svuotare drenaggi e medicare ferite, ma anche somministrare tamponi e monitorare e curare i pazienti Covid che possono rimanere a casa, siano personale esposto ad alto rischio contagio. E invece, per il direttore dell'azienda sanitaria di Pordenone così non è, non solo  a questi lavoratori non è stato corrisposto il premio Covid per i tre mesi della prima ondata, previsto dai decreti governativi, ma  l'unica attenzione che sono riusciti a ottenere grazie alle lotte sindacali è un test antigenico rapido (non il tampone molecolare) ogni 4/6 settimane. E se lo devono autosomministrare. 

Maria Toto ci risponde alle 17.30 di pomeriggio appena rientrata in casa dal turno come infermiera di assistenza domiciliare cominciato alle 7.30 del mattino. Ha una bella voce allegra e si scusa “sono forse un po' confusa ma sono davvero stanca”, nel raccontare sembra davvero un fiume in piena. “Non solo ci occupiamo dei pazienti Covid, somministriamo i tamponi a domicilio, ma non sappiamo mai se a casa di una persona a noi affidata per altre patologie poi non incontriamo qualcuno contagiato. A me è capitato di scoprire che la badante di un anziano aveva la febbre e poi si è scoperto avere il Covid e aver contagiato anche gli altri abitanti della casa”. Lei e le sue colleghe fanno davvero un gran lavoro girando per un territorio di montagna ed esteso: “Siamo in 30 per tutto il distretto, aggiunge Toto, distribuite su tre sedi,Pordenone, Cordenons e Porcia, lavoriamo su due turni giornalieri e dobbiamo anche, oltre che guidare, sanificare strumenti e automobile, tutto da sole. Siamo davvero poche, se si pensa che al momento almeno tre di noi sono a casa perché positive e alcune sono state comandate nei reparti Covid degli ospedali perché in tutto il distretto mancano infermieri. E pensare – racconta ancora – che a marzo (in piena prima ondata) il nostro direttore sanitario si è rifiutato di rinnovare il contratto a 25 di noi assunti a termine”.

Il direttore è recidivo: proprio giovedì della scorsa settimana, dopo l'ennesimo rifiuto di rinnovare il contratto per 62 infermieri e 58 oss in scadenza a fine dicembre, le organizzazioni sindacali si sono rivolte al prefetto che ha provato a mediare senza riuscirvi. Il giorno dopo, lavoratori e lavoratrici si sono dati appuntamento davanti alla sede del distretto e hanno manifestato chiedendo il rinnovo e l'assunzione di ulteriori 200 unità tra infermieri e operatori socio sanitari. Qualcosa hanno ottenuto, i contratti precari saranno rinnovati.

“Il Covid è un nemico invisibile, colpisce i polmoni ma agisce anche a livello psicologico. C'è chi è preda dell'ansia e dell'angoscia e chi per paura arriva a negarne l'esistenza. E chi aveva disturbi mentali prima dell'arrivo della pandemia certo non può essere lasciato solo”. Calogero Anzello è uno psichiatra e presta servizio presso il Centro di salute mentale di Latisana. Il Friuli è la terra che ha visto operare Basaglia, la riforma della psichiatria è nata qui e certo l'idea di non seguire i pazienti proprio non è pensabile. “Ci siamo organizzati per continuare nel nostro lavoro di assistenza di prossimità, abbiamo un po' ridotto le visite in presenza ma continuiamo a farle, certo in sicurezza e dopo un adeguato triage, e poi abbiamo intensificato i colloqui telefonici e gli incontri on line”. Tutto bene allora? “Certo meglio che altrove e in altri servizi, ma non abbiamo medici e nemmeno pc muniti di telecamera e per le video sedute sono indispensabili”.

Manca il personale, sembra il ritornello stonato di una canzone triste, lo sentiamo ripetere ovunque. E alle carenze, purtroppo strutturali, si aggiungono quelle causate dal coronavirus, dati precisi non se ne conoscono. La segretaria Olivo, per riuscire ad avere informazioni sullo stato della sanità regionale, ha dovuto mandare all'assessore Riccardi un ufficiale giudiziario con un'ingiunzione, ma i contagiati sono almeno 600 tra i dipendenti delle Rsa e 800 tra quelli del servizio sanitario regionale. Fino ad arrivare alla situazione dell'ospedale di Spilimbergo: chiuso il reparto di medicina e trasferiti i pazienti perché tutti i medici sono positivi.

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 07:02:40 GMT
News n. 17
Da regione Covid free a quella con l'Rt più alto

“È stato necessario chiamare alla mobilitazione e indire una manifestazione per il primo dicembre per riuscire a incontrare l'assessore alla sanità regionale sulla gestione dell'emergenza Covid”. Queste parole, pronunciate da Giuliana Scarano, segretaria generale della Fp Cgil della Basilicata, spiegano bene la difficoltà delle relazioni con le istituzioni che sembra essere un tratto distintivo di questa fase, non solo in Lucania.

Per sollecitare un confronto, Cgil, Cisl e Uil regionali hanno redatto un documento che non solo indica disfunzioni e ritardi di un sistema sanitario che non riesce a dare risposte adeguate a cittadini e cittadine, ma elenca proposte concrete per potenziare e rilanciare il Ssr. Documento portato all'attenzione dell'assessore Luigi Rocco Leone e sulla cui base è stato redatto un protocollo di intesa tra la regione e le organizzazioni sindacali. Ma tutto questo è avvenuto solo lo scorso 30 novembre, giorno prima della annunciata manifestazione. Ormai la situazione era fuori controllo. Questa terra, che era riuscita ad attraversare quasi indenne la prima ondata e all'inizio dell'autunno non registrava nemmeno un caso, attualmente si ritrova con 6.357 positivi al Covid 19 e per una popolazione di 550mila abitanti è un numero assai rilevante.

Una delle criticità riguarda il tracciamento: “Manca una regia regionale, un protocollo unico su come fare i tamponi e come registrarne l'esito – dice ancora Scarano – e la situazione è talmente confusa che il medico responsabile della piattaforma Covid a livello regionale si è dimesso il 1° dicembre”.

Anche in Basilicata c'è mancanza di personale, servono almeno 1300 tra medici, infermieri e operatori socio-sanitari. Per questa ragione le tre confederazioni hanno chiesto di approntare un grande piano di assunzioni ma le operazioni procedono a rilento. “Intanto, dice Angelo Summa, segretario generale della Cgil regionale, vanno prorogati i contratti a temine, ne vanno attivati altri della durata di almeno 36 mesi e occorre pensare ad assumere a tempo indeterminato personale collocato in graduatoria ma utilmente utilizzato in aziende ospedaliere di altre regioni”. Tra le prime cose da fare, sottolineano i dirigenti sindacali, vi è la riorganizzazione della sanità di territorio e l'attivazione di strutture di pronto soccorso nei piccoli ospedali per evitare, come è successo e continua a succedere, che tutti si riversino sul pronto soccorso dell'ospedale di Potenza che rischia di non riuscire ad assistere nè i malati Covid nè gli altri. E poi le Usca: “sono poche - ci dice la segretaria della Fp – nove su Potenza e sei su Matera, vanno potenziate e messe in rete con i medici di medicina generale. Bisogna fare più tamponi e processarli rapidamente per riuscire a individuare gli asintomatici”.

La prima richiesta che è stata inoltrata alla Regione è, però, quella di costituire il Comitato per la sicurezza, previsto dal protocollo tra governo e parti sociali dello scorso 24 marzo, e una cabina di regia – unità speciale di crisi Covid per provare a coordinare gli interventi che servono per salvaguardare dal contagio la popolazione e potenziare il Ssr.

Il 9 dicembre si terrà il primo tavolo tematico per affrontare la questione delle Rsa, al momento anche qui uno dei luoghi dove si sviluppano focolai. “La nostra volontà è quella di arrivare a un sistema di accreditamento con il Ssr delle strutture che si occupano dell'assistenza agli anziani, al momento operano in regime di autorizzazione senza quindi paletti e controlli”, dice ancora Summa che aggiunge: “Abbiamo scelto di fare proposte concrete, non di indicare l'elenco di quanto non funziona. Certo siamo stati ricevuti solo alla vigilia della mobilitazione, ma comunque il confronto sembra partito. Prima di esprimere un giudizio, però, aspettiamo i fatti concreti, che devono essere realizzati urgentemente”.

 

 

 

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 06:51:00 GMT
News n. 18
Sanità colabrodo

Anche per fronteggiare le pandemie è fondamentale tenere a mente che la democrazia è una precondizione. I cittadini e le cittadine hanno il diritto di avere informazioni adeguate sulla diffusione del coronavirus, su quali siano i dati epidemiologici e quali le attività che le istituzioni hanno messo e mettono in campo per fronteggiare la diffusione del Covid.

In Abruzzo informazione e trasparenza scarseggiano. “Qualche problema di natura democratica comincia ad esserci” afferma Paola Puglielli, segretaria generale della Fp Cgil Abruzzo e Molise. La Regione è ancora in zona rossa, il virus corre, la sanità di territorio è collassata e la rete ospedaliera è in totale emergenza, anche qui si sono viste scene come quelle raccontate dai tg nazionali davanti agli ospedali di Napoli, pazienti accuditi nelle macchine in sosta di fronte ai pronto soccorso perché all'interno non c'era più posto. “In una fase come quella che stiamo vivendo l'informazione è necessaria. Non si hanno i dati dei tracciamenti dei contatti Covid, non si conoscono le attività delle Usca, non sappiamo quanto personale si sia contagiato – aggiunge Puglielli – così come non conosciamo il reale numero di posti letto ordinari e di terapia intensiva”. Soprattutto le rianimazioni possono anche essere allestite ma non bastano respiratori e monitor per farle funzionare, occorrono medici e infermieri”. All'appello ne mancano circa 2000. E gli annunci sulle assunzioni fatte non corrispondono a un aumento di personale, sono in gran parte stabilizzazioni di operatori già in forza al Sistema sanitario regionale con contratti a tempo determinato. C'è bisogno di forze nuove e aggiuntive. Così come serve personale amministrativo negli uffici della Regione e dei distretti. “La verità, aggiunge ancora Puglielli, è che nel corso degli anni tutta la pubblica amministrazione si è impoverita e oggi ne paghiamo le conseguenze”.

La situazione è grave in tutto il territorio regionale, tanto che il sindacato, cercando senza riuscirvi di aprire un confronto e una collaborazione con l'assessorato alla sanità della regione, ha stilato un elenco provincia per provincia di ciò che non funziona. Una costante, lo dicevamo, è la carenza di personale, sia nella rete ospedaliera che in quel che rimane di quella territoriale. I medici di medicina generale, soprattutto a L'Aquila, sono in “rivolta” non hanno ricevuto i dispositivi di protezione individuale in maniera sufficiente, e non hanno nemmeno avuto i vaccini antinfluenzali - ne mancano oltre 150 mila - ma gli è stato chiesto di fare i tamponi perché altrimenti non si riesce a star dietro a quanti devono farlo. La situazione è talmente grave che addirittura scarseggiano tamponi e reagenti, per cui cittadini e cittadine aspettano di potersi sottoporre all'accertamento anche per giorni.

La vera disfatta regionale, però, è la Asl1 quella della Marsica, l'ospedale di Avezzano, originariamente classificato come Covid free, è stato ed è l'unico punto di riferimento dell'intero territorio su cui insiste una popolazione di 140mila abitanti. Risultato, Pronto soccorso al collasso, pazienti in attesa per giorni nel piazzale avendo come unico ricovero la propria automobile, e c'è chi in attesa non ce l'ha fatta ed è morto aspettando il ricovero. E all'interno della struttura certo non va meglio, il contagio corre tra pazienti e personale ma, anche in questo caso, non si riesce ad avere i dati relativi tanto che la Cgil si è vista costretta a fare due esposti di denuncia, il primo sulle disfunzioni della Asl, il secondo a difesa del personale dell'ospedale. E poi oltre il danno la beffa.

Alcuni sindaci della zona avevano chiesto l'intervento dell'esercito e l'allestimento di un ospedale militare, la Regione non ha acconsentito scegliendo di stipulare una convenzione con una clinica privata L'Immacolata di Celano, 76 posti letto, che si sarebbe dovuta trasformare in Covid Hospital.  L'annuncio era arrivato attraverso un comunicato nella mattina del 27 novembre. Ma già a sera la stessa direzione sanitaria della clinica aveva diramato una nota stringata per annunciare che a causa di sopravvenuti impedimenti tecnici la struttura avrebbe continuato a svolgere l'attività ordinaria rimanendo Covid free. Nel frattempo i contagi continuano ad aumentare e la Regione sembra non sapere cosa fare.

Il racconto degli operatori è preoccupante, secondo la dottoressa Anna Rita Gabriele, del Pronto Soccorso dell'Ospedale di Teramo, “All'inizio della seconda ondata eravamo ancora del tutto impreparati, non c'erano i percorsi “sporco-pulito” e la nostra emergenza si è saturata perché l'afflusso dei malati era davvero troppo alto. Ora va meglio, abbiamo istituito i percorsi differenziati, abbiamo trasformato l'osservazione breve in osservazione Covid e stiamo posizionando 2 container per ospitare altri 6 posti letto”.
Invece di assumere personale si procede ai trasferimenti, diventata ormai una pratica quasi ordinaria, medici infermieri e Oss spostati da un presidio all'altro, da un servizio all'altro per aumentare le dotazioni di personale nei reparti Covid ma senza alcun tipo di programmazione e lasciando sguarniti gli altri dei servizi. “La verità, sostiene la segretaria generale della Fp regionale, è che servizi ordinari non vengono più erogati se non per le urgenze, e i bisogni di salute non trovano risposte”.

 

Carmine Gasparro è un infermiere del blocco operatorio dell'Ospedale di Chieti. Nella sua struttura hanno allestito una sala operatoria per intervenire su pazienti affetti anche da Covid. Racconta le preoccupazioni e la paura di portare il contagio a casa, dai propri cari ma anche l'impegno e la passione con la quale lui e i suoi colleghi svolgono i propri compiti. “Si sarebbe dovuto far tesoro di quanto è accaduto nella prima ondata e prepararsi alla seconda”, dice e aggiunge: “Prevenzione e sicurezza si devono muovere sulla stessa linea. È necessario che ci siano protocolli uguali in tutti i servizi e che vengano verificati periodicamente con il personale. Vorrei poter lavorare in sicurezza, serenità ed essere valorizzato”. Sabina Rapini è uno di quei professionisti di cui spesso non si parla, è in forze alla Asl di Pescara ed è tecnico di neuro-fisio-patologia, una delle 22 professioni sanitarie indispensabile alla cura e al benessere della persona. Riflette ad alta voce con la voce oscurata dalla mascherina chirurgica che le copre il viso: “Nei lunghi anni di lavoro ho imparato che l'importante è il lavoro di equipe e la visione complessiva della persona che si ha davanti. Durante queste settimane di emergenza sanitaria si è perso proprio questo, la visione complessiva del sistema sanitario. La multidisciplinarietà e il lavoro di team sono la chiave per riscattare la sanità, non solo all'epoca del Covid”.

Certo la situazione non è diversa nel confinante Molise, con l'aggravante che essendoci un commissario ad acta la confusione regna quasi sovrana con un continuo di sovrapposizioni tra presidente di Regione, commissario e direttore generale dell'Azienda sanitaria regionale. Secondo un originario piano Covid l'ospedale di Campobasso avrebbe dovuto garantire le cure per tutte le patologie non Covid “tempo dipendente” ed invece è ormai quasi completamente occupato da pazienti Covid. I nosocomi di Termoli e Isernia hanno in carico sia pazienti Covid che non Covid, con tutti i rischi che questo comporta, in attesa che quelli contagiati dal virus vengano trasferiti a Campobasso. E si è arrivati al paradosso che il servizio 11, invece di occuparsi esclusivamente delle emergenze, venga anche impiegato per il trasferimento ordinario di malati. Per non parlare, anche qui, della carenza di personale. Ai sindacati non è rimasto altro che rivolgersi alla procura della Repubblica, all'ispettorato del Lavoro e al ministro Speranza per difendere il diritto alla salute delle popolazioni della Regione.

 



Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 06:50:34 GMT
News n. 19
La salute bene comune

Il sistema sanitario nazionale, nonostante il grandissimo sforzo di operatori e operatrici, mostra tutti i suoi limiti.  È la riforma del '78 che non è più adeguata o cosa?

Innanzitutto dobbiamo ricordare che la sanità italiana è sotto organico da anni, sia per quanto riguarda i medici, sia per alcune specializzazioni particolari, come gli anestesisti, sia per tutte le professioni sanitarie. Non è la riforma del '78 che sta mostrando i suoi limiti, sono la mancata piena applicazione dello spirito di quella riforma e le tante ferite che ha subito in questi decenni con interventi che si sono configurati come vere e proprie controriforme che hanno determinato l'attuale debolezza del nostro sistema sanitario. Se fosse stata pienamente applicata la legge 833, se non avesse subito le violenze della controriforma De Lorenzo, se non fosse stata sottoposta alla creatività organizzativa alla quale alcune regioni si sono abbandonate, se fossero state applicate pienamente le riforme della seconda metà degli anni Novanta, quelle dei governi Prodi - D'Alema, credo che la nostra sanità oggi sarebbe stata in grado di far fronte molto meglio alla sfida del Covid, e forse saremmo anche riusciti a neutralizzare l'effetto imprevedibilità che tutte le urgenze e le emergenze portano con sé. La riforma non è affatto superata ma oggi dobbiamo fare i conti con questi gravi ritardi e spero che la lezione sia stata appresa.

Quali sono le ferite più gravi che sono state inferte alle legge 833 a suo giudizio?

La più grave è sicuramente quella che negli anni ha reso il diritto alla salute un diritto finanziariamente condizionato. La 833 conteneva le norme, le indicazioni, i controlli perché la spesa fosse – appunto - tenuta sotto controllo attraverso una corretta programmazione e l'analisi dei bisogni di salute, perché chiaramente la salute non ha prezzo ma la sanità ha un costo. Nella riforma del '78, la sanità non era considerata un settore contro il quale si accaniscono le finanziarie per tenere a bada il debito pubblico. Credo che, prima di tutto, il diritto alla salute è stato trasformato in un diritto troppo condizionato dalle risorse economiche. Il risultato è un sistema sotto finanziato negli anni in maniera cronica, e questo ha sicuramente prodotto alcune debolezze. Pensiamo al personale, alla mancata uniformità dei servizi su tutto il territorio nazionale, alla non capacità di innovare il sistema che porta con sé qualità delle cure ma anche spesso risparmio di costi. Questa è la prima ferita della quale è stata responsabile tutta la politica. Sicuramente il centrodestra porta le responsabilità più grandi, ma anche i governi di centro-sinistra hanno sottovalutato che un fondo sanitario sottostimato non avrebbe assicurato quei livelli essenziali di assistenza previsti nella nostra Costituzione. Poi, sicuramente, c'è stata l'applicazione di un malinteso concetto di aziendalizzazione. L'aziendalizzazione doveva e dovrebbe servire a non sprecare le risorse pubbliche, che comunque sono risorse limitate, e anche risorse private a carico delle famiglie progressivamente aumentate in questi anni, ma è uno strumento, un mezzo che non può mai diventare un fine. E invece, purtroppo, soprattutto in alcuni modelli organizzativi è diventata un fine a cui si è spesso sacrificata la tutela della salute. L'altra grande ferita è quella che inferta da un'applicazione sbagliata della riforma del Titolo V. Il federalismo sanitario ha finito per creare 21 sistemi sanitari regionali la cui sommatoria non necessariamente porta a un unico servizio sanitario nazionale. In questi anni abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a una creatività organizzativa di modelli sanitari da parte delle regioni che ha finito per mettere a rischio gli stessi principi del sistema. Ad esempio, penso al rapporto pubblico privato improntato al concetto della competizione e non dell'integrazione. L'introduzione di regole di mercato dentro il sistema sanitario ha visto dilapidare risorse e ha visto sicuramente stravolgere il concetto di salute contenuto nella legge 833. Ma altri cardini della riforma del '78 sono stati disattesi, come l'integrazione e la continuità assistenziale tra territorio e ospedale, tra servizi sanitari e assistenziali. Oggi la differenza dei modelli organizzativi emerge in modo drammatico. Il Covid ha mostrato deficienze strutturali del nostro sistema, in particolare - lo ribadisco - tutta questa difformità di modelli organizzativi che ha finito per rompere l'unità del sistema. Il diritto alla salute non è garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale ma la risposta non può essere semplicemente i commissariamenti che hanno come obiettivo solo quello di far quadrare il bilancio.

Torniamo per un momento alla questione del personale. Il governo ha stanziato risorse per le assunzioni, ma le regioni non trovano né medici né infermiere e infermieri.

Questo problema attiene al rapporto tra università e sanità. Anche questo è un problema. Non abbiamo ancora capito che chi comanda, o meglio chi dovrebbe comandare ovvero indicare le necessità e gli obiettivi del Ssn, non è può essere l'università ma la sanità. È la sanità che deve dare regole, indicare i numeri di quanti operatori servono, fare programmazione. Non può subire le esigenze autoreferenziali del mondo universitario.

Quali sono le priorità da cui partire per ricostruire il sistema sanitario?

Sarebbe necessario che il Parlamento e le Regioni approfittassero della sfida del Covid per interrogarsi su quale sistema sanitario vogliono. Senza infingimenti, con un'operazione di chiarezza. Se si vuole ritrovare il valore della legge del ‘78 i modelli regionali vanno in qualche modo corretti, là dove si sono allontanati dalle norme e dai principi della 833 e della riforma del '99 che ne aveva attualizzato le finalità. Ma questa correzione di rotta non deve tradursi in un'operazione centralistica. Non si può immaginare di procedere con imposizioni, occorre far leva sulla volontà politica dei diversi territori, coinvolgendo tutte le realtà con un'azione di armonizzazione e coordinamento da parte del governo. Se si sceglie di rilanciare il sistema pubblico vanno quindi assicurati finanziamenti adeguati a garantire uniformità dei livelli essenziali di assistenza e vanno sviluppati interventi mirati, di sostegno in quei territori dove ci sono gravi lacune e ritardi, con una presa in carico effettiva di quelle realtà. Si deve intervenire inoltre sugli aspetti che oggi risultano più carenti e problematici, con risorse e progetti adeguati destinati a tutto il personale, alla ricerca, all'innovazione tecnologica, al governo della spesa farmaceutica. Ma in questo momento, credo che l'attenzione principale vada riservata alle cure primarie, il segmento finora trascurato. Occorre rivedere in qualche modo la convenzione con i medici di famiglia, rilanciando il ruolo distretto sanitario prevedendo delle figure pubbliche di cure primarie non solo tra gli infermieri ma anche tra i medici.

In tutto questo torna centrale la questione della natura pubblica della sanità e dell'universalità del servizio.

Esattamente. È stato un errore introdurre senza freni o regole un principio di profitto nel sistema. Non è accettabile lucrare sulle fragilità della persona malata e sui bisogni di salute. Chi fa impresa in questo settore deve sapere che per entrare nel sistema pubblico si deve accettare la logica della programmazione e del controllo delle risorse che sono pubbliche, e sono destinate a promuovere la salute di tutti e non a moltiplicare i profitti di pochi. La regola della competizione del mercato non si può applicare al Ssn fondato su un principio di equità come quello dell'universalità. Il rapporto tra pubblico e privato nel sistema sanitario non può che essere quello dell'integrazione basato su regole chiare e trasparenti. Non è pensabile una spartizione delle risorse del sistema sanitario tra pubblico e privato che finirebbe per favorire le imprese private svincolare dagli oneri anche etici del sistema pubblico, occorre preservare attraverso la programmazione e il controllo dei risultati il primato pubblico della sanità.

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 06:45:00 GMT
News n. 20
La solitudine del medico

Vengo da un lungo periodo di attività, che non ha quasi conosciuto soste, neanche in estate, quando abbiamo provato a riattivare i percorsi di diagnosi e cura per i pazienti fragili o affetti da patologie croniche che erano stati selvaggiamente interrotti dal diffondersi del contagio, che ha concentrato tutte le risorse umane e materiali della sanità pubblica nella lotta al Covid.

L'indicazione era: le altre patologie non si fermano perché c'è una pandemia, la medicina generale torni alla sua funzione specifica, che è quella di assistere tutti i cittadini nella conservazione e nel recupero del loro stato di salute. A preparare il Servizio sanitario nazionale alla seconda ondata ci penseranno Regioni e Asl. La seconda ondata arrivò. I medici di famiglia e i loro studi furono di nuovo presi d'assalto.

E io oggi mi ritrovo a casa in isolamento, sono sintomatico, ho contratto il Covid visitando pazienti positivi, pur con i necessari dispositivi fornitimi in quantità del tutto insufficienti dalla Protezione civile e non dalla Asl.

Ora: chi è responsabile della mia malattia, visto che non sono stato imprudente, che ho seguito tutte le procedure, che ho fatto sostanzialmente ciò che era mio dovere morale e contrattuale?

E ancora: chi si occuperà dei miei pazienti, ora che è venuto a mancare il loro primo punto di riferimento, la figura della sanità pubblica a loro più vicina e per formazione e per prossimità?

Forse dovrei nominarmi un sostituto, un giovane collega che possa andare allo sbaraglio al posto mio, disposto ad assumersi lo stesso rischio con la protezione che ho avuto io... Anche se lo trovassi, non lo farei.

Per fortuna funziona ancora bene la rete di solidarietà tra i colleghi che lavorano con me, che mi stanno sostituendo in tutto o quasi, aumentando all'inverosimile i loro turni di lavoro sia nello studio in città sia in quello a Paganica.

Ma torno alla prima domanda: che cosa è stato fatto per la medicina territoriale dall'inizio della pandemia?

Dispositivi di protezione? Neanche l'ombra. Addirittura quando ci siamo offerti in massa, a L'Aquila più che in tutta la Regione, per fare i test sierologici per il personale della scuola, abbiamo ricevuto un camice ogni 5 test e 1 paio di guanti ogni 2 test (sì, avete capito bene: a una mano ci pensa la Asl, all'altra ci devi pensare tu!).

Personale di supporto? Sono stati assunti infermieri territoriali e Oss che avrebbero dovuto essere a nostra disposizione per aiutarci ad assistere a casa i positivi. Mai visti.

Vaccini antinfluenzali? La metà dei miei assistiti ultrasessantacinquenni sono ancora in attesa, perché in due settimane ho esaurito le quantità che mi erano state date per vaccinare l'altra metà. Sessantenni e patologie croniche sono tutti in attesa.

Tamponi rapidi? Siamo in attesa di 40 tamponi a testa, con cui dovremmo testare i contatti stretti dei positivi presso gli stessi 4 drive-in della struttura pubblica negli orari che, bontà loro, ci lasceranno a disposizione.

Tamponi a noi? Avrebbero dovuto farci un tampone al mese, io ne ho fatto prima di ammalarmi uno solo a maggio, così si sono tranquillizzati che la prima ondata l'avessi superata e fossi pronto per la seconda...

E per ora mi fermo qui., perché sono un pò stanco.

Volevo solo però ringraziare, prima di salutarvi: il presidente della Regione Marsilio, che tanto ha fatto per preparare l'arrivo della seconda ondata a L'Aquila e provincia; il direttore generale della Asl1 Testa, che ha dichiarato di lavorare 12 ore al giorno per combattere la pandemia; il direttore sanitario della Asl1 Cicogna, che ha dichiarato che lei è arrivata solo a maggio e non poteva fare di più; il direttore del distretto L'Aquila Aldo Giusti, che tanto si sta adoperando per proteggerci, visto che siamo i suoi più preziosi operatori sul territorio che gli è stato affidato. Grazie!

Guido Lopadre è medico di medicina generale

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 06:44:17 GMT
News n. 21
Farmacisti al tempo del Covid

Il ruolo del farmacista al tempo del Covid-19 ha acquisito sempre maggiore centralità, all'interno delle farmacie, parte fondamentale di quei servizi essenziali che, succeda quel che succeda, garantiscono la distribuzione del farmaco, direttamente o per conto del Ssn. Con la sempre minore accessibilità agli studi di medicina generale, i pazienti hanno incrementato la frequentazione delle farmacie, punto di riferimento tanto per stampare le ricette “dematerializzate” e aver dispensati i farmaci prescritti quanto per avere consigli e spesso rassicurazioni, viste le sempre maggiori difficoltà a comunicare con i medici di base, con telefoni sempre più intasati.

Dall'inizio della pandemia parecchi sono stati i casi di contagiati e purtroppo si annoverano anche diverse morti. La pandemia ha preso il sistema alla sprovvista, ma sicuramente un ritardo c'è stato nell'assumere tutte le precauzioni e gli strumenti necessari (Dpi) a prevenire i contagi, da parte dei datori di lavoro nel senso più ampio - dalle piccole farmacie private a grandi aziende pubbliche, come Farmacap a Roma, dove ancora oggi si è sprovvisti di protocolli di sicurezza per la gestione dell'epidemia, come previsto già dal Dpcm dello scorso 26 aprile, o non sono stati adeguati i Dvr.

Inadempienze da non sottovalutare, che lasciano in molti casi il farmacista a fronteggiare situazioni di rischio senza indicazioni chiare. Dopotutto, ad oggi, non esiste alcuna intesa sui protocolli Covid-19 tra le organizzazioni di rappresentanza delle aziende di categoria, Assofarm e Federfarma, e le organizzazioni sindacali. Ad almeno otto mesi dall'inizio della pandemia ci si ritrova spesso in dibattiti stucchevoli, sull'opportunità di fornire mascherine Ffp2 (Dpi) a farmacisti in servizio. Come se la sicurezza possa essere subordinata al risparmio.

Come se tutto ciò non bastasse, il governo ha recentemente fatto pressioni affinché a livello regionale si ratificassero accordi per l'effettuazione di tamponi e test sierologici in farmacia, con il risultato finale di scaricare questa attività su farmaciste e farmacisti, ignorandone la professionalità e i rischi correlati per loro e per la collettività. Paradossalmente si passa dai drive-in gestiti dagli ospedali, in luoghi isolati e in condizioni di sicurezza (in automobile), ai tamponi sul marciapiede, davanti alle farmacie, nel cuore dei quartieri, di fianco a negozi o bar, come già accade nel Lazio e come potrebbe presto accadere in altre regioni, con l'intento di sopperire parzialmente (ma pericolosamente) a sistemi sanitari stremati dal regionalismo e da decenni di tagli, in nome dell'austerità e dell'esaltazione delle politiche liberiste.

Resta che il farmacista ha una professionalità propria, non è un medico, non è un infermiere. Eppure da diversi anni gli si accollano servizi, come l'auto-analisi in farmacia, che di “auto” non ha mai avuto nulla (nell''auto-analisi in farmacia, l'intera esecuzione viene da sempre effettuata da farmacisti, malgrado la legge preveda solo un supporto all'utente/paziente), coperta da uno spesso velo di ipocrisia, nel nome dei servizi alla cittadinanza, ma col fine di ampliare la sfera dei profitti ovunque possibile, a parità di personale e di professionalità applicate. La farmacia dei servizi ha rappresentato senza dubbio un'innovazione e un ampliamento degli orizzonti, ma altrettanta innovazione andava e andrebbe fatta, nel ricorrere a figure professionali specifiche a svolgere determinati servizi. La conclusione naturale non può essere che affinché la figura professionale del farmacista risulti “utile” e apprezzata, si debba essere disposti a fare qualsiasi tipo di servizio, a prescindere dalle professionalità e da quanto prevedono i contratti collettivi di riferimento. Non può esserlo, neanche con la “benedizione” di questa filosofia da parte dell'ordine professionale.

E passando così ai contratti con Assofarm (per le farmacie speciali e pubbliche) e Federfarma (farmacie private), entriamo in una sfera se possibile, ancora più sconfortante. Il contratto collettivo Assofarm aveva decorrenza, 2013-2016; quello Federfarma, 2010-2013. Quindi siamo al mancato rinnovo, da quasi 5 anni, nel primo caso; da quasi 8 anni, nel secondo . E facciamo riferimento a rinnovi, che avevano già determinato, aumento delle ore settimanali lavorative (da 38 a 40 ore, con la settimana lavorativa passata da 5 a 6 giorni); decurtazione dei permessi retribuiti, decurtazione degli scatti di anzianità, aumenti salariali non proprio esaltanti (107 euro lordi, in 3 anni, per un livello medio, farmacista collaboratrice/ore, per Assofarm, con livelli retributivi superiori a Federfarma).

Da quanto abbiamo appreso dai video-dibattiti che si sono svolti lo scorso 19 novembre - organizzato da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil - e, lo scorso 21 novembre - promosso da Farmacista più, tra Filcams e Fiafant -, di rinnovo Assofarm, al momento, non se ne parla, visto che lo si considera solo come conseguente al rinnovo Federfarma, con la quale è aperta una trattativa; quindi le informazioni a disposizione riguardano solo la discussione in corso con Federfarma (che sicuramente farà da riferimento per Assofarm).

I sindacati nella piattaforma presentata nel 2013 alla scadenza del contratto chiedevano un aumento salariale adeguato alle nuove mansioni professionali richieste nei servizi introdotti in questi anni, guardando ai 130 euro del rinnovo Assofarm siglato in quell'anno; ora dopo che sono passati altri otto anni da quella piattaforma, la disponibilità datoriale si limita invece ancora a 80 euro lordi in 3 anni per il livello medio (farmacista collaboratrice/ore); secondo Federfarma, questo aumento non sarebbe possibile senza un incremento della remunerazione alle farmacie, da parte del Ssn; dopodiché potrebbe andare bene, se assorbito (cioè utilizzato) per attivare l'assistenza sanità integrativa (che in quel contratto collettivo non è nemmeno prevista), oltre che controbilanciato dall'assorbimento (cioè dalla soppressione) dei permessi retribuiti; inoltre Federfarma chiede di estendere il limite massimo di ore settimanali lavorabili a 50, contro le 46 attuali, sempre con meccanismo di recupero, quindi senza pagamento di straordinari, in ultimo, Federfarma chiede di far scattare la maggiorazione del notturno, solo dalle 23 in poi, il che incentiverebbe molte farmacie a estendere l'orario di chiusura serale proprio a quell'ora.

Se questo è lo stato delle trattative con Federfarma, c'è bisogno certamente di un contrattacco, che rivendichi condizioni contrattuali e salariali di miglior favore, esattamente in controtendenza alle pretese di Federfarma oggi e di Assofarm (sicuramente) domani. Un contrattacco che non può prescindere dal sentire della base: farmacisti, magazzinieri e le diverse figure professionali presenti nei comparti aziendali. Lavoratrici e lavoratori sindacalizzati (Farmacap, azienda pubblica farma-socio-sanitaria, con 45 farmacie e dieci sportelli sociali, a Roma, con un grado di sindacalizzazione superiore alla media del settore, si attesta al 50% di sindacalizzazione) e non (nella maggior parte dei casi, nelle farmacie private diventa estremamente complicato aderire a un sindacato, se non in via riservata), che offrono le proprie competenze e il proprio lavoro, sempre con minori riconoscimenti, ma sempre con maggiori richieste di svolgere ulteriori servizi, ben oltre le mansioni previste dalla legge (si parlava addirittura di fare somministrare i vaccini ai farmacisti). Affinché i rinnovi contrattuali assumano un valore effettivo, non per ottenere aumenti contrattuali cosmetici, a fronte di un ridimensionamento ulteriore dei diritti, ma per riconoscere effettivo valore professionale, va fatta chiarezza una volta per tutte su quale ruolo ha il farmacista, in quale perimetro (non siamo infermieri, non siamo medici) e su come valorizzarlo, senza cedere alle sirene delle organizzazioni datori, tantomeno a scorciatoie di convenienza per le istituzioni (governo, Regione). Coinvolgere i ministri della Salute e del Lavoro, rappresenta un'opportunità per ampliare il dibattito, ma non è la soluzione per risolvere e al meglio, questa situazione di stallo.

Si potrebbe iniziare col promuovere assemblee, in video-conferenza, su piattaforme che consentano alla platea di intervenire, per un confronto democratico vero. Redigere così un programma sintetico di punti irrinunciabili, tanto per il Ccnl Federfarma, che per Assofarm. I video-dibattiti di novembre hanno ridato centralità al problema, adesso è il momento di dare voce a lavoratrici e lavoratori e alle loro legittime aspirazioni. Promuovere mobilitazioni stanziali e in sicurezza, fino allo sciopero generale dell'intero comparto farmacie, pubbliche e private. Sarebbe auspicabile un impegno della Cgil e della Filcams proprio in questa direzione. Non lasciamo che tanto interesse e volontà di riscatto sprofondino nella disillusione, nella depressione, quindi in una sconfitta collettiva.

Gianpaolo Rosato è Rsa Filcams Cgil azienda speciale capitolina Farmacap

 

 

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 06:44:00 GMT
News n. 22
Sanità, sindacati: «Fate presto»

"Nel giorno in cui in Italia si sono contati 853 morti e in Calabria 307 nuovi contagi da Covid-19, il Governo ancora non ha deciso sul commissario alla sanità regionale”. Lo scrivono in una nota i segretari generali regionali di Cgil, Cisl e Uil, Angelo Sposato, Tonino Russo e Santo Biondo. Oggi, 26 novembre, sindacati e lavoratori hanno protestato davanti alla Cittadella regionale a Catanzaro, chiedendo che venga nominato subito un “commissario competente e determinato, con un ampio mandato operativo, con la possibilità di scegliere la sua squadra anche al di fuori della struttura regionale, intensificando controlli e verifiche su gestione degli appalti, servizi esternalizzati, politica degli accreditamenti delle strutture private, sulle aziende sanitarie sciolte per infiltrazioni mafiose".

 

 

 

In Calabria i pronto soccorso scoppiano, il personale è allo stremo, le strutture sanitarie sono in grandi difficoltà. La regione si è trasformata in uno scenario di guerra, con gli ospedali da campo come al fronte. “E nel frattempo - scrivono le organizzazioni sindacali- la magistratura indaga su malaffare, inadempienze e negligenze”. Cgil, Cisl e Uil regionali si fanno portavoci di una frustrazione crescente, che monta nel personale sanitario e nei cittadini, di fronte ai continui rinvii.  

 

 

 

"La evidente difficoltà ad individuare soggetti in grado di prendere su di sé un compito difficilissimo in una realtà complessa; la pantomima dei veti che scattano anche dopo l'ennesimo impegno pubblicamente assunto di provvedere con rapidità alla nomina; la disinvoltura con cui la questione viene rimandata di giorno in giorno. Tutto ciò dimostra anche ai più fiduciosi che chi deve provvedere non ha ben compreso la drammaticità della situazione per i cittadini calabresi" prosegue la nota.

Le organizzazioni sindacali hanno annunciato di voler chiedere al governo e al parlamento che il nuovo Decreto Calabria, prossimo alla conversione in legge, preveda misure a sostegno del rientro del debito della sanità, al fine di non compromettere la possibilità dell'utilizzo delle risorse necessarie per il rilancio del sistema socio-sanitario regionale. A ciò, si aggiungerà la richiesta di superare i limiti alle assunzioni di cui all'art 11 del D.L. 35/2019, garantendo un piano straordinario di assunzione di personale, perché i cittadini possano fruire dei livelli essenziali di assistenza.  

"La capacità di sopportazione dei calabresi, giunta al livello di guardia, non deve essere scambiata per rassegnazione – concludono Sposato, Russo e Biondo - Dopo la presentazione dell'esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Catanzaro, perché si faccia piena luce sulle opacità della gestione della Sanità nella nostra regione, continueremo a portare avanti la protesta e la nostra azione con tutti i possibili mezzi democratici perché il messaggio giunga sempre più chiaro e più forte”.

Data articolo: Thu, 26 Nov 2020 15:08:02 GMT
News n. 23
La riforma è una partita vinta

“Per la prima volta dal 1981 si dà dignità ai lavoratori dello sport”. Il responsabile Sport Slc Cgil Fabio Scurpa si dichiara soddisfatto dopo la storica approvazione della riforma del settore sportivo. Una partita vinta dal sindacato, che riconoscerà a migliaia di lavoratori, tecnici e atleti diritti e tutele fino ad ora negati. “Con la pandemia è esplosa prepotentemente la crisi dei lavoratori che non avevano diritto a nulla- commenta Scurpa- niente pensione, niente malattia, niente assicurazione sugli infortuni: il fatto che ora si introduca tutto ciò è una cosa enorme”.

La Slc giudica positivo il confronto con il ministero delle Politiche giovanili e lo Sport. “Ha dato ascolto ai sindacati – prosegue Scurpa - in pochi anni i lavoratori sportivi avranno pari diritti rispetto agli altri”. Soddisfazione, dunque, per il provvedimento nel suo complesso, ma con qualche “aggiustamento da fare”. Il responsabile Sport della Slc chiede maggiore chiarezza sull'applicazione delle norme dello Statuto dei Lavoratori anche agli atleti. Altro nodo sul quale il sindacato chiede più trasparenza è “il confine tra volontariato e lavoro, perché le norme potrebbero ingenerare qualche perplessità”. Bene i passi avanti sui lavoratori stagionali, ma “attenzione agli abusi”. Tra gli aspetti che stanno più a cuore al sindacato, c'è quello della copertura degli infortuni: nelle intenzioni del legislatore, secondo Scurpa, sembra esserci l'intenzione di dotare i lavoratori della copertura Inail, che prima non c'era. Ma alcune norme rischiano di tenerli fuori. “Il decreto – conclude il responsabile Sport Slc - va quindi ‘aggiustato' in alcuni punti che rischiano di rovinare il buon lavoro fatto, così da non ingenerare equivoci”.

 

Data articolo: Thu, 26 Nov 2020 08:01:53 GMT
News n. 24
Tra improvvisazione e disorganizzazione

In tutte i territori del Paese si cerca disperatamente personale sanitario da assumere, medici, infermiere ed infermieri, operatori sanitari, e si fa fatica a trovarli. In Puglia capita che li si lasci a casa senza lavoro. È quel che è capitato ai circa 70 dipendenti della Rsa Fontanelle in provincia di Lecce. Una struttura che può ospitare fino a 104 ricoverati, tanti erano quelli ospitati al momento della prima ondata del coronavirus che si è insinuato nella struttura colpendo sia gli ospiti che il personale. Simonetta Coluccia lavorava in quella struttura come Oss e dice: “È stata la prima struttura del territorio ad essere colpita ed anche la Asl non ha saputo intervenire tempestivamente. Sono state chiuse le porte il personale all'interno non poteva tornare a casa e quello all'esterno non poteva entrare. Risultato, turni interminabili e contagi che si diffondevano. È stato dichiarato lo stato di emergenza ed è arrivato il personale Asl a sostituirci. Alla fine è stata sospesa l'autorizzazione all'esercizio e tutto il personale è stato mandato a casa”. Mobilitazioni e presidi di lavoratori e lavoratrici sembrano esser serviti, la struttura dovrebbe riaprire non si sa ancora bene se per ospitare i pazienti post Covid o per ricoveri protetti, ma la conclusione di Simonetta Coluccia è amara: “Cercano tanto personale ma a noi ci hanno lasciato casa”.

La carenza di personale, insieme ad una estrema difficoltà organizzativa, è la vera criticità della Puglia che però ha conseguenze sia sulla qualità del lavoro di medici e infermieri che sulla qualità del servizio. “La sanità è sufficientemente al disastro - afferma Domenico Ficco, segretario generale della Fp regionale -, veniamo da anni di piani di rientro è i risultati si vedono. Sono stati tagliati posti letto e personale, del tutto insufficiente rispetto ai bisogni di salute della popolazione”. Anche in Puglia come nel resto del Paese, in virtù dei decreti approvati per l'emergenza sanitaria, un po' di assunzioni sono state fatte, poco più di duemila tra medici infermieri e operatori, ma ne servono almeno altrettanti. E i posti letto ospedalieri dovevano essere sostituiti dalle case della salute e dai servizi territoriali, non ve ne è traccia o quasi. Il risultato che interi servizi sono stati delegati ai privati, dalla psichiatria alla riabilitazione.

Un “pezzo” di struttura, inoltre, è stato devoluto in società in house, Sanità service, in capo alle Asl e gestiscono attività ritenute non Cor ma, aggiungiamo noi, certamente strategiche. Dal 118 al servizio cup ad esempio, “i lavoratori e le lavoratrici quando sono fortunati hanno rapporti di tipo precario e quando va male forme che rasentano il volontario” spiega Ficco, “Abbiamo chiesto l'internalizzazione di questi servizi, bisogna rendersi conto che la sanità è una filiera di attività, non solo medici e infermieri, se un pezzo non funzione, a cascata è tutto il sistema a risentirne. Non solo c'è anche chi della filiera è parte essenziale ma è invisibile"

“Noi, professionisti del laboratorio biomedico, abbiamo scelto di essere chi siamo: salviamo vite ogni giorno anche se un paziente non saprà mai che viso abbiamo”, ci dice accalorandosi Angela Michela, tecnica di laboratorio all'ospedale Moscati di Taranto e aggiunge: “Noi del laboratorio esistiamo. Siamo la troponina dietro l'attacco di cuore; siamo il gruppo sanguigno dietro una trasfusione sicura; siamo l'Hcg dietro una vita che sta crescendo; siamo la speranza di controllare la pandemia dietro il test Covid. Diamo speranza ai pazienti, diamo risposte a medici e infermieri, facciamo il tifo per le buone notizie che vengono rilasciate attraverso i nostri strumenti. Siamo esseri umani, non macchine”. Sono sotto pressione come tutti gli operatori sanitari, sono laureati a guadagnano 1.500 euro al mese. E, appunto, si sentono invisibili.

Il coronavirus è arrivato. La prima ondata non è stata particolarmente aggressiva è questo ha consentito alla sanità di reggere. Poi è arrivata l'estate, la campagna elettorale e le elezioni. Gli amministratori sono stati troppo impegnati per predisporre un piano Covid dettagliato e organizzato, basti pensare che la nuova giunta si è insediata solo lo scorso 24 novembre. E quel poco che è stato realizzato lo si è fatto senza nessuna interlocuzione con le organizzazioni sindacali. Non è stano nemmeno istituito, nonostante l'insistenza di Cgil Cisl e Uil, il coordinamento per la sicurezza dei lavoratori, tanti sono quelli contagiati, a fine ottobre se ne contavano 383, e i dati di novembre non ci sono. I numeri di oggi raccontano che si è passati da mille posti letto Covid a 3062 suddivisi in 28 strutture pubbliche e 6 del privato accreditato.

Ad ascoltare il racconto del dottor Diego Grasso, pneumologo presso l'ospedale di Lecce, quel che più preoccupa è l'improvvisazione e la disorganizzazione. “A marzo – racconta – avevamo creato un reparto Covid multidisciplinare, eravamo in quattro oltre me, un altro pneumologo, un rianimatore, due internisti, poi si sono aggiunti altri professionisti fino ad arrivare a undici, allora avevamo 20 posti letto. A giugno è stato chiuso e ciascuno è tornato al proprio reparto di partenza. L'esperienza fatta avrebbe dovuto servire per prepararsi alla seconda ondata. Nulla di fatto. La seconda ondata è arrivata e ha colto l'ospedale impreparato. Ai primi di novembre il reparto è stato riaperto, i posti letto sono diventati 40 ma ogni tanto veniamo spostati per alleggerire il pronto soccorso perennemente in emergenza”. E poi il personale in dotazione spostato in terapia intensiva, medici e infermieri arrivati senza una formazione specifica. Insomma disorganizzazione e improvvisazione.

Se a Lecce la situazione è quella appena descritta, nel resto della regione non cambia. Ancora il segretario della Fp Cgil dice: “Nelle strutture non sempre si riesce a predisporre correttamente il percorso sporco-pulito. Cominciano a mancare i dispositivi di protezione individuale. I pronto soccorso sono in emergenza quasi ovunque e la sanità del territorio non esiste. Le Usca, stanno nascendo adesso e a casa dei pazienti al momento non si vede nessuno. La testimonianza è diretta: 'io sono positivo, il tampone che lo attesta l'ho fatto 8 giorni fa'".  A parlare è ancora Domenico Ficco che aggiunge: "Mi sono chiuso in casa. Siccome nessuno mi ha contattato per il tracciamento ho cercato l'indirizzo di posta elettronica della mia Asl per comunicare, appunto di essere positivo, per poter fornire i nominativi dei contatti stretti e per poter essere autorizzato ad immettere la mia positività su Immuni. Sono ancora in attesa che qualcuno mi chiami. Per fortuna non ho sintomi e sono una persona responsabile. Se stessi male che alternativa avrei, oltre che andare al pronto soccorso?”

Data articolo: Thu, 26 Nov 2020 06:20:05 GMT
News n. 25
La fatica e l'impegno

 

 

 

In una situazione di pandemia la malattia contagiosa che colpisce un singolo non è più un fatto individuale ma riguarda l'intera collettività. Il dato clinico diagnosticato deve trovare immediatamente la possibilità di essere trasmesso a un centro di raccolta dati. Solo così si può affrontare e contenere una malattia che è collettiva, sociale e come tale va affrontata”. Questa la riflessione di un anziano medico che ha speso tutta la vita professionale nella sanità pubblica, in un servizio territoriale (quando c'erano e si cercava di farli funzionare), in un grande ospedale della capitale. Serve, sarebbe servito, un salto culturale. O forse sarebbe bastato che la riforma del 1978, ministra della Sanità Tina Anselmi e tra i più accaniti costruttori in Parlamento Giovanni Berlinguer, non venisse svuotata. Il fallimento del tracciamento nasce da questo mancato salto culturale, dallo svuotamento dei servizi di igiene pubblica e prevenzione del servizio sanitario. Un esempio? La Regione Lazio ha autorizzato un certo numero di laboratori di analisi privati a effettuare a tariffa concordata di 22 euro, i test antigenici rapidi per individuare la positività al Covid 19. E fin qui tutto bene. Il punto è che l'esito del test rimane una questione privata e individuale tra il singolo “paziente”. La struttura che esegue l'esame non ha l'obbligo di trasmettere l'esito al Ssr. Al più avvisa il paziente che, in caso di positività, lui ha l'obbligo di comunicarlo al medico di base che dovrà prescrivere un tampone molecolare. Epidemiologia, prevenzione, salute collettiva non abitano qui.

Certo, rispetto al 9 marzo molto si è fatto: basti pensare che allora si riuscivano a fare non più di 2000 tamponi al giorno, ora se ne realizzano quasi 28mila nei 63 drive in attivati in Regione. Nonostante questo sforzo molti sono i focolai fuori controllo e il tracciamento è davvero difficile.

Prevenzione, epidemiologia, salute pubblica sono tutte attività di competenza della sanità di territorio. Proprio questo ambito è assolutamente insufficiente e per nulla potenziato durante l'estate quando, cioè, il coronavirus non era così dirompente. Lo afferma Natale Di Cola, della segreteria della Cgil di Roma e del Lazio, lo conferma il dottor Salvatore Trovato, oggi medico in pensione ma richiamato in servizio per “dare una mano”. Ha trascorso tutta la sua vita professionale nel territorio, in uno di quei presìdi nati ancor prima della riforma del '78, i consultori familiari furono istituiti nel '75. È andato in pensione, dicevamo, ed è tornato in servizio con un contatto di prestazione professionale a partita Iva nel distretto di Bracciano, provincia di Roma: “I medici di territorio non ci sono più sono andati tutti in pensione e non sono stati sostituiti ed allora sono tornato ad aiutare. Oggi tra i miei compiti c'è quello di tenere i rapporti con i medici di base e coordinare il loro lavoro proprio rispetto al Covid".

Ancora è Natale Di Cola a raccontare della debolezza del territorio: “La presa in carico dei pazienti è praticamente inesistente, per non parlare dell'assistenza domiciliare. Non condividiamo, poi, affatto la scelta della Regione di far dipendere le Uscar, che in ogni caso sono poche, da un coordinamento regionale e non dai distretti. E non esistono nemmeno o quasi le case della salute”. Ovviamente questi sono limiti che esistevano anche prima che il coronavirus cominciasse a diffondersi, ma è evidente che la loro esistenza rende più difficile il contrasto. “Ad esempio – dice ancora il dirigente sindacale – quanti sono i lavoratori e le lavoratrici asintomatici che a casa attendono l'esito del tampone negativo per tornare a lavorare? Ci vogliono giorni prima di avere il risultato dopo, essere riuscito a farlo”.  

I numeri sono lì a raccontare. Nel Lazio vivono circa 5 milioni e 6mila persone, sono attualmente positivi in 85.796 con un incremento nelle ultime 24 ore di 2.509. Il 24 novembre erano occupati il 37% dei posti di terapia intensiva (il 43% in Italia) mentre i posti Covid nei reparti ordinari erano saturi al 52% (contro il 51% in Italia) Posti letto dell'una e dell'altra tipologia di molto incrementati rispetto a prima dell'emergenza sanitaria, quelli ordinari ammontano a 5310. Ma per rendere operativi reparti e terapie intensive servono operatori sanitari di tutte le professioni. Negli anni del blocco del turn-over e del commissariamento si sono perse 10mila unità di personale, un numero enorme in una situazione normale, figuriamoci in piena emergenza sanitaria. Occorre riconoscere che negli ultimi mesi uno sforzo è stato fatto, si è provveduto a 6.495 assunzioni ma ancora non basta, mancano ancora circa 4.000 unità per recuperare quanto si è perso in questo decennio. E le figure professionali non si trovano. Non per caso la Regione ha fatto bandi per il reclutamento di medici in pensione e ha contrattualizzato medici specializzandi.

Francesco Cogliati Dezza ha 28 anni, ha appena cominciato il suo terzo anno di specializzazione in infettivologia al Policlinico Umberto I di Roma. È a casa con il Covid, per fortuna non ha avuto problemi respiratori, ma per il resto è stato proprio male a cominciare dal febbrone. A fine ottobre ha firmato di venerdì sera alle 19.30 il contratto come dirigente medico, insieme ai suoi compagni di corso, ha preso servizio la mattina dopo. In realtà fronteggia il virus nel suo reparto da marzo scorso, sono stati gli oltre 400 specializzandi in corsia che hanno impedito alla sanità romana di franare. L'impatto è stato davvero forte e inaspettato: “Ho cambiato il punto di vista con cui affronto la malattia e i pazienti. Ci sono, però, alcuni aspetti negativi, da marzo non facciamo più formazione e le malattie infettive non sono solo Covid. E comunque – aggiunge – ci sarebbe piaciuto che un professore ci aiutasse a dare una lettura più complessiva di quello che accade. Certo - ripete più volte Cogliati Dezza - sia dal punto di vista professionale che da quello umano è un'esperienza immensa, nessuno di noi pensava di affrontare questa specializzazione trovandosi di fronte ad una pandemia, ed invece ci si è aperto un mondo dandoci curiosità e interessi nuovi sull'epidemiologia e sulla salute globale”. E il dottor Cogliati Dezza, insieme ai suoi compagni di corso “inviati al fronte” ha sperimentato e ha acquisito consapevolezza di cosa sia sfruttamento sul lavoro: “Lavoriamo anche due settimane di seguito senza riposi, ora abbiamo un contratto e un salario relativo. Durante la prima ondata abbiamo lavorato senza sosta senza nessuna tutela e nessuna retribuzione se non l'assegno della borsa di studio. Per noi non era stato previsto nemmeno il bonus di mille euro che la Regione ha previsto per medici e infermieri impegnati nei reparti Covid. Ci siamo messi insieme, abbiamo aperto una vertenza e abbiamo vinto”.

Per Giancarlo Cenciarelli, segretario generale della Fp Cgil di Roma e del Lazio, la vera emergenza in regione continua ad essere proprio la mancanza di personale: “Certo negli ultimi mesi si sono fatte moltissime assunzioni, la maggior parte a tempo indeterminato, ma non bastano nemmeno a colmare il deficit di organico determinato dal blocco delle assunzioni degli ultimi 10 anni”. Esiste poi un'emergenza nell'emergenza, sottolinea il segretario della Fp: “Oscilla tra 1.300 e 2.000 il numero di medici infermieri e personale sanitario a casa ogni settimana perché positivo, su una platea di circa 49 mila persone è una quota rilevante che costringe a doppi turni e mancati riposi chi è in servizio. Occorre assumere almeno altre tremila persone”.

Le assunzioni fatte negli ultimi tempi hanno consentito un respiro di sollievo a Francesca De Meo. Ha 48 anni e lavora come infermiera nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale Grassi di Ostia interamente convertito in Covid. La incontriamo telefonicamente alla fine di un turno di lavoro, la sua voce racconta la fatica più delle parole, ma fatica è la parola che utilizza di più insieme a solitudine: “I nostri pazienti sono soli, lontano dalle famiglie e siamo soli anche noi. Gli stessi presìdi di protezione individuale, la tuta la mascherina, il casco integrale aumentano le distanze tra noi e loro. Dal punto di vista psicologico il confronto con questa malattia è terrificante”. Racconta ancora “Giorni fa ho cambiato le garzine che chiudevano gli occhi ad un paziente intubato per evitare si seccassero. Quando le ho sollevate ho scoperto lacrime. La loro sofferenza è davvero dura da sopportare. Facciamo di tutto per dar loro sollievo non solo dal punto di vista sanitario. Ad esempio – aggiunge – teniamo accesa la radio per fargli mantenere un contatta con la realtà fuori dall'ospedale”. Un grande sforzo quello delle infermiere e degli infermieri, per fortuna lo dicevamo sono arrivati i rinforzi la pianta organica è al completo ma non un'unità di personale in più: allora capita, come in questi giorni, che due infermieri siano a casa con il Covid e i turni devono comunque essere tutti coperti.

Uno dei problemi sottolineati dalle organizzazioni sindacali è la diminuzione della sanità non Covid, tenuto conto che strutture ambulatoriali e di diagnostica fuori dagli ospedali sono davvero rare. Allora molte strutture ospedaliere hanno stipulato convenzioni con presìdi privati, per far utilizzare le strutture dai propri chirurghi e riuscire ad effettuare così anche gli interventi non urgenti. Ovviamente tutto ciò ha un costo. C'è chi, però prova a resistere. Rosaria Nardone è un'endocrinologa, si occupa di diabete e lavora in un grande ospedale romano, il San Camillo. “Durante la prima ondata, racconta, da noi come nelle altre strutture della Regione c'è stato il blocco di tutte le attività non urgenti, gli unici pazienti che abbiamo continuato a vedere sono state le donne in gravidanza e i pazienti affetti da una particolare forma di diabete che colpisce gli arti inferiori. Oggi, per fortuna, non è così. Riusciamo a visitare tutti ma ovviamente con dei protocolli di accesso agli ambulatori molto dettagliati e quindi il numero dei pazienti che accede alla struttura è assai inferiore rispetto a prima. Come fare? Pur essendo solo in due abbiamo aumentato le ore di ambulatorio tenendolo aperto anche nel pomeriggio e al sabato mattina”. Certo, prosegue il suo racconto Nardone, ancora non sono riusciti a smaltire l'arretrato accumulato durante la prima ondata ma cercano di dare risposte a tutto. E non finisce qui. La diabetologia è una specializzazione affine alla medicina interna, alcuni di questi reparti sono stati riconvertiti in Covid, anche alla dottoressa Nardone è stato chiesto di coprire un po' di turni di guardia nei festivi in quei reparti per sostenere i colleghi. “Rispetto a loro, agli infettivologi, ai rianimatori io faccio davvero poco ma penso che ciascuno di noi, non solo medico, può fare un pezzettino e molti la pensano come me – riflette ad alta voce -.  Io non ho paura per me, ho paura di trovarmi davanti ad una situazione che non so gestire. Per fortuna lavoro in un grande ospedale dove la multidisciplinarietà è di casa”. C'è un altro lascito che questa esperienza consegna alla dottoressa, la necessità dell'empatia: “La partecipazione al sentire e al dolore del paziente è una parte consistente della cura”.

Tra le tante cose che non funzionano va segnalata una buona notizia. A ottobre Cgil Cisl e Uil, le categorie dei lavoratori pubblici e dei pensionati, hanno sottoscritto un accordo con la Regione Lazio per l'apertura di due Rsa pubbliche in ciascuna Asl, ne sono già nate tre. “Un accordo importantissimo - conclude il suo ragionamento il segretario Fp Cenciarelli - perché queste strutture sono davvero in grandissima difficoltà. Il personale che può sta abbandonando per andare a lavorare nelle strutture pubbliche, giustamente, visto che le aziende applicano un contratto varato nel 2012 con l'Ugl e altre sigle minori, ovviamente non sottoscritto dalle confederazioni, con una notevole riduzione di salario e diritti”.

Data articolo: Thu, 26 Nov 2020 06:18:00 GMT

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