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News welfare e previdenza da collettiva.it (CGIL)

#scioperi #lavoro #vertenze #CGIL

News n. 1
Pensioni, la battaglia per la parità

Le pensioni delle donne continuano ad essere molto più basse rispetto a quelle degli uomini e anche le regole che governano il funzionamento del sistema previdenziale risentono fortemente di un gap di genere. Si dovrà tenere conto di questo nel cantiere pensioni che sta per riaprire: i sindacati sono in attesa della convocazione del ministro del Lavoro, Andrea Orlando mentre sono già partiti i tavoli tecnici. La pandemia ha accentuato il problema perché come abbiamo visto sono state proprio le donne a pagare il prezzo più alto della crisi da Covid 19: licenziamenti, aumento del part time obbligato, dimissioni dovute al carico di cura di famigliari malati o non autosufficienti.

Ma il gap non è neppure una novità. “I trattamenti pensionistici che vengono erogati ai lavoratori al termine del loro periodo di attività lavorativa sono notevolmente differenziati secondo il genere”, si legge in un'analisi sul tema del 2019 a cura di Ezio Cigna, responsabile dell'Ufficio delle politiche previdenziali della Cgil. Le ragioni sono diverse: il tasso di partecipazione femminile nel mercato del lavoro è più contenuto, le donne hanno carriere professionali più discontinue e accedono a posizioni ben remunerate in misura inferiore rispetto agli uomini. “Questo determina come risultato il fatto che le donne beneficiano di pensioni più basse degli uomini, e la loro situazione risulta essere negativa anche nel confronto con altri paesi europei. Le condizioni nel mercato del lavoro sono i fattori che creano le differenze di genere che si riflettono nei trattamenti pensionistici. Infatti le differenze all' interno del mercato del lavoro sono presenti in termini di numero di occupate, di tipologia di contratto di lavoro e anche di differenza retributiva. In media, negli ultimi anni, la retribuzione delle donne è stata inferiore a quella degli uomini di circa il 30%.

Se 16 punti vi sembran pochi
Se si guarda ancora più indietro, a 15 anni fa, gli uomini rappresentavano il 55% del totale dei percettori di pensioni e assorbivano il 64% del reddito complessivo. Nel 2007 l'importo medio dei redditi pensionistici da vecchiaia o anzianità era di 16.175 euro. All'anno, gli uomini percepivano 18.773 euro, le donne 13.017, con un differenziale di 16 punti percentuali a favore degli uomini. Il 54% delle pensionate percepiva prestazioni inferiori ai mille euro.

Venendo più vicino ai nostri giorni, notevoli differenze di genere si percepiscono dai dati Inps sulle domande di Ape sociale e di uscite anticipate dovute ai cosiddetti “lavori precoci”. Alla fine dello scorso anno le domande per l'Ape sociale erano così distribuite. Per quanto riguarda la categoria “lavoratori disoccupati” le richieste delle donne sono state 1801, quelle degli uomini 2360. Per la categoria “lavoratori che assistono persone con handicap in situazione di gravità”, le richieste delle donne sono state 587, quelle degli uomini 383. Per quanto riguarda le richieste di uscita anticipata dovuta al riconoscimento di forme di invalidità al 74%, le donne che hanno presentato la domanda sono state 213, gli uomini 301.

Anche in Europa le cose non vanno sempre bene
Sempre dalle analisi della Cgil abbiamo la conferma che l'Italia è uno dei paesi europei con i livelli più bassi di occupazione femminile. Rispetto a una media Ue di 66,5 occupate ogni 100 donne tra 20 e 64 anni, il nostro Paese si trova al penultimo posto con il 52,5%, appena sopra la Grecia (48%) (mentre, secondo i dati Istat del 2018 il tasso di occupazione è del 67,6% per gli uomini e del 49,5% per le donne tra i 15 e i 64 anni). L'Italia è anche il secondo paese con il più ampio divario occupazionale uomo-donna: 19,8 punti differenza rispetto a una media Ue di 11,5 In tutta l'UE le donne percepiscono una pensione inferiore rispetto agli uomini, in media del 36% in meno. Nei diversi Stati membri il divario pensionistico di genere per la fascia di età dai 65 ai 79 anni (tenendo conto di coloro che percepiscono un reddito da pensione) andava nel 2016 da un valore basso come l'1,8% dell'Estonia a un valore elevato quale il 48,7% di Cipro. L'impianto del sistema pensionistico riveste comunque una notevole importanza, nel lungo termine il divario di genere nelle pensioni potrà essere ridotto garantendo maggiori pari opportunità nell'occupazione per donne e uomini, ma sicuramente, altri elementi specifici dei regimi pensionistici, quali il riconoscimento a fini pensionistici dei periodi dedicati all'assistenza e le prestazioni ai superstiti, continueranno a svolgere un ruolo essenziale per colmare il divario. Infatti, il divario sulle pensioni in Europa spesso sconta il fatto che in alcuni paesi le donne hanno diritto al riconoscimento a fini pensionistici dei periodi dedicati all'assistenza dei figli.

Le origini della diseguaglianza
Nel corso degli ultimi anni sono state fatte varie analisi sul gap previdenziale. Secondo l'economista Michele Raitano (Università La Sapienza), uno dei maggiori esperti in materia, “per quanto riguarda le differenze di genere, i dati Inps mostrano come la penalizzazione nei salari medi fra donne e uomini rimanga costante intorno al 30%. Tale andamento è dovuto principalmente a due fattori: da una parte, un aumento dei salari ricevuto dalle donne nel corso del tempo, a parità di caratteristiche e tempi di lavoro; dall'altra, un aumento della partecipazione femminile che ha determinato una maggiore incidenza nel mercato del lavoro di donne con bassi salari (anche a causa dell'aumento del part time) o limitato numero di settimane lavorate. Quando si prendono in esame i salari settimanali dei full-timers, la penalizzazione salariale fra uomini e donne si riduce nel tempo diminuendo dal 23,4% del 1985 al 13,2% del 2016. “Ciò conferma che una quota sostanziale della differenza di genere è da attribuire alla diversa incidenza del part-time fra uomini e donne”.

A questi problemi si dovrà mettere mano e nei progetti di riforma che dovranno superare l'attuale legge Fornero alla scadenza di Quota 100 (dicembre 2021), si dovrà tenere conto di misure di riequilibrio. Nel frattempo i sindacati confederali, con la piattaforma unitaria che hanno consegnato al governo come base del nuovo confronto, non chiedono la rivisitazione di Opzione donna, ma misure di flessibilità in uscita (62 anni e 41 anni di contribuiti). Cgil, Cisl, Uil pensano comunque che vadano garantire le casistiche attuali dell'Ape sociale, soprattutto per quanto riguarda le persone disabili e le donne che svolgono lavori di cura.

Un anno di contributi per ogni figlio
Ma la novità di cui si sta già discutendo, sempre per quanto riguarda le lavoratrici, riguarda la possibilità di ottenere un anno di contribuzione pagata per ogni figlio. Oltre a questa misura si propone anche una modificazione in meglio del calcolo del coefficiente di trasformazione (il rapporto tra la pensione e la retribuzione). Le lavoratrici avrebbero la possibilità di scegliere: andare in pensione prima con la valorizzazione della contribuzione legata ai figli, oppure uscire più tardi ma con un coefficiente più alto (quindi con una pensione) più alta). Si tratta poi di analizzare tutti gli altri aspetti che contribuiscono ancora a creare squilibri e diseguaglianze. Lo vedremo in un altro approfondimento.  

Data articolo: Wed, 12 May 2021 16:12:00 GMT
News n. 2
Auser, bene ripresa visite anziani nelle Rsa

"Siamo molto contenti che il ministro Speranza abbia firmato l'ordinanza che permetterà agli anziani delle Rsa di ricevere nuovamente visite di parenti e amici. In sicurezza". Così Enzo Costa, presidente nazionale dell'Auser.

"Attendevamo da tempo questa decisione, le condizioni di isolamento totale in cui da quattordici mesi erano costretti a vivere gli anziani erano diventate  insostenibili, con forti ripercussioni sulle loro condizioni psicofisiche. Le videochiamate, le stanze degli abbracci,  che anche grazie alla nostra rete di volontariato siamo riusciti a organizzare e favorire in molte strutture, hanno permesso una qualche forma di contatto con l'esterno. Ma ricevere una visita di un  proprio caro o di  un amico, è un'altra cosa. L'isolamento totale dal mondo esterno rischiava di diventare una pesante elemento di  discriminazione nei confronti di migliaia di anziani fragili, che erano stati vaccinati e poi  dimenticati. Bene quindi che in questa fase generale di  riaperture si sia finalmente pensato a chi non ha voce", continua il responsabile Auser. 

Auspichiamo da tempo che si trovi al più presto un modello di assistenza che consenta agli anziani fragili di essere curati e sostenuti nel proprio territorio e a casa propria", conclude Costa..

Data articolo: Tue, 11 May 2021 12:09:08 GMT
News n. 3
Un nuovo ruolo per i servizi sociali

“Più bisogni, più servizi pubblici – Quali strategie per rafforzare la presa in carico delle persone da parte dei servizi sociali” è l'iniziativa della Cgil in programma martedì 11 maggio alle 16. Partecipano Giordana Pallone, area welfare Cgil, Gianmario Gazzi, presidente Cnoas, Roberto Rossini, portavoce Alleanza contro la povertà, Enzo Bernardo, Fp Cgil, conclude la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettori. Diretta streaming su Collettiva.

Data articolo: Tue, 11 May 2021 08:54:00 GMT
News n. 4
Le pensioni del futuro si cambiano oggi

“Cambiare le pensioni subito”. È stato questo lo slogan dell'iniziativa unitaria dì Cgil, Cisl, Uil del 4 maggio scorso ed è il messaggio che il sindacato continua a mandare alla politica. Intervenendo al dibattito sulle pensioni il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha detto che “il tema non è più rinviabile. A dieci anni dalla riforma Fornero (che poi non è stata una riforma vera e propria ma un taglio alle pensioni per fare cassa) è ormai sotto gli occhi di tutti la necessità di intervenire” . In particolare i segretari generali attendono la data della convocazione del tavolo sulla riforma da parte del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che dopo un iniziale temporeggiamento ha fatto sapere che il confronto sulle pensioni si riaprirà sicuramente entro il mese di maggio.

Nel frattempo continuano a uscire sulla stampa possibili modelli di superamento della normativa attuale in vista della fine di Quota 100 che scadrà a fine anno. Anche il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, ha avanzato una sua idea sul futuro previdenziale degli italiani, ma il suo schema di uscita dal mercato del lavoro non è stato apprezzato dai sindacati. La notizia positiva della settimana riguarda invece il riavvio dei cosiddetti “tavoli tecnici” sulle pensioni. Si tratta di luoghi di confronto tra governo e parti sociali che erano stati avviati con il governo precedente e che sono finalizzati ad approfondire alcune questioni cardine per la riforma.

In particolare due: la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale e la definizione dei lavori gravosi per rivedere tutte le regole sul rapporto tra età pensionabile ed aspettativa di vita. Sempre durante il webinar del 4 maggio Landini ha insistito molto su una vera e propria ingiustizia che continua a caratterizzare le regole per andare in pensione. “È necessario riconoscere le diversità dei lavori, con un riconoscimento del lavoro delle donne e dei lavori più gravosi”.


Intanto si colgono nel dibattito sulle pensioni le prime aperture alle proposte di Cgil, Cisl, Uil. “Bene la proposta della piattaforma sindacale per Quota 41”, ha dichiarato per esempio nei giorni scorsi il sottosegretario al Mef, Claudio Durigon. “Quota 100 nasceva come una norma per la flessibilità in uscita che ha bloccato l'aspettativa di vita prevista dalla legge Fornero, per cui ora se vogliamo uscire dalla crisi innescata dal Covid serve una riforma strutturale con una visione pensionistica: ci saranno parecchi licenziamenti quindi saranno necessari nuovi strumenti di flessibilità in uscita”.

Sul tema è intervenuta anche l'ex ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, secondo la quale “occorre rendere strutturale il contratto di espansione e incentivare strumenti come l'isopensione, quindi è necessario favorire investimenti per percorsi di potenziamento delle competenze, accompagnare le transizioni occupazionali e generazionali, attraverso, ad esempio, la staffetta generazionale”.

Cgil, Cisl e Uil rilancia l'uscita dal lavoro senza penalizzazioni a partire dai 62 anni o con 41 di contributi, una proposta che “ha anche un profilo di sostenibilità”, come ha spiegato in più di un'occasione il segretario confederale Roberto Ghiselli. “Occorre mettersi attorno a un tavolo con i tecnici dell'Inps e del ministero e fare delle simulazioni dati alla mano – ha spiegato recentemente al quotidiano La Stampa - perché l'impatto reale si dimostra sempre molto diverso dalle stime. Lo abbiamo visto con Quota 100: si pensava che più di 900 mila persone l'avrebbero utilizzata, alla fine saranno 350 mila”.

Data articolo: Sun, 09 May 2021 08:23:12 GMT
News n. 5
Vaccino per tutti

Finalmente qualcosa si muove. “La decisione di Biden di sospendere i brevetti sui vaccini contro il Covid è un fattore di cambiamento importantissimo che ha già suscitato un effetto domino su Ursula Von der Leyen, ma anche su singoli Paesi europei. Un fatto piuttosto incoraggiante dopo mesi di stallo”. Lo afferma Nicoletta Dentico, una dei maggiori esperti di salute globali, che da anni si batte affinché la salute, appunto, venga riconosciuta come bene comune.

Va avanti da mesi la mobilitazione internazionale, soprattutto da parte della società civile di diversi paesi, ma anche di alcuni governi come quelli di India e Sud Africa, per la sospensione dei brevetti sui vaccini insieme a farmaci e dispositivi medicali indispensabili a fronteggiare la pandemia. Fino ad oggi, però, in sede di Organizzazione mondiale del commercio, la mobilitazione è stata minoritaria. La presa di posizione degli Usa e le dichiarazioni che arrivano dall'Europa fanno sperare in cambio di rotta benché la Germania si sia, invece, dichiarata a favore del mantenimento dei brevetti.

E l'Italia? "I vaccini sono un bene comune globale. È prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali".  Questa l'affermazione del presidente del Consiglio Mario Draghi che non sembra essere una piena indicazione a favore della sospensione dei brevetti.  

La copertura vaccinale nel mondo, ben lontana dalla necessaria immunità di gruppo, è anche assai diversificata. L'India, ad esempio, uno dei maggiori produttori di sieri anti coronavirus, è però riuscita a somministrare due dosi solo il 2,19 della popolazione: gli stabilimenti sul suo territorio producono vaccini che non appartengono al Paese. E in quasi tutti i Paesi dell'Africa la copertura vaccinale non raggiunge l'1% della popolazione.

La risposta alla necessità di immunizzare la popolazione mondiale non può essere esclusivamente quella della solidarietà internazionale affidata al progetto Covax. Innanzitutto perché la salute, e quindi i vaccini, sono un diritto universale e come tale deve essere garantito a tutti e tutte. Poi perché la governance che sta dietro Covax non è affidata a organismi Internazionali quali Onu o Organizzazione mondiale della Sanità, ma a un partenariato pubblico privato, e gli interessi privati pesano molto. In ogni caso bene la solidarietà e anche Covax, ma il diritto alla salute è altra cosa.

L'Italia, allora, secondo Dentico, dovrebbe essere più nettamente schierata a favore della sospensione dei brevetti: “Chiediamo a Draghi di assumere subito una posizione più netta anche perché in questo momento lui non rappresenta solo il governo italiano ma la presidenza del G20. Il 21 di maggio a Roma ci sarà un summit sulla salute globale: quella può essere l'occasione per rappresentare una posizione condivisa a sostegno degli Usa, a sostegno della richiesta di 120 Paesi all'Organizzazione mondiale del commercio: sospendere i brevetti sui vaccini, sui farmaci e su tutti i dispositivi medici necessari a fronteggiare la pandemia”.

Questa è anche la richiesta del Comitato italiano per l'iniziativa dei cittadini europei “Right2cure-No profit on pandemic, di cui la Cgil è parte, vuole portare alla Commissione europea invitando i cittadini e le cittadine a sottoscrivere una Ice, una petizione europea, con la quale si afferma che non è accettabile nessun profitto sulla pandemia. Bisogna raccogliere un milione di firme nei diversi stati membri. Sottoscrivere è facile, si fa on line cliccando qui

Data articolo: Fri, 07 May 2021 22:04:08 GMT
News n. 6
Sanità, subito tavolo di confronto su Venezia

“Riteniamo positivo che dopo tanti anni il nuovo direttore generale abbia ascoltato i numerosi appelli della Cgil ad aprire un confronto sui lavoratori della sanità veneziana” - dichiarano Daniele Giordano della Cgil, Daniele Tronco del sindacato Pensionati e Marco Busato della Funzione pubblica di Venezia -. La nostra è una città con un'età media elevata e che rischia il totale spopolamento se non si garantiscono servizi pubblici di qualità. È impensabile credere che i nostri anziani possano andare in terraferma per ricevere le cure quando dovremmo avere una rete di servizi efficace ed efficiente proprio nella città d'acqua. Investire sul lavoro a Venezia vuole dire salvaguardare la salute dei suoi cittadini, vuole dire tutelare gli anziani e garantirgli servizi adeguati e di prossimità".

"Il disagio dei lavoratori della sanità pubblica che svolgono il proprio servizio all' Ospedale Civile di Venezia o nei servizi territoriali delle Isole è cosa nota da tempo. I trasporti, la mancanza di alloggi, il pendolarismo (con ore di viaggio in pullman o treno) sono solo alcune delle difficoltà che ricadono su chi, ogni giorno, si reca a lavorare nel servizio sanitario pubblico. Molti lavoratori che provengono da Chioggia o da Mirano e devono recarsi all'Ospedale Civile, aggiungono al loro orario di servizio almeno 4 ore di trasporto per arrivare a piazzale Roma, per poi recarsi al servizio a piedi o col vaporetto di linea. Per essere in reparto alle ore 7 una lavoratrice di Chioggia o Mirano parte da casa alle ore 5 e rientra alle ore 15.30. Se sono in turno di pomeriggio partono da casa alle 10 e rientrano alle 22 di sera. Questi servizi vanno garantiti e sappiamo che una dose di disagio è inevitabile ma sosteniamo che è tempo ed ora di rivedere complessivamente modalità e opportunità, per agevolare ed incentivare questi lavori nelle zone di particolare disagio", continuano le tre federazioni.

"Pensare a organizzazioni del lavoro che aiutino ad affrontare il disagio (es. abbonamenti gratuiti, trasporti verso l'ospedale garantiti dall'Ulss, bandi di mobilità riservati, alloggi in uso foresteria a prezzi calmierati, incentivazioni etc). ​Serve una sinergia tra tutti gli attori pubblici del territorio , ad esempio le case che l'Ipav sta mettendo sul mercato degli affitti potrebbero essere in parte dedicate a personale che vuole vivere e lavorare a Venezia invece di essere completamente al libero mercato. L'Ulss riceve dalla Regione un finanziamento aggiuntivo per le peculiarità territoriali di Venezia, e per questo è il tempo di pensare che una parte di queste risorse aggiuntive vadano anche a favorire interventi per agevolare il lavoro dei servizi pubblici", prosegue il sindacato..

"Siamo anche soddisfatti che il drettore generale dichiari il blocco dell'alienazione dei beni immobili dell'Ulss 3, (operazione avviata dall'ex Direttore Dal Ben per fare cassa) in modo da pensare a come ottimizzare e capitalizzare questo patrimonio e, dove possibile, riconvertirlo come alloggi uso foresteria a disposizione dei dipendenti a prezzi calmierati. Una politica strategica sulle risorse umane, un investimento lungimirante pensando a come favorire la scelta di risiedere a Venezia (anche temporaneamente) sarebbe una opportunità per molti operatori della sanità (medici, infermieri, operatori socio-sanitari) che oggi faticano ad accettare di lavorare con questi enormi disagi. Come Cgil, Spi e Fp – concludono i tre sindacalisti - siamo pronti a fare la nostra parte in un confronto costruttivo che rilanci la qualità della vita a Venezia e contribuisca a una ripartenza nuova della città". 

Data articolo: Fri, 07 May 2021 14:30:00 GMT
News n. 7
Il nostro impegno, la nostra responsabilità

Parla Francesca Nigro, infettivologa presso l'ospedale di Caltanissetta. "Dopo un anno siamo ancora qua. La pandemia ha messo in evidenza le carenze ataviche della sanità pubblica".

Data articolo: Thu, 06 May 2021 06:15:44 GMT
News n. 8
Lavorare con passione

I numeri sono spietati. Dalla fine di febbraio dello scorso anno si sono ammalati di Covid quattro milioni 59mila ottocentoventuno uomini e donne. Questi sono i contagiati censiti, ma, come affermano gli esperti, sono assai sottodimensionati. Tre milioni 524mila centonovantaquattro sono i guariti, mentre in 121mila settecentotrentotto non ce l'hanno fatta. Solo il 4 maggio sono morte 305 persone. Positivi al test Covid, oggi, sono 413mila ottocentottantantanove uomini e donne. Solo da pochissimi giorni la saturazione di terapie intensive e reparti Covid ordinari, se di ordinarietà si può parlare, è tornata sotto i livelli di guardia, anche se non di molto. E proprio due giorni fa l'Istat, nel report sugli indicatori demografici del Paese, ha certificato una diminuzione dell'aspettativa di vita degli italiani e delle italiane: nel 2020 abbiamo perso ben 14 mesi.

Dietro questi numeri, impegnati a lavorare affinché non fossero molto peggiori, ci sono operatrici e operatori sanitari: medici, infermieri, tecnici di laboratorio e molti altri. Da oltre un anno lavorano con passione per contrastare un virus che nessuno conosceva e che ancora oggi, in parte, resta misterioso. Non si sono risparmiati, rimettendoci salute e qualche volta la vita. Operando in condizioni difficili e con pochi, pochissimi riconoscimenti.

Tagli, tagli e solo tagli, questa è stata la strategia degli ultimi vent'anni. Soprattutto blocco del turn over, che ha sottodimensionato la pianta organica della sanità italiana e ha paurosamente alzato l'età media dei dipendenti. Non solo: come abbiamo più volte raccontato, anche le università, con una politica di numero chiuso sciagurata, hanno formato un numero insufficiente di specialisti. Il risultato è stato un carico di lavoro quasi insopportabile ma svolto con la consapevolezza che la loro capacità professionale era quasi l'unico strumento in grado di gestire un'emergenza mondiale.

E quel che sta accadendo in India mette sotto gli occhi di tutti quanto organizzazione, diffusione ed efficienza del sistema sanitario facciano la differenza in caso di pandemia. Il nostro Ssn va ringraziato, ma ricostruito. A cominciare dalla necessità di stabilizzare quanti sono stati assunti in via temporanea per affrontare il Covid ma di cui ci sarà un gran bisogno per fronteggiare quella che rischia di essere una pandemia nascosta: le patologie non diagnosticate e non curate proprio a causa del coronavirus.

Quello che i medici che abbiamo incontrato ci dicono è che la fatica, fisica e psichica, accumulata in questi 15 mesi è davvero tanta, troppa. Riaprire va bene, ma quando i numeri lo consentono. Sono ancora troppo pochi i fragili, per età o per patologia, vaccinati. E sono ancora troppi i contagi e i morti, perché si allenti eccessivamente la briglia. Soprattutto perché, come dimostra piazza del Duomo a Milano invasa dai tifosi interisti, la responsabilità individuale è davvero troppo bassa.

Siamo tutti stanchi, e vorremmo tutti e tutte tornare a una vita “normale”, ma quale sarà la normalità dopo la comparsa del virus nessuno lo sa, e certamente sarà diversa. Più di noi sono stanchi medici e infermieri che desiderano uscire di casa e riabbracciare gli amici, e che desiderano tornare a lavorare con tempi e modi ordinari, e soprattutto desiderano non dover assistere quasi impotenti alla fine di chi non riesce a sconfiggere il virus.

Aperti sì, insomma, ma con gradualità, attenzione e responsabilità.

Data articolo: Thu, 06 May 2021 06:15:15 GMT
News n. 9
La parola d'ordine è «prudenza»

Gli operatori sanitari e sociosanitari sono i protagonisti principali dell'estenuante lotta alla pandemia che da più di un anno sta condizionando il benessere fisico, sociale, economico, psichico dei cittadini. Con la loro dedizione, competenza e professionalità stanno sempre più faticosamente contrastando le conseguenze nefaste di una malattia infettiva che ci ha colti impreparati da un punto di vista scientifico, clinico, organizzativo e strutturale.

Nella prima ondata pandemica gli operatori sanitari hanno lavorato in un contesto di riorganizzazioni drammatiche e senza precedenti, inizialmente privi delle adeguate garanzie di sicurezza per le carenze delle normali dotazioni di protezione individuale: mascherine, guanti e calzari in alcuni momenti erano introvabili persino negli ospedali.

Come conseguenza di tutto ciò abbiamo assistito anche a un aumento esponenziale dei carichi di lavoro: ferie non godute, riposi mancati, condizioni di lavoro complicate dall'avvicendarsi di nuovi riassetti organizzativi che hanno previsto e prevedono trasferimenti improvvisi del personale.

A fronte di tutto ciò, il governo e le Regioni hanno messo in campo prevalentemente programmi di reclutamento di personale a termine e senza una vera prospettiva di stabilizzazione.

Il potenziamento del territorio, da molti scoperto tardivamente come avamposto strategico fondamentale per prevenire l'affollamento negli ospedali, ha avuto i suoi effetti benefici solo in quei pochi territori dove sono state istituite un numero adeguato di unità speciali di continuità assistenziale, mentre i medici di medicina generale, troppo spesso isolati, senza mezzi e scarsamente sostenuti dal sistema, hanno retto con grande fatica l'impatto con il contenimento domiciliare del contagio.

I numeri oggi ci dicono che siamo ancora al di sopra delle soglie critiche di capienza delle terapie intensive: fino a poco fa parlavamo di oltre tremila ricoverati a fronte di un limite soglia di allarme che è di 2.500. I ricoverati positivi superano le 22mila unità distraendo da tempo risorse a tutte le patologie non Covid che, non diagnosticate e non trattate, rischiano di diventare una crescente causa di mortalità indiretta da Covid-19.

Anche la campagna vaccinale, che rappresenta una grande speranza per il Paese, sta decollando più lentamente del previsto e a oggi non siamo ancora riusciti a vaccinare tutta la popolazione fragile.

Per questo in una fase delicata, in cui gli operatori sanitari stremati iniziano a intravedere una luce in fondo al tunnel, osserviamo con grande apprensione l'allentamento delle restrizioni che rischia di vanificare gli sforzi fatti.

I decessi giornalieri sono ancora molto alti, in totale sono ormai 121mila i morti causati dalla malattia Covid-19, e non possiamo permetterci di abbassare le difese per favorire un'accelerazione sulle riaperture che, pur comprensibile in termini di tenuta economica e prima ancora sociale del Paese, potrebbe causare una nuova grave ondata con l'approssimarsi della stagione estiva. I professionisti hanno bisogno di allentare l'emergenza per ripensare i propri servizi e l'organizzazione; la tensione è al limite e hanno bisogno del respiro che la pandemia sta sottraendo a loro e ai loro assistiti.

Michele Vannini è segretario nazionale Fp Cgil, Andrea Filippi è segretario nazionale Fp Medici

Data articolo: Thu, 06 May 2021 04:57:57 GMT
News n. 10
Landini: "Non siamo tutti uguali. Ecco le nostre proposte sulle pensioni"

“Cambiare le pensioni adesso. Ma anche cambiare le pensioni per cambiare il Paese. Il tema non è più rinviabile. A 10 anni dalla riforma Fornero (che poi più di una riforma vera e propria è stata un taglio alle pensioni per fare cassa) è ormai sotto gli occhi di tutti la necessità di intervenire”. Lo ha detto oggi (4 maggio) il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intervenendo al webinar sulle pensioni organizzato dalle tre confederazioni Cgil, Cisl, Uil.  

Gli effetti delle riforme e delle trasformazioni del mercato del lavoro, ha spiegato Landini, sono molto chiari: innalzamento secco dell'età pensionabile, riduzione progressiva del valore delle pensioni, provvedimenti estemporanei e provvisori come Quota 100, che non è stata una vera riforma della legge Fornero e, oltre a non avere avuto il riscontro previsto tra i lavoratori, ha determinato nuove contraddizioni come l'impossibilità di accedere all'assegno previdenziale per migliaia di lavoratrici e lavoratori. “Il primo messaggio che vogliamo mandare – spiega il segretario - è che noi abbiamo bisogno di una vera riforma all'interno di un mondo del lavoro in cui la precarietà è aumentata. Su questo chiediamo il confronto con il governo”. Ed è ovvio che il tema delle pensioni e della necessaria riforma del sistema previdenziale non può essere considerato separatamente da tutte le altre riforme urgenti. È necessario, infatti, creare lavoro non precario e stabile, far emergere il lavoro nero, lottare contro l'evasione contributiva. La riforma del fisco e degli ammortizzatori sociali “sono tutte cose non scollegate dalla riforma delle pensioni”.

Nel merito della riforma previdenziale, Landini ha detto che è necessario prima di tutto rompere il luogo comunque dell'eguaglianza dei lavori. “È necessario al contrario riconoscere le diversità dei lavori, con un riconoscimento del lavoro delle donne e dei lavori più gravosi”. Ci vuole insomma un nuovo sistema solidale, basato appunto sull'aumento del lavoro stabile e sicuro che paga i contributi. In questo senso occorre ripensare anche agli equilibri perché se si pensa di puntare tutto su un'uscita a 62 anni solo con il contributivo è evidente che questo significherebbe una penalizzazione per tutti quelli che hanno anche una parte di retributivo nella loro pensione. Significherebbe abbassare il valore delle pensioni di questi lavoratori. Noi abbiamo un sistema solo contribuivo (che tra l'altro esiste solo in Cile), ma accanto a questo è necessario introdurre elementi di solidarietà. “Al governo, dice Landini, chiediamo quindi una riforma previdenziale insieme a quella fiscale, alla lotta al lavoro nero, a contratti esigibili, a investimenti che creino nuovo lavoro per dare prospettive ai giovani. È necessario anche modificare i requisiti per andare in pensione perché con la riforma Fornero, l'età media non sarà più 67 anni, ma 70 anni. 

In ogni caso fare regole uguali per tutti è un'ingiustizia. A cominciare dal calcolo dell'aspettativa di vita che è diversa a seconda del lavoro che fai. Non riconoscere questo tema significa far pagare due volte coloro che praticano i lavori più duri. Le risorse per fare tutto questo ci sono e si possono recuperare, intanto, dai risparmi di Quota 100. Ma è importante costruire un nuovo quadro con proposte innovative. Ci vuole una pensione di garanzia per i giovani che cambiano lavoro più volte nella vita e hanno così troppi vuoti contributivi da coprire: “Per noi – ha detto Landini - è molto importante, insieme al riconoscimento dei lavori gravosi e del lavoro delle donne, in particolare quelle con figli (un anno di contribuiti riconosciuti per ogni figlio come se avesse lavorato). Ci vogliono elementi di solidarietà". 

Poi è necessario riattivare il lavoro delle Commissioni sulla divisione della spesa di assistenza e spesa per previdenza. Per quanto riguarda la flessibilità: prevedere l'uscita a 62 anni di età, 41 anni di contributi a prescindere dall'età. Si tratta di collegare tutto questo alla riforma degli ammortizzatori sociali: accompagnare alla pensione le persone vicine per favorire (isopensione, contratti di espansione)  l'ingresso dei giovani.  È il grande tema della staffetta generazionale anche per scongiurare che i nostri ragazzi vivano in un presente quasi eterno di precarietà in cui aumentano solo l'insicurezza e lo sfruttamento delle persone.

Ci sono infine altre due questioni da considerare. Siamo in presenza di un sistema previdenziale a due gambe: si è ridotta quella pubblica, ma non si sviluppa quella complementare che invece va rilanciata e va chiarito come questi fondi possano essere usati per gli investimenti: i miliardi della previdenza complementare vengono investiti fuori dal Paese. Il sindacato pensa, invece, a un modello sociale nuovo. Infine il potere d'acquisto delle pensioni, troppo basse. Il punto decisivo è estendere la quattordicesima e tutelare la parte del Paese che soffre di più.

A questo punto - ha concluso Landini - "ci aspettiamo un confronto con il governo a 360 gradi: se non ci saranno risposte, dobbiamo valutare quali iniziative mettere in campo per sostenere le nostre proposte. Prorogare il blocco dei licenziamenti e nuove politiche del lavoro. Mettere al centro anche la sicurezza sul lavoro. Si continua ogni giorno a morire sul lavoro. Non può essere il mercato a decidere della vita e della morte dei lavoratori". 

Data articolo: Tue, 04 May 2021 11:08:00 GMT
News n. 11
Flessibilità in uscita, donne e giovani: ecco le pensioni che vogliamo

Questa mattina Cgil, Cisl, Uil si incontreranno per ridare il via ad una nuova fase di mobilitazione sulle pensioni. L'obiettivo immediato è quello di ottenere la riapertura del tavolo di confronto con il governo sulla riforma che dovrà sostituire la legge Fornero. Dopo una prima fase di temporeggiamenti, il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha detto che renderà presto nota la data di convocazione dell'incontro. La piattaforma unitaria dei sindacati è pronta da tempo ed è molto chiara su quello che i lavoratori si aspettano. Alla vigilia dell'incontro di oggi abbiamo chiesto al segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, quali sono le priorità. 

Segretario, nei giorni scorsi la Cgil aveva definito sconcertante l'atteggiamento del governo che continuava a rimandare l'avvio del confronto. Poi si è pronunciato il ministro Orlando. Oggi il quadro è diverso?

Il ministro del lavoro Orlando, in seguito alle nostre ripetute sollecitazioni, si è detto disponibile ad avviare il tavolo di confronto sulle pensioni. Il tema, infatti, non può essere più rimandato ulteriormente anche se non compreso nel Pnrr. Noi pensiamo che le pensioni vadano riformate e che devono essere superati i tanti vincoli e le tante iniquità ancora presenti nel quadro legislativo. Quelle sulle diseguaglianze di genere, per esempio. Sono problemi strategici che hanno una loro precisa tempistica e che non possono essere affrontati in ritardo o comunque all'ultimo momento. Le linee di un provvedimento che per noi dovrebbe sostituire la legge Fornero, dopo Quota 100, misura sperimentale in scadenza e che tra l'altro non ha neppure dato i risultati attesi - determinando un notevole risparmio di risorse che ora possiamo utilizzare - devono essere decise oggi.

Molti commentatori e analisti (o ex ministri) si sono lanciati in questi mesi in descrizioni e anticipazioni di quello che potrebbero essere i nuovi scenari per le pensioni pubbliche: ci sono state anche proposte mirate per la sostituzione di Quota 100…

Sì, in molti hanno parlato e parlano ancora. Ma quasi sempre non si riesce a cogliere il punto vero della faccenda. Finora si è andati avanti con sperimentazioni o provvedimenti tampone mentre per noi si tratta di delineare un quadro generale organico delle nuove pensioni. Non accetteremo perciò altri interventi parziali o improvvisati, come Quota 102 o il semplice allargamento dell'Ape sociale. Serve una vera riforma e di questo vogliamo discutere con il governo.


Sono molto chiari i punti delle richieste di Cgil, Cisl, Uil che saranno centrali nella mobilitazione per superare l'impianto della Legge Fornero, a partire dal 2022. Ma considerando anche l'attuale emergenza, da che cosa si deve partire?

La pandemia, come sappiamo, ha attaccato duramente l'economia e in particolare alcuni settori. Noi pensiamo che, fra le altre misure, dovranno essere riformati e resi più accessibili alcuni strumenti che permettono di affrontare le crisi senza farle pagare ai lavoratori, come i contratti di espansione e l'isopensione. Si tratta di strumenti che possono favorire le uscite anticipate dei lavoratori che sono più vicini alla pensione. In questo modo si possono aiutare i lavoratori e al tempo stesso favorire i giovani che possono essere assunti dalle  aziende. Ma se queste sono misure contingenti, legate agli effetti devastanti della pandemia, dobbiamo cominciare a guardare anche più in là, ad un sistema più equo di previdenza pubblica. Per far questo è necessario prima di tutto introdurre una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età; riconoscere la diversa gravosità dei lavori, il lavoro di cura e delle donne; offrire una prospettiva previdenziale anche ai più giovani e a chi fa lavori poveri o discontinui attraverso l'introduzione di una pensione di garanzia. Questo è un punto che per noi è molto importante perché con l'attuale mercato del lavoro precario e discontinuo stiamo rischiando di creare un esercito di pensionati poveri. Sono migliaia infatti i giovani che non riescono a costruirsi un adeguato montante di contributi per avere una pensione dignitosa. Per noi è anche importante rilanciare il tema della previdenza complementare, che va resa effettivamente accessibile a tutti. Allo stesso tempo, la nostra piattaforma unitaria si basa su proposte precise a favore delle donne che sono sempre le più penalizzate. L'altro punto decisivo, ovviamente, riguarda la condizione di chi è già in pensione . E' arrivato il momento di riparlare del valore reale delle pensioni e della legge per la non autosufficienza che, insieme ai sindacati dei pensionati, chiediamo da anni. Siamo l'unico Paese in Europa a non avere una legge nazionale in tal senso.

Data articolo: Tue, 04 May 2021 05:11:00 GMT
News n. 12
Cambiare le pensioni adesso

“Cambiare le pensioni adesso”. Basta rinvii. Cgil, Cisl e Uil rilanciano la mobilitazione sulla previdenza con una iniziativa online che ci sarà domani (4 maggio). Sarà l'occasione per i sindacati per tornare a chiedere al governo di aprire al più presto un tavolo di confronto sulla riforma delle pensioni in vista della fine dell'esperimento di Quota 100 e della necessità di impostare già da oggi le linee delle nuove norme sulla previdenza in sostituzione della legge Fornero. Finora il governo ha preso tempo, ma alla luce della forte pressione esercitata dai sindacati il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha fatto sapere che il negoziato con le parti sociali si potrà riaprire al più presto. In attesa della data e dell'avvio effettivo di un nuovo confronto sui temi strategici della riforma, Cgil, Cisl, Uil rilanciano la mobilitazione dei lavoratori.

Si tratta della prima tappa del percorso che dovrà portare al raggiungimento degli obiettivi della piattaforma unitaria. L'appuntamento sarà trasmesso in diretta sul sito di Collettiva.it, sulle pagine Facebook e sui siti istituzionali dei tre sindacati confederali a partire dalle ore 10 e sarà moderato dal giornalista del Sole 24 Ore,  Giorgio Pogliotti. Nel corso dell'iniziativa sono previsti gli interventi dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri. 
 
“Con l'iniziativa unitaria – scrivono Cgil, Cisl e Uil in un comunicato unitario – vogliamo rilanciare i temi della piattaforma sindacale: maggiore flessibilità per andare in pensione a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi; pensione di garanzia per giovani, lavoratori discontinui e con basse retribuzioni; tutela delle donne che sono state le maggiori vittime dell'inasprimento dei requisiti pensionistici degli ultimi  anni; tutela dei lavori di cura, di chi svolge lavori usuranti e gravosi; sostegno del reddito dei pensionati; rilancio della previdenza complementare e trasparenza sui dati della spesa previdenziale e assistenziale”.
 
Per le tre confederazioni “un sistema previdenziale solido e sostenibile deve avere radici salde nell'occupazione di qualità, e noi stiamo lavorando in questo senso consapevoli che senza lavoro non c'è previdenza e che la previdenza è strumento di coesione sociale e non solo una voce della spesa pubblica. E l'Italia – concludono – oggi ha grande bisogno di coesione e solidarietà sociale”.

il video integrale del webinar

Data articolo: Mon, 03 May 2021 12:14:00 GMT
News n. 13
Pensioni, Cgil: bene riapertura tavolo

“È importante che il ministero del Lavoro, dopo le innumerevoli sollecitazioni delle organizzazioni sindacali, abbia finalmente deciso di aprire il tavolo sulla previdenza”. Così Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil, commenta le dichiarazioni del ministro Orlando al question time al Senato.

“Restiamo pertanto in attesa della convocazione – prosegue il dirigente sindacale – per conoscere quali saranno le risposte concrete che il Governo darà alle proposte contenute nella Piattaforma sindacale. Proposte che – ricorda – vanno nella direzione di una riforma che consenta una flessibilità in uscita dopo 62 anni o con 41 anni di contributi, interventi che riconoscano il lavoro di cura e delle donne, i lavori gravosi, aiutino i disoccupati con età avanzata e le categorie fragili, offrano una prospettiva previdenziale ai giovani e al lavoro povero, tutelino il potere d'acquisto delle pensioni”.

“Temi che il sindacato, unitariamente, rilancerà con l'iniziativa nazionale del 4 maggio, a cui parteciperanno i tre segretari generali”, conclude Ghiselli.

Data articolo: Thu, 29 Apr 2021 15:24:00 GMT
News n. 14
Un assegno per i diritti dei bambini

In dieci anni, dal 2008 al 2019, la povertà infantile è passata dal 3,7 all'11,4%. E se le percentuali sono algide, i numeri assoluti raccontano di più. Sono oltre un milione i bambini e le bambine in povertà, e certo questo anno e mezzo di pandemia ha aggravato una situazione già drammatica. Povertà economica che quasi sempre va a braccetto con quella educativa e con la marginalità sociale. È facile comprendere, quindi, come gli interventi da mettere in campo per arginare questa emergenza debbano essere molteplici e diversificati. E non tutti debbono essere di natura economica. Anzi, affinché quelli economici contribuiscano all'emersione dalla povertà, è indispensabile siano inseriti in una presa in carico complessiva e coordinati in una rete di servizi, da quelli educativi a quelli di protezione sociale.

Occorre però, e questa forse è la priorità, che finalmente bambini e adolescenti vengano riconosciuti titolari in sé di diritti, e come tali vengano trattati. Proprio in queste ore il Parlamento ha approvato il Piano nazionale di rinascita e resilienza, il testo è in viaggio per Bruxelles: se un appunto si può fare, è che le risorse destinate alle infrastrutture sociali potrebbero essere più consistenti, ce ne sarebbe davvero bisogno. Soprattutto andrebbero aumentate nel Documento di economia e finanza, quello che delinea il bilancio dello Stato per i prossimi tre anni, quindi anche le risorse ordinarie destinate al funzionamento dei servizi sociali, del sistema educativo e di istruzione, e del welfare tutto. I nidi, se non si prevedono le risorse per pagare i salari degli operatori e delle operatrici, se pur costruiti non funzioneranno. Se nel definire il bilancio non si prevedono le risorse per pagare più insegnanti e assistenti, il tempo pieno nelle scuole, soprattutto quelle del Sud dove la dispersione scolastica e la povertà infantile sono più alte, non verrà esteso.

“Se inserito all'interno di un ragionamento complessivo di potenziamento del welfare - sostiene la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettori - guardiamo con favore e interesse alla possibilità di introdurre un assegno unico e universale, capace di ridurre la frammentazione delle diverse misure attualmente vigenti. Uno strumento universale, appunto, rivolto a tutti i minori al fine di sostenerne i bisogni di crescita e sviluppo”.

Il Parlamento nelle scorse settimane ha approvato una legge delega al governo per l'assegno unico: in teoria dovrebbe entrare in vigore dal prossimo 1° luglio, ma sono indispensabili i decreti attuativi che l'esecutivo, però, non ha ancora presentato. Probabile, dunque, che la scadenza possa non essere rispettata. In ogni caso la norma prevede che a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al compimento del 18 anno di età (può arrivare fino a 21 se fiscalmente a carico dei genitori) ogni minore sarà titolare di un assegno universale, ovviamente versato ai genitori, che sarà modulato in base alla condizione economica della famiglia. Per i bimbi o le bimbe con disabilità l'importo sarà più alto. Al momento, le risorse destinate a questo strumento sono circa 20 miliardi, tra quelle previste nella legge di bilancio 2021 e quelle derivanti dal superamento delle misure vigenti che saranno, appunto, inglobate nell'assegno unico.

La Cgil ha chiesto al governo un confronto per sottoporgli una serie di questioni che ritiene indispensabili per definire al meglio questo nuovo strumento. Innanzitutto deve essere realmente universale, rivolto cioè a tutti i nuclei familiari con figli minori o maggiorenni fiscalmente a carico. E deve essere equo, cioè commisurato in base alla “condizione economica” familiare e all'ampiezza della famiglia, con importi più elevati per redditi più bassi, e con maggiorazioni in presenza di componenti con disabilità e non autosufficienza. Ovviamente, ma è sempre bene ribadirlo, deve essere erogato anche agli incapienti e a prescindere dalla tipologia e dalla situazione occupazionale dei componenti del nucleo familiare.

Nello scrivere i decreti attuativi, ricordano dalla Cgil, è necessario salvaguardare i diritti acquisiti di chi oggi fruisce delle misure vigenti (come Anf e detrazioni), prevedendo che l'importo della nuova misura loro spettante non sia inferiore a quanto ricevono. Proprio il graduale superamento delle misure oggi in vigore rende evidente come sia necessario agganciare questo strumento a una riforma fiscale complessiva, marcatamente progressiva e da applicarsi a una base imponibile maggiore di quella dell'attuale Irpef per evitare squilibri nel sistema.

Come ogni riforma, sottolinea la Cgil, è importante capire se funziona e se risponde positivamente agli obiettivi. Occorre quindi prevedere una valutazione di impatto e il monitoraggio della misura a opera degli organismi esistenti (Osservatorio infanzia e adolescenza). Infine, è opportuno che la domanda per ottenere l'assegno sia semplice, e che soprattutto sia facile attestare la condizione familiare cui corrisponderà l'importo del sostegno economico.

“Perché sia un efficace strumento di sostegno ai bisogni di sviluppo e crescita dei minori è indispensabile sia adeguatamente finanziato", conclude la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettori: "Parimenti andrebbero aumentate le risorse per rafforzare l'infrastruttura sociale dei territori, visti i bisogni crescenti anche a causa della pandemia. Il contrasto alla povertà infantile deve diventare una priorità delle politiche del governo, a cominciare dal potenziamento dei servizi sociali dei comuni e dalla loro capacità di presa in carico delle famiglie più fragili”.

Data articolo: Wed, 28 Apr 2021 10:27:48 GMT
News n. 15
Pensioni, ecco le nostre proposte

Riparlare del futuro dei giovani e della condizione dei lavoratori già in pensione. Subito. Per Cgil, Cisl, Uil il tema della previdenza è prioritario e non va continuamente rimandato. Per questo le segreterie nazionali sollecitano nuovamente il ministro del lavoro Andrea Orlando, che invece continua a temporeggiare, mentre nel Piano nazionale di resistenza e resilienza (Pnrr) le pensioni continuano a essere considerate solo come un fattore di spesa. In realtà non c'è più tempo da perdere: si avvicina la scadenza di "quota 100" (che ha generato risparmi consistenti, visto che il numero dei lavoratori che ne hanno usufruito è molto inferiore alle previsioni di spesa) ed è necessario avviare un confronto sulla riforma che dovrà sostituire la legge Fornero. In vista dell'iniziativa unitaria del 4 maggio prossimo che avvierà la mobilitazione dei lavoratori, i sindacati rilanciano dunque le proposte della piattaforma unitaria. Eccole.

Flessibilità per scegliere
Occorre estendere la flessibilità nell'accesso alla pensione, permettendo alle lavoratrici e ai lavoratori di poter scegliere quando andare in pensione, senza penalizzazioni per chi ha contributi prima del 1996, a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età. Questa proposta è ancor più sostenibile considerando che siamo a un passaggio di fase decisivo per il sistema previdenziale, in quanto le future pensioni saranno liquidate prevalentemente o esclusivamente con il calcolo contributivo. Contestualmente vanno ridotti i vincoli che nel sistema contributivo condizionano il diritto alla pensione al raggiungimento di determinati importi minimi del trattamento (1,5 e 2,8 volte l'assegno sociale), penalizzando in questo modo i redditi più bassi. Bisogna, inoltre, modificare l'attuale meccanismo automatico di adeguamento delle condizioni pensionistiche alla speranza di vita, doppiamente penalizzante perché agisce sia sui requisiti anagrafici e contributivi di accesso alla pensione sia sul calcolo dei coefficienti di trasformazione. 

Misure ad hoc sulla pandemia
Per evitare drammatiche ricadute sociali della pandemia, è necessario utilizzare strumenti efficaci per favorire il passaggio dal lavoro alla pensione che potranno risultare utili anche per governare la difficile fase che si aprirà con lo sblocco dei licenziamenti e per favorire il ricambio generazionale. Si ritiene urgente, pertanto, rendere più accessibili ed efficaci gli strumenti già esistenti come il contratto di espansione e l'isopensione, che prevedono l'uscita anticipata dal lavoro rispettivamente di cinque e sette anni dalla maturazione della pensione, andando oltre i pur importanti interventi migliorativi previsti dall'ultima legge di bilancio, dal momento che permane l'esclusione della maggior parte del mondo del lavoro dalla possibilità di un loro utilizzo. 

Sostenere i più deboli
Come sostegno concreto alle categorie più deboli (disoccupati, invalidi , care giver, lavori gravosi e usuranti) vanno garantite strutturalmente condizioni più favorevoli per accedere alla pensione a tutte queste categorie, a iniziare da quelle che rientrano nell'Ape sociale (disoccupati, invalidi, coloro che assistono un familiare con disabilità e chi ha svolto lavori gravosi o usuranti). In questo contesto è necessario tutelare la figura dei “lavoratori fragili” che nell'emergenza sanitaria sono più esposti ai rischi del contagio, e ampliare la categoria dei disoccupati, a partire da quelli di lunga durata, fra cui gli esodati. La platea dei lavori gravosi e usuranti andrà sensibilmente allargata sulla base di dati oggettivi che attestino il diverso rapporto tra attività lavorativa svolta e speranza di vita. Per questa ragione è necessario riattivare la Commissione incaricata del lavoro di studio e di analisi sulle diverse gravosità dei lavori. È necessario inoltre tener conto anche di coloro che svolgono attività lavorative con esposizione a materiale nocivo e a coloro che hanno avuto il riconoscimento di una malattia professionale Inail e, più in generale, di coloro che sono affetti di malattie che determinano un'attesa di vita più bassa. Infine, le pensioni di inabilità, con quote nel sistema contributivo, vanno valorizzate attraverso un coefficiente di trasformazione che tenga conto dell'impossibilità dello svolgere qualsiasi attività lavorativa e un'attesa di vita sicuramente più bassa rispetto alla media. 

Donne e lavoro di cura
Gli interventi normativi di questi ultimi anni hanno equiparato i requisiti per la pensione di vecchiaia fra uomini e donne, quando invece rimangono ancora profonde le differenze fra i due generi nel mercato del lavoro, nei percorsi professionali e nella distribuzione del lavoro di cura in ambito familiare. Le stesse misure adottate per rendere più flessibile l'accesso alla pensione, come l'Ape sociale e quota 100, hanno visto poche donne beneficiarne, a causa dell'elevato requisito contributivo richiesto. È quindi necessario prevedere soglie contributive d'accesso alla pensione compatibili con le condizioni delle donne e la proroga di “Opzione donna”. Il lavoro di cura non retribuito, svolto in prevalenza dalle donne, è una voce fondamentale del welfare del nostro Paese ed è necessario tenerne conto a livello previdenziale con misure adeguate, come il riconoscimento di 12 mesi di anticipo per ogni figlio (o a scelta della lavoratrice una maggiorazione del coefficiente di trasformazione) e il riconoscimento di un anno di contribuzione ogni cinque anni dedicati al lavoro di cura di persone disabili o non-autosufficienti in ambito familiare. 

Una pensione di garanzia per i giovani
Per tutelare i giovani, il lavoro povero e quello discontinuo, andrebbe introdotta nel sistema previdenziale pubblico una pensione contributiva di garanzia. Senza lavoro dignitoso non c'è pensione dignitosa e la priorità deve essere un lavoro stabile e di qualità. Ma visto il diffondersi dei lavori discontinui, part time o poveri, fenomeni che coinvolgono in particolare i più giovani e le donne, è necessario intervenire anche sul fronte previdenziale per evitare un'emergenza sociale devastante, considerando anche che chi rientra nel sistema contributivo non può contare neanche nell'integrazione al minimo della pensione. Cgil, Cisl, Uil richiedono pertanto la creazione di una pensione contributiva di garanzia, collegata ed eventualmente graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi versati, che consideri e valorizzi previdenzialmente anche i periodi di disoccupazione, di formazione e di basse retribuzioni, per assicurare a tutti un assegno pensionistico dignitoso, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale. 

Previdenza e assistenza
Nella determinazione della spesa pensionistica, così come oggi viene statisticamente rilevata, incidono molte voci che non hanno natura previdenziale e non hanno corrispondenza nelle rilevazioni degli altri Paesi europei. Dati che non considerano inoltre il differenziale fiscale, più alto per i pensionati del nostro Paese, che per lo Stato non rappresenta una spesa ma solo una partita di giro. Tutto ciò porta a una rappresentazione fuorviante della situazione, da più parti riconosciuta. Occorre pertanto riattivare al più presto i lavori della Commissione preposta all'analisi della spesa previdenziale e assistenziale soprattutto per poter giungere a una corretta rappresentazione dell'effettiva spesa pensionistica italiana. 

Montanti contributivi 
È necessario prevedere nel sistema contributivo un'incidenza effettiva delle maggiorazioni anche nella misura delle prestazioni pensionistiche, attraverso una valorizzazione del montante contributivo o del coefficiente di trasformazione. Inoltre, sarebbe importante considerare la specificità del lavoro part time, attraverso la corretta imputazione della retribuzione da assumere nel calcolo di alcuni istituti, come il riscatto e i versamenti volontari.

I fondi pensione
Secondo Cgil, Cisl, Uil è necessario rilanciare le adesioni alla previdenza integrativa negoziale, da anni sostanzialmente stagnanti, rendendola effettivamente accessibile anche a chi lavora nelle piccole imprese e ai giovani. In questa direzione i sindacati propongono un nuovo periodo di silenzio-assenso e un'adeguata campagna informativa e istituzionale, così come meccanismi che consentano alla persona di poter esercitare liberamente la scelta di adesione. Cgil, Cisl e Uil chiedono di riportare la tassazione degli investimenti dei fondi pensione alle precedenti aliquote più favorevoli e di promuovere le condizioni perché i fondi investano maggiormente nell'economia reale del Paese, prediligendo il sostegno alle infrastrutture, anche sociali.

Tutelare le pensioni in essere
Va garantita la tutela dei redditi da pensione, particolarmente colpiti in questi anni, attraverso il rafforzamento e l'ampliamento della “quattordicesima”, una minore tassazione fiscale (che sui pensionati italiani pesa il doppio rispetto alla media europea) e il ripristino della piena rivalutazione delle pensioni. Vanno parificate le condizioni di accesso al Tfr e Tfs tra settore pubblico e settore privato. Inoltre, è necessario intervenire sulla prescrizione contributiva dei lavoratori della pubblica amministrazione che devono essere messi in condizione di verificare la propria situazione previdenziale, ancora oggi incompleta e non corrispondente all'effettiva carriera lavorativa. Solo così si possono tutelare i lavoratori dal rischio di perdere periodi di contribuzione con gravi danni sulla futura pensione. 

Il caso esattoriali
Va individuata una soluzione per il Fondo esattoriale Inps, dando attuazione al decreto del ministero del Lavoro e delle politiche sociali n. 55 del 8 maggio 2018, con il quale veniva stabilito che le risorse del Fondo di previdenza dovessero essere utilizzate per dar luogo a una pensione aggiuntiva calcolata con il sistema contributivo.

Data articolo: Wed, 28 Apr 2021 10:27:33 GMT
News n. 16
Pensioni, basta rinvii

È necessario riparlare di pensioni subito, basta temporeggiamenti. È assurdo rimandare di nuovo il confronto del governo con le parti sociali sulle pensioni come sembra voler fare il governo Draghi e come ha già detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che parla genericamente di una convocazione delle parti sociali entro il mese di maggio. Cgil, Cisl, Uil non ci stanno e per sollecitare una risposta positiva dalla politica hanno deciso di rilanciare la mobilitazione. Se ne parlerà mercoledì 28 nella riunione di coordinamento nazionale delle strutture confederali Cgil in vista dell'appuntamento unitario del 4 maggio, giorno di un evento online, a cui parteciperanno i segretari generali Landini, Sbarra e Bombardieri, che avrà la massima diffusione tra tutte le strutture sindacali e si potrà seguire in diretta anche sul sito di Collettiva.it.

Per il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, dopo tre mesi di silenzio del governo sulla previdenza, è arrivato il momento di stringere: “È sconcertante – spiega Ghiselli – che il ministro Orlando, dopo varie sollecitazioni, ancora non abbia dato alcun riscontro alla richiesta di riavviare il tavolo di confronto sulla riforma previdenziale, considerando l'importanza sociale di questi temi”. Per il sindacato, insomma, bisogna cominciare a parlare del quadro che sostituirà la riforma Fornero e Quota 100 in scadenza alla fine dell'anno.

“Non accetteremo altri interventi sperimentali o improvvisati – spiega Ghiselli – non servono provvedimenti parziali (quota 102, allargamento dell'Ape sociale, ecc.), serve una vera riforma e di questo vogliamo discutere con il governo”. Ma se non arriveranno risposte chiare? “Siamo pronti alla mobilitazione in tutto il Paese, con le modalità e nelle forme che l'attuale situazione consente. Le persone che rappresentiamo sono stanche di essere prese in giro e di subire un sistema pensionistico fra i più penalizzanti d'Europa".

Molto chiari i punti delle richieste di Cgil, Cisl, Uil che saranno centrali nella mobilitazione: superare l'impianto della Legge Fornero, a partire dal 2022; introdurre una flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età; riconoscere la diversa gravosità dei lavori, il lavoro di cura e delle donne; offrire una prospettiva previdenziale anche ai più giovani e a chi fa lavori poveri o discontinui attraverso l'introduzione di una pensione di garanzia; tutelare il potere d'acquisto dei pensionati; rilanciare la previdenza complementare attraverso un semestre di silenzio assenso.
 

Data articolo: Mon, 26 Apr 2021 14:43:00 GMT
News n. 17
Pubblico e volontariato insieme contro le diseguaglianze

Giordana Pallone coordina l'Area Welfare della Cgil, con lei ragioniamo del ruolo delle istituzioni e dello Stato nella strategia di inclusione e di contrasto alle diseguaglianze e del rapporto con le organizzazioni del Terzo Settore.

A più di un anno dall'arrivo del coronavirus siamo alle prese con una vera e propria pandemia sociale. Cassa integrazione, sostegni e ristori, ma anche reddito di cittadinanza e di emergenza sono strumenti risultati indispensabili ad arginare la povertà. Il ruolo del pubblico, quindi è stato fondamentale e strategico?

La pandemia ha esacerbato le criticità del nostro sistema di protezione sociale, mostrando in modo inequivocabile quanto sia necessario un rafforzamento delle politiche di welfare per garantire una risposta universale ai bisogni delle persone, a partire dal sostegno al reddito. L'Istat ha già certificato un drammatico aumento della popolazione in condizione di povertà nell'ultimo anno e il protrarsi dell'emergenza ci pone davanti la prospettiva di un crescente numero di persone che stanno vedendo la propria condizione economica peggiorare. In questo quadro, è stato necessario intervenire con misure straordinarie per provare a contenere quella che, senza timor di retorica, possiamo definire una vera e propria emergenza sociale e, in questo, l'intervento del sistema pubblico, in tutte le sue articolazioni istituzionali, è stato senza dubbio fondamentale e non sostituibile. Ma sappiamo che non basta. È necessario intervenire per riformare il sistema degli ammortizzatori sociali e costruire un sistema che abbia caratteristiche di universalità e inclusione di tutti i lavoratori, migliorare il Reddito di Cittadinanza, per superare le criticità mostrate che penalizzano i nuclei numerosi e con minori, e discriminano i cittadini stranieri, e, soprattutto è necessario, a partire dal Pnrr, rafforzare l'infrastruttura sociale territoriale al fine di implementare il sistema di servizi pubblici e la sua capacità di prendere in carico la popolazione e rispondere alla complessità dei bisogni emersi.


Anche le imprese sociali, che si occupano ad esempio di assistenza dei bimbi con disabilità nelle scuole o di assistenza ad anziani e a non autossufficienti,, ad esempio, pur svolgendo un ruolo fondamentale in affiancamento delle istituzioni pubbliche, scontano gli effetti della crisi e non sempre ruolo e crisi sono a loro riconosciuti...

Le imprese sociali, come tutto il Terzo Settore, hanno continuato a svolgere, tra le tante difficoltà date dalle necessarie misure di contenimento del contagio, il loro fondamentale operato con grande professionalità, dovendo misurarsi con gli effetti della crisi sia in termini di sospensione di molte attività e la conseguente necessità di ricalibrare i servizi resi, sia nella necessità di adottare nuove e differenti modalità di intervento per operare in piena sicurezza per le lavoratrici e i lavoratori e per le persone assistite. Questo ruolo importante nel sostenere i bisogni delle persone da una parte ha avuto un riconoscimento nei provvedimenti di emergenza con l'adozione di misure a sostegno del Terzo Settore, dall'altro pone Stato, Regioni ed Enti Locali davanti alla necessità, nell'ambito del più generale rafforzamento del sistema di welfare pubblico cui si accennava prima, di qualificare ancor di più la programmazione e l'organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, riconoscendo agli Ets il ruolo che gli spetta.

Città e società inclusive e sostenibili, quale ruolo in rapporto con il pubblico possono giocare le imprese del Terzo Settore e come sostenerle e incentivarle a collaborare a costruire un diverso modello di sviluppo?

Città e società per essere inclusive e sostenibili non possono non fondarsi sulla capacità di rispondere ai bisogni delle persone che ne fanno parte, mettendo a sistema gli attori che le animano e favorendo la partecipazione attiva dei cittadini. 21 anni fa, la mai sufficientemente applicata legge 328/2000 delineava i principi generali su cui fondare un sistema integrato di interventi e servizi sociali con carattere di universalità, l'unico capace di garantire il soddisfacimento dei diritti fondamentali delle persone. Un sistema realizzato dalle istituzioni pubbliche, cui è in capo la titolarità e la responsabilità delle politiche di inclusione, che lo realizzano con il coinvolgimento dei soggetti del Terzo Settore attivi sul territorio, attraverso la progettazione degli interventi e la promozione della solidarietà sociale.

Torniamo da dove siamo partite. La Cgil è parte fondante e strategica dell'Alleanza contro la povertà, quali strategie comuni tra sindacato e Terzo Settore da mettere in campo per ridurre le diseguaglianze? Quali gli interventi immediati e quali quelli di medio e lungo periodo?

L'Alleanza contro la Povertà raggruppa una serie di soggetti sociali, oltre alle tre organizzazioni sindacali confederali, tra cui enti di rappresentanza del Terzo Settore, ed è nata (alla fine del 2013) proprio dalla necessità di adottare strategie comuni per la costruzione di politiche di contrasto alla povertà. Già allora, infatti, era drammaticamente chiaro quanto l'aumento delle disuguaglianze stesse facendo crescere la fascia di popolazione in condizione di bisogno e quanto fosse necessario fare rete tra i soggetti sociali che più operano nei territori, a contatto diretto e quotidiano con le persone, per promuovere azioni comuni e fare fronte comune a questa emergenza. Oggi, pur essendosi dotato il Paese di una misura di contrasto alla povertà (prima il ReI, poi il RdC) la missione dell'Alleanza non può comunque dirsi conclusa e insieme al Terzo Settore e gli altri soggetti, siamo impegnati nel rafforzamento della misura esistente sia nella sua componente di sostegno economico, sia, soprattutto, nella sua componente di inclusione sociale, attraverso il potenziamento della presa in carico dei beneficiari da parte dei servizi sociali dei Comuni e della loro capacità di rispondere alla multidimensionalità dei bisogni delle persone. L'obiettivo non di lungo, ma di più breve periodo possibile credo debba essere la non più rinviabile definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali al fine di realizzare pienamente quel sistema integrato di interventi e servizi sociali delineato dalla legge 328/2000, che renda le istituzioni pubbliche capaci di garantire l'universalità dei diritti fondamentali e promuovere la coesione sociale.

Data articolo: Fri, 23 Apr 2021 04:59:57 GMT
News n. 18
I ristori vanno estesi a tutto il terzo settore

Per avere un quadro completo della situazione dei vari enti ed associazioni che operano nel vasto mondo dell'economia sociale e del volontariato abbiamo rivolto alcune domande a Claudia Fiaschi, portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore. Ecco le sue risposte

Dopo un anno vissuto in emergenza continua, quale bilancio fate degli effetti della pandemia sulla vita reale degli enti e delle associazioni? La resistenza di tutto il vostro mondo è stata molto forte e decisa e in alcuni casi “eroica”. Ma qual è oggi la situazione?

La situazione è critica, perché sia gli enti che hanno continuato a svolgere le loro attività con molti costi aggiuntivi per operare in sicurezza, sia gli enti che hanno dovuto sospendere le attività, oggi sono in grave sofferenza economica e vedono minacciata la loro continuità operativa. È chiaro che oggi sono indispensabili per il Terzo settore misure di sostegno che consentano di rilanciare, anche in termini economici e finanziari, le attività che hanno subito un forte contraccolpo. Le emergenze sociali sono cresciute e stanno ulteriormente crescendo: in molti casi si è reso necessario fare nuovi investimenti e realizzare cambiamenti, penso a tutto il tema dell'innovazione digitale. Individuare delle misure di accompagnamento mirate è indispensabile perché questo mondo possa continuare a sprigionare il proprio potenziale.

Pensate che il governo, quello di Conte prima e quello guidato da Mario Draghi dopo, abbia sbagliato nelle politiche degli aiuti all'economia e dei ristori? Si sono privilegiati solo alcuni settori a scapito di altri? Si doveva fare di più per l'economia sociale?

L'economia sociale, in particolare il Terzo settore, nel paese sconta un po' l'idea che queste organizzazioni siano semplicemente una delle varianti del mondo delle imprese. È chiaro che non avere una percezione esatta della funzione sociale e delle specifiche peculiarità di queste organizzazioni rende anche più complicato individuare le misure di accompagnamento. Si fa fatica a comprendere che tutto il Terzo settore è un pezzo importante dell'economia del Paese. Per fare un esempio: la metà degli 850mila occupati operano nelle associazioni, nei cosiddetti enti non commerciali. Ed è stato molto faticoso far comprendere che le misure di sostegno alle attività, i cosiddetti “ristori” andavano estesi a tutto il Terzo settore e non solo alla componente di impresa. In generale, sono necessarie delle misure specifiche di supporto finanziario che possano consentire agli enti di continuare ad essere operativi o in grado di riavviare le attività. Ma non è solo un problema di natura economica. Il terzo settore oltre ad intervenire in campi delicatissimi, pensiamo alle marginalità sociali, e in territori difficili, come le periferie e le aree interne, è anche un importante presidio della coesione sociale delle comunità.


Se si dovesse stilare una classifica di chi ha pagato di più nell'ambito degli enti e delle associazioni che rappresentate come Forum del Terzo Settore, chi mettereste al primo posto? Il volontariato o le cooperative sociali?

Non c'è una differenza tra tipologia di soggetti, ma fra ambiti di attività. Tutti gli enti che si occupano di socialità, dalla cultura al turismo sociale, all'educazione, hanno subito un impatto molto importante, perché hanno avuto un blocco pressoché totale delle loro attività; ma anche tutto il mondo dell'associazionismo ricreativo non ha potuto portare avanti le proprie attività istituzionali di base e quindi le sue opportunità di autofinanziamento. Penso anche a tutte le realtà che vivono di fund raising: a parte l'ambito sanitario, tutte le raccolte fondi tradizionalmente portate avanti dagli enti hanno avuto un grande calo di donazioni. Per il mondo delle cooperative sociali, fortemente impegnate sul fronte dei servizi alla persona anche in ambito assistenziale e sociosanitario, c'è stato un forte incremento dei costi, spesso non coperto né dalle rette private né dai contributi pubblici, legato alla necessità di mettere in sicurezza le strutture e il personale, quindi anche con una riduzione di fatto dei posti disponibili e dei ricavi. Tutte le realtà che hanno operato in ambito educativo hanno visto fermarsi le proprie iniziative per la impossibilità di realizzarle in presenza, e per una difficoltà anche da parte delle istituzioni di riconoscere le iniziative svolte a distanza. Un po' alla volta per tutte queste realtà si stanno trovando delle soluzioni, ma l'impatto è stato molto importante.

A che punto sono la riforma e l'applicazione del Registro nazionale?

Il registro entrerà in vigore fra un paio di mesi, ed è un appuntamento importante per gli enti. All'interno del Runts (Registro nazionale del terzo settore) non c'è soltanto una catalogazione degli enti, ma anche un ancoraggio a tutte le misure di trasparenza e accountability che il registro unico porta con sé, e che rende gli enti meritevoli del sostegno pubblico in termini di fondi e fiscalità di vantaggio. Da questo punto di vista il Runts è un po' il cuore della riforma. Nel testo di legge però permangono alcuni elementi di criticità, non ultimo il fatto che la parte legata alla fiscalità del Terzo settore associativo ha una formulazione non soddisfacente e di difficile applicazione, per la quale stiamo chiedendo una strutturale modifica: il nostro scopo è completare il quadro della riforma in un modo soddisfacente per tutte le organizzazioni, che non crei sperequazioni tra le varie tipologie in modo da garantire le attività di tutti.


Da che cosa si deve ripartire oggi e quali previsioni fate per il prossimo futuro?

Per il Terzo settore si deve ripartire da misure mirate a prendere atto che questo modello di partecipazione dei cittadini è uno dei pilastri su cui basare un nuovo modello di sviluppo. Quindi rafforzare il Terzo settore significa anche rafforzare la capacità del nostro paese di affrontare le difficoltà e di produrre uno sviluppo compatibile con il territorio, con una occupazione diffusa, con la produzione di beni comuni fondamentali, con una forte coesione sociale basata sulla partecipazione e l'impegno civico, un bene prezioso per tutta la nostra comunità, come abbiamo visto in questa emergenza. 

I problemi sociali – a cominciare dalla diseguaglianza e dall'aumento della povertà – sono diventati ancora più gravi con la pandemia. Oltre alla esperienza consolidata dell'Alleanza contro la povertà, quali iniziative comuni potrebbero essere messe in campo con il mondo del lavoro e del sindacato confederale?

Ci aspetta un grande tempo di co-programmazione con tutti gli attori della comunità, a partire dalle nostre amministrazioni pubbliche, e sicuramente anche con le parti sociali, intorno ai temi centrali che oggi rappresentano il cuore delle sfide delle comunità, per garantire ad esse non solo prospettive di benessere e di prosperità, ma anche la capacità di risolvere alcuni problemi cruciali. Penso al tema dei giovani, penso al tema dell'inclusione lavorativa e quindi delle politiche attive del lavoro che rappresentano oggi la vera sfida per il contrasto alla povertà di oggi e di domani, e che rappresentano un obiettivo per il quale il Terzo settore può dare un contributo importante anche per l'inclusione dei soggetti più fragili.

Data articolo: Fri, 23 Apr 2021 04:57:00 GMT
News n. 19
C'erano una volta i circoli

Punti di incontro e di ritrovo, di aiuto e di sostegno. Sono rimasti quasi sempre chiusi da quando è esplosa la pandemia. E molti non riapriranno più. I circoli Arci e Acli, centri di vita in comune, presidi di socialità e di cultura, sono stati messi in ginocchio dalla crisi sanitaria ed economica. Ignorati dai ristori perché non sono attività economiche, anche se molti gestori hanno la partita Iva e al loro interno lavorano alcune migliaia di dipendenti, in questo anno hanno cercato di mantenere in vita le sedi, ma affitto e bollette li stanno portando allo stremo. C'è anche chi li ha contati: 4mila dell'Arci e 3mila delle Acli non sono sopravvissuti alla serrata, e non è ancora finita.

“In alcuni casi i proprietari dei locali sono stati comprensivi, magari dimezzando l'affitto o sospendendolo, in altri hanno comunque chiesto di rientrare dei canoni. Ecco, questo è stato il nostro caso - racconta Emmanuel Bonetti, presidente del circolo Arci Fanfulla di Roma -. Per fare fronte al problema economico abbiamo pensato di chiedere aiuto alla rete di amici e di soci attraverso un crowdfunding. Ha funzionato, siamo riusciti a raccogliere abbastanza fondi per superare i primi mesi. Però il problema è rimasto”. La stessa iniziativa è stata lanciata in altre province, la stessa Arci ha promosso la campagna di tesseramento "Adotta un circolo".

“A livello nazionale ai circoli è stato dato pochissimo sostegno, solo l'accesso al credito di imposta sugli affitti e solo per una parte del 2020 – spiega Vito Scalisi, presidente di Arci Roma -. Il prestito garantito statale non è consentito a nessuna associazione, neppure il Rea, perché i bilanci non sono depositati. Mentre a livello regionale nel Lazio ci sono stati due bandi che hanno dato un po' di ossigeno”. A fronte delle chiusure, però, è cresciuto il disagio delle persone, economico e sociale. Al Fanfulla hanno pensato di mantenere il filo rosso della cultura dando vita a una radio fatta in casa che ogni giorno propone temi, musica, digressioni, chiedendo contributi a soci, musicisti, abituali frequentatori.

Per andare incontro alle esigenze delle fasce più marginali e povere della città, l'Arci ha poi messo in campo una serie di azioni solidali, assistenza a domicilio, la macchina dei pacchi alimentari, e l'iniziativa “Nessuno in Strada – Circoli rifugio” per creare situazioni di accoglienza. La stessa mission ha visto impegnati i circoli Acli, distretti solidali rivolti alle famiglie, ai bambini, agli anziani. “Questa terribile pandemia ha azzerato tutti gli spazi di aggregazione, tra cui i nostri circoli che ora sono in ginocchio: mentre sono chiusi le spese corrono – afferma Lidia Borzì, presidentessa di Acli Roma, che incontriamo a Corviale, al circolo della parrocchia di San Paolo della Croce  -. Anche le palestre, le piscine, le società sportive. Ma non ci siamo mai fermati. Attraverso il segretariato sociale abbiamo attivato il progetto ‘Distanti ma vicini', che offre sostegno telefonico, supporto psicologico, carrelli della spesa, aiuto agli anziani. Da marzo dell'anno scorso abbiamo ascoltato 500mila persone, recuperato eccedenze alimentari e consegnato 10mila pacchi a chi ne ha bisogno, anche persone insospettabili, a Corviale, Acilia, Albano, Montecelio”.

“Il pacco alimentare non è solo un aiuto concreto, ma un modo per avvicinare la famiglia, prenderla in carico e accompagnarla nel tempo fino a che non sarà in grado di risollevarsi – aggiunge Giulia Di Gregorio, responsabile welfare di Acli Roma -. Teresa, Rosalba, noi queste signore le conosciamo, le chiamiamo per nome”.  Una rete di protezione sociale di cui non è possibile fare a meno, soprattutto in questo momento storico. “I nostri circoli si sono attivati alla meglio, si sono ripensati per dare una risposta ai crescenti bisogni ma questo non rende meno grave il fatto che siano tuttora chiusi – conclude Borzì -. Quando usciremo da questa pandemia non avremo solo macerie dal punto di vista della crisi economica e del lavoro ma anche un grandissimo problema relazionale. E risalire la china sarà dura”.

Data articolo: Fri, 23 Apr 2021 04:56:20 GMT
News n. 20
L'assegno unico per il nucleo familiare


La Cgil, il festival Sabir e l'Asgi organizzano l'incontro “Assegno per il nucleo familiare: tra la parità di trattamento e l'assegno unico universale”, mercoledì 21 aprile alle 15. Il dibattito parte da due sentenze della Corte di Giustizia che riaprono la questione della conformità dell'ordinamento italiano in materia di welfare, con le norme dell'Unione che tutelano i cittadini extra UE. Partecipa il segretario confederale della Cgil Giuseppe Massafra. 

Data articolo: Wed, 21 Apr 2021 13:18:51 GMT
News n. 21
Previdenza: Cgil, riprendere subito il confronto

“È veramente incomprensibile che il ministro del Lavoro, a due mesi dal suo insediamento, non abbia ancora avviato un confronto con le organizzazioni sindacali su un tema importante e urgente come la previdenza, malgrado le diverse richieste e sollecitazioni”. Così il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli.

“Il Def 2021 conferma che la spesa pensionistica italiana non è fuori controllo – sottolinea il dirigente sindacale – e i ripetuti tagli alla previdenza sono stati in questi anni il principale strumento di contenimento della spesa pubblica. Inoltre i dati pubblicati non tengono conto che nel computo della spesa pensionistica sono imputati impropriamente più di tre punti di spesa di altra natura”.

Il sindacalista aggiunge che “l'effetto della pandemia e il basso ricorso a 'Quota 100' stanno liberando ulteriori risorse che consentirebbero un intervento di riforma basato sulla flessibilità in uscita dopo 62 anni o con 41 anni di contributi, sulla salvaguardia previdenziale di donne, giovani, precari, disoccupati con un'età avanzata e chi fa lavori gravosi”. 

“La questione pensionistica è una ferita ancora aperta – conclude l'esponente Cgil – e le lavoratrici e i lavoratori, di tutte le generazioni e i generi, si aspettano risposte vere e immediate, e non semplici ritocchi improvvisati ad una normativa che è la più penalizzante d'Europa. Si riprenda al più presto il confronto”.

Data articolo: Fri, 16 Apr 2021 15:36:00 GMT
News n. 22
L'intelligenza che serve

 

Il testo che segue è parte di un intervento tenuto nel corso dell'iniziativa Città sostenibili, lo scorso 24 marzo 2021.

L' ambito di analisi di questa nostra iniziativa odierna è stato esaustivamente descritto dalla vice segretaria della Cgil, che ha  ricordato anche come questa non sia la prima iniziativa che mettiamo in campo, in maniera multidisciplinare, sulle città.

Sui luoghi abbiamo infatti cominciato a ragionare già in fase pre pandemica, proprio attestando la nostra attenzione sulle città metropolitane e partendo dalla constatazione che, ad oggi, sono circa 22 milioni di persone in Italia, cioè un terzo della popolazione complessiva, ad abitare le città metropolitane.

L'organizzazione e la strutturazione delle città racconta in qualche modo la società con le sue stratificazioni sociali e le scelte che si fanno dal punto di vista del rapporto tra cittadinanza e comunità, e le nostre città sono dunque una sentinella di come lunghi periodi di assenza di politica pubblica, coniugati con un'idea neoliberista della società, abbiano comportato una distruzione della coesione sociale che un luogo abitato dovrebbe avere.

Abbiamo così avuto città deindustrializzate, ristrutturazioni industriali e urbanistiche importanti, e la città è stata sostanzialmente ridefinita.

É evidente che anche l'emergenza sanitaria ha esacerbato alcune criticità e ha dato un segnale chiaro di come si dovranno ripensare i luoghi.

Il concetto stesso di città intelligente, la cosiddetta smart city, secondo la nostra organizzazione deve avere una connotazione sociale che spesso non leggiamo in una programmazione i cui indicatori sembrano essere tecnici. C'è un'indicazione di mera reingegnerizzazione e manca la commistione tra politica di innovazione e politiche di innovazione sociale. La narrazione prevalente delle città intelligenti deve essere infatti centrata non su macchine e algoritmi ma sulle relazioni sociali e sul benessere diffuso.

Se infatti il concetto di smart city nasce con l'idea di affrontare i problemi urbani del nostro secolo, di rendere le città meno inquinate e inquinanti, di fornire ai cittadini servizi personalizzati e più efficienti, l'assenza di una visione complessiva delle necessità emergenti e di una progettazione politica, etica, sociale delle città stesse, rischia di configurarla come un mero agglomerato di soluzioni tecnologiche. Le Smart city sono un insieme di capitale infrastrutturale e di capitale tecnologico, umano ed ambientale che, in un'ottica collaborativa, può massimizzare tutte le potenzialità.

Quando si parla di ecosistemi e quindi della possibilità che la tecnologia offre di costruirne alcuni, siano essi sanitari, fiscali, culturali o di altra natura, si parla di un sistema da cui tutti gli attori traggono beneficio. Di tutti questi ecosistemi le cittadine e i cittadini, le lavoratrici e i lavoratori sono attori. Per comporre un disegno delle città e dei luoghi bisogna dunque fare riferimento all'utilizzo e alla capacità di abilitazione della tecnologia, considerandone però elemento costitutivo la centralità fondamentale dell'individuo.

Quindi abbiamo necessità in primis di infrastrutture materiali, ossia di una rete che consenta connettività. La differente possibilità di accedere alla connessione ha segnato infatti, nel periodo pandemico, grandi diseguaglianze sia per l'accesso alla possibilità del lavoro domiciliato, che ha consentito soprattutto nella prima fase emergenziale di continuare a svolgere a domicilio la propria attività lavorativa, sia rispetto alla dad e oggi, ad esempio, anche rispetto alla possibilità o meno di prenotarsi su una piattaforma vaccinale oppure di poter accedere al teleconsulto o alla telemedicina. Abbiamo dunque una necessità infrastrutturale di reti.

C'è poi un tema di connessione tra le reti digitali, energetiche e le reti di trasporto. Quindi la possibilità di implementazione di una sensoristica che permetta di rendere meno impattanti dal punto di vista ambientale e meglio organizzate le città. Però noi abbiamo bisogno anche di reti sociali: di formazione, educazione, sanitarie e culturali che sono abilitabili anche grazie all'implementazione tecnologica. I due tipi di rete sono l'uno sostanza e costrutto dell'altro, secondo la nostra opinione. Quindi dentro la trasformazione digitale c'è necessità di una trasformazione sociale accanto a quella tecnologica, l'una ancella dell'altra. 

Diciamo questo perché, quando parliamo di trasformazione tecnologica, parliamo anche di un necessario apporto da parte del cittadino, parliamo di un contributo personale alla costruzione dei nuovi modelli di società, basati sull'implementazione tecnologica e guidati dai dati. Uno degli elementi che il cittadino di fatto fornisce sono i dati che ciascuno, nell'esercizio di una porzione della sua cittadinanza, consente  siano utilizzabili per la gestione di spazi, società, mobilità, lavoro, organizzazione generale dei luoghi. Dobbiamo pensare che, per la nuova concezione delle città, si sta sempre più parlando di domotica sociale, di Internet delle cose, del controllo del territorio tramite sensori, del controllo e dell'organizzazione della logistica, di controllo e organizzazione del trasporto. Tutte “pratiche” che si servono di dati.

Come Cgil stiamo ragionando, da almeno due anni a questa parte, rispetto al fatto che, se c'è un nuovo vero patto di cittadinanza che parli anche di urbanistica sociale, ossia di riprogettazione delle città e del ruolo del cittadino dentro le città, come di un processo complessivo di ristrutturazione e riorganizzazione dei luoghi, bisogna che vi sia una codeterminazione degli obbiettivi e un ruolo essenziale del pubblico. Bisogna che le parti sociali, e dunque i cittadini stessi, siano coinvolte in un processo di ridisegno complessivo dei luoghi e che vi siano condivisioni di scelte e di partecipazione. Contestualmente è per noi parimenti imprescindibile la necessità di trasparenza rispetto all'apporto che ciascuno di noi può offrire e al  risultato che ci si prefigge di raggiungere.

Ed è proprio dalla somma di queste considerazioni che, a partire dalle precedenti iniziative pubbliche in materia, abbiamo proposto che i dati siano da considerarsi beni condivisi da tutta la società, beni comuni, cioè beni di proprietà collettiva e di uso civico. La governance di queste tecnologie e la traccia che ciascuno di noi lascia all'interno di un percorso di approccio tecnologico devono vedere chiarito e definito il ruolo del pubblico.

Poi c'è un tema che attiene ai tempi: i tempi della città e il ruolo abilitante che, anche in questo caso, la tecnologia può svolgere per regolamentarli e organizzarli. L' idea di una città 15 minuti è quella che alcuni grandi centri stanno progettando. Milano è, ad esempio, uno tra questi. La città a 15 minuti propone un modello che superi le differenze tra centro e periferie, una città multicentrica e inclusiva. Si possono ricostruire tessuti urbani, riqualificare le periferie, costruire anche luoghi in cui svolgere attività lavorativa come i coworking, ma anche attività educative e formative, al di là del normale percorso didattico. In questo senso pensiamo anche alla necessaria formazione del cittadino.

Nel proporre questi modelli e, in generale, a fronte dell'implementazione tecnologica sempre più pervasiva, abbiamo bisogno di una verifica delle competenze abilitanti in capo ai singoli cittadini. Oggi infatti, senza competenza digitale, non si ha vera possibilità di esercizio di cittadinanza. L'analfabetismo, che comportava impossibilità di esercizio di cittadinanza, oggi è traslato sull'analfabetismo digitale e rischia di essere centuplicato. Per questo, anche nel commentare il Pnrr alla voce “cittadinanza digitale”, abbiamo specificato che bisogna parlare di diffusa educazione critica all'utilizzo del digitale e possibilità che il cittadino possa interfacciarsi con la pubblica amministrazione in maniera consapevole e critica.

Il tema dunque che si dibatte oggi  è di fatto multidisciplinare ed è uno degli step di analisi e proposta compiuti dalla Cgil. Noi tutti dobbiamo avere chiaro come e quanto la rivoluzione digitale impatta e impatterà sempre più in modo massivo nella vita di ciascuno, per candidarci a contrattare in ogni ambito le ricadute di ciascuna implementazione, sia negli ambiti prettamente lavorativi sia anche nel rapporto tra cittadini e amministrazione pubblica, cittadini e sanità, cittadini e istruzione e, in generale, nella contrattazione sociale e nella progettazione dei luoghi. Questa contrattazione ci consentirà di evitare il rischio del perpetrarsi ed esacerbarsi, anche a causa di un uso non governato della tecnologia, di diseguaglianze e asimmetrie già presenti nella nostra società.

Cinzia Maiolini, Ufficio Lavoro 4.0 Cgil

Data articolo: Fri, 09 Apr 2021 23:17:20 GMT
News n. 23
La priorità è rigenerare

 

Il testo che segue è parte di un intervento tenuto nel corso dell'iniziativa Città sostenibili, lo scorso 24 marzo 2021.

È stata evidenziata, nel primo panel, la centralità che assume il “territorio” nel determinare la qualità della vita e come nella dimensione urbana possiamo leggere le maggiori contraddizioni e diseguaglianze sociali, economiche e di benessere. Questo porta alla necessità di una profonda riflessione su come le città siano chiamate a riorganizzare i propri assetti, in base a nuove dinamiche e nuovi bisogni, su nuovi principi e nuove logiche di sviluppo.

La crisi da Covid-19 ha mostrato tutte le connessioni tra salute, società, ambiente, clima ed economia, marcando ancora di più le criticità di un modello di sviluppo non orientato alla sostenibilità e basato prevalentemente sull'uso intensivo delle risorse naturali. La necessità che si pone è quella di città più resilienti, meno vulnerabi di fronte alle crisi, con l'imperativo di individuare soluzioni in cui trovino equilibrio gli obiettivi sociali, economici e ambientali, laddove i primi due, nel Green Deal europeo, sono strettamente connessi e dipendenti dalla qualità ecologica. La transizione verde, infatti, è l'asse portante insieme alla transizione digitale, di tutte le politiche europee, ponendo temi ormai ineludibili.

Le aree urbanizzate, e i grandi centri urbani in particolare, contrastano con i principali fattori di sostenibilità ambientale: controllo dell'uso del territorio, mobilità sostenibile, uso razionale di acqua e energia, qualità dell'aria, gestione virtuosa dei rifiuti, riduzione dei fattori inquinanti. Contribuiscono significativamente alle problematiche del cambiamento climatico e del sovrasfruttamento delle risorse. Hanno un'impronta ecologica impattante incomparabilmente superiore alla superficie che occupano. Sono responsabili del 75% del consumo di risorse e della produzione di emissioni, anche perché vi è concentrato circa l'80% delle attività economiche globali.

Se è nelle città che si leggono le maggiori criticità, è allora nelle città che possono essere individuate parte della soluzione dei problemi, se queste vengono “ripensate”, individuando le priorità, secondo il programma indicato dall'Agenda 2030. È tuttavia necessaria un'inversione di tendenza rispetto al passato, e uno sforzo di capacità progettuale e attuativa, in connessione alle ingenti risorse che saranno messe a disposizione, a partire da quelle del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), attraverso un approccio integrato e multisettoriale al benessere e allo sviluppo urbano sostenibile, che coniughi l'obiettivo di rilancio economico con quelli decisivi della qualità ecologica, della sostenibilità, della resilienza. Partendo dalle opportunità del territorio, con la costruzione di ampie strategie di rigenerazione fisica, economica e sociale della città nel suo complesso. Potenzialità, quindi, come materiale di progetto.

Se questa è la prospettiva, e se le aree urbane rivestono un ruolo centrale nell'ambito dei grandi temi della sostenibilità, devono essere percepite come “grandi acceleratori” delle scelte politiche. Ma è indispensabile un piano di agenda urbana coerente, in modo da porle nella condizione di portare avanti una politica urbana innovativa, incentrata sulla sostenibilità ambientale, che vada di pari passo con la transizione ecologica in corso, la decarbonizzazione, un nuovo sistema energetico rinnovabile, innovazione digitale dei servizi. In questa direzione le città dovrebbero essere ridisegnate anche creando un insieme di quartieri resilienti caratterizzati da polifunzionalità e flessibilità, attraverso decentralizzazione e sviluppo di nuovi servizi, in un'idea, comunque, di città nel suo complesso, necessaria per “ridurre le distanze”, specialmente nell'ambito suburbano, mitigando al contempo le disuguaglianze tra centro e periferie.

Per noi ci sono alcune priorità da cui partire per perseguire i grandi temi di sostenibilità, anche secondo gli obiettivi ambientali europei: attuare misure di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, per un uso sostenibile e di protezione delle risorse idriche, di transizione verso l'economia circolare, di prevenzione e controllo dell'inquinamento, di protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. E quindi, calando nell'ambito urbano:

- misure orientate a fermare l'impermeabilizzazione di nuovo suolo, centrando le politiche urbanistiche sulla riqualificazione e il recupero degli edifici e delle aree degradate e delle periferie, favorendo l'utilizzo di tecnologie e materiali ecocompatibili, promuovendo l'efficienza energetica, la sicurezza degli edifici, l'utilizzo di energie rinnovabili, anche utilizzando i benefici fiscali delle recenti normative, da rendere strutturali o almeno prolungare per un tempo tale da permettere interventi in quantità rilevante, promuovendo la valorizzazione dello spazio pubblico e la bonifica dei siti civili e industriali, integrando le aree interessate nel tessuto urbano, incentivando l'utilizzo di soluzioni basate sulla natura;
- con l'uso efficiente e sostenibile della risorsa idrica e la tutela delle infrastrutture blu;
- attraverso la riorganizzazione e razionalizzazione del sistema infrastrutturale urbano e l'incentivazione della mobilità sostenibile;
- accelerando la transizione verso l'economia circolare nei sistemi urbani con soluzioni capaci di ottimizzare l'utilizzo delle risorse;
- con una gestione virtuosa dei rifiuti a partire dalla prevenzione, con l'obiettivo di favorire il riciclo dei materiali;
- attraverso l'implementazione delle infrastrutture digitali innovative con la messa in rete delle città, investendo nelle smart grid, nella digitalizzazione delle reti, nelle comunità energetiche, nell'elettrificazione dei consumi.

Il Recovery Plan e il Pnrr rappresentano una grande opportunità per agire sulla valorizzazione delle città. Nel Piano approvato il 12 gennaio, alcune misure vanno in questa direzione, altre risultano insufficienti. Le linee di intervento progettuale delineano un'eccessiva frammentazione, così come frammentate appaiono alcune politiche di riferimento, necessarie per orientare gli interventi. Come nel caso dei progetti per l'housing sociale, peraltro scisso da una politica abitativa più complessiva in grado di fornire una risposta socialmente significativa all'ampio disagio abitativo presente, e come anche per gli interventi di rigenerazione urbana, previsti in varie azioni nelle città metropolitane, nei comuni, nei siti minori.

Manca una normativa che chiarisca i caratteri dell'housing sociale, di cui si parla ancora in modo generico, senza definirne peculiarità e finalità; così come manca ancora una legge sulla rigenerazione urbana, rispetto alla quale solo di recente si sta tentando di coordinare una confusa materia. E cosi come anche per il contenimento del consumo di suolo, rispetto al quale una legge nazionale, da tempo auspicata, è indispensabile per accompagnare una efficiente politica di riqualificazione e rigenerazione della città costruita.

Nel Pnrr si prevede la realizzazione di un programma di efficientamento e messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico, e l'incentivo temporaneo per la riqualificazione energetica e l'adeguamento antisismico attraverso la detrazione fiscale del 110%. Si prevedono interventi di forestazione urbana e vengono ricomprese alcune misure per trasporti locali sostenibili, ciclovie e rinnovo parco rotabile. In generale si ritrovano risposte parziali sull'efficienza energetica e sulla mobilità sostenibile; sono del tutto insufficienti le azioni sulle rinnovabili e sui rifiuti, con un timido accenno ad una prossima strategia di economia circolare. Rispetto a un tema come la transizione ecologica, non ci si può limitare a un incompleto e inefficace elenco di intenti, e demandare la realizzazione in gran parte all'azione delle imprese e del mercato, senza alcun controllo, gestione e coordinamento a livello centrale. Bisogna affrontare con decisione l'emergenza climatica, sviluppando tecnologie e filiere per la transizione verso un sistema energetico distribuito, basato su efficienza e rinnovabili. Si deve poter valutare la risposta ai principi europei, per raggiungere la riduzione del 55% delle emissioni e i principali obiettivi climatici e ambientali dell'Agenda 2030.

Per la mobilità sostenibile non deve essere trascurata la mobilità su ferro regionale, locale, e occorre una visione integrata e una programmazione sulla logistica nelle aree urbane e metropolitane, con la necessità di cambiare il parco mezzi pubblici e privati, incrementando il trasporto collettivo, anche al fine di ridurre le emissioni inquinanti. Sulla mobilità privata sarebbe necessaria una grande spinta all'utilizzo di mezzi leggeri, elettrici e incentivare concretamente l'utilizzo dei mezzi pubblici. Si rendono necessarie risposte più integrate e coerenti. Il tema delle città, sotto l'aspetto economico, sociale e ambientale, deve diventare il luogo di sintesi delle scelte, delle politiche e di finanziamenti convergenti a obiettivi integrati, al fine di ottimizzare l'utilizzo e l'efficacia della spesa pubblica.

Su tutti questi temi la Cgil ha aggiornato la propria elaborazione, attraverso piattaforme finalizzate alla contrattazione a tutti i livelli, confederale e di categoria, nazionale e territoriale. Nella Piattaforma integrata sullo sviluppo sostenibile del 2018, abbiamo inserito il tema delle città sostenibili, perché nei territori, nei luoghi, nelle città, si apre lo spazio più adatto per le proposte operative. Il percorso è proseguito a livello unitario, nel 2019 con il Documento per lo sviluppo sostenibile e con la Piattaforma per le città sostenibili, presentata all'interno del Festival dell'Asvis. Poi nel 2020 con la Piattaforma unitaria sulla giusta transizione e il Documento Rigenerazione urbana e Politiche abitative nella Next Generation EU.

L'ambizione è quella di creare città e territori sostenibili, attraverso un'economia decarbonizzata, dare competitività all'industria nel processo di transizione, ridurre i divari infrastrutturali materiali e immateriali, focalizzare le azioni sulla creazione di posti di lavoro di qualità, essendo solidali, e concorrendo all'obiettivo di ridurre povertà e disuguaglianze. È questo, a nostro avviso, l'unico modo per “ripensare” le città, individuando le priorità per affrontare le maggiori contraddizioni e i disallineamenti presenti, in un processo di cambiamento verso resilienza, innovazione e sostenibilità.

Laura Mariani è responsabile dell'Area Politiche di sviluppo della Cgil

Data articolo: Fri, 09 Apr 2021 23:16:18 GMT
News n. 24
Non lasciare nessuno indietro

 

Il testo che segue è parte di un intervento tenuto nel corso dell'iniziativa Città sostenibili, lo scorso 24 marzo 2021.

Il 70% dei comuni italiani ha meno di 5mila abitanti, con appena il 16% della popolazione. Il 60% risiede in comuni con meno di 60mila abitanti, mentre il 25% vive in città che hanno più di 100mila residenti. Se consideriamo le città metropolitane, circa 9,5 milioni di persone risiedono nei comuni capoluogo, e più del doppio (22 mln) nell'area metropolitana complessiva.

Una simile varietà della struttura demografica urbana denota che servono risposte differenti in ragione della diversa geografia abitativa della popolazione e le conseguenze della pandemia sulle abitudini – e quindi sulle scelte – di vita delle persone potrebbero consegnarci nei prossimi anni un panorama ulteriormente mutato. Abbiamo avuto le città industriali, le città “infinite” o continue, quelle a “grappolo” o “diffuse”, i quartieri “dormitorio”, la fuga dai centri storici e la “gentrification”, la fuga dalle aree interne e la riscoperta dei piccoli centri… Tanti modi differenti di strutturare e strutturarsi dell'abitare con altrettanti differenti esercizi della mobilità e degli stili di vita che mutano al verificarsi di cambiamenti demografici, sociali ed economici cui le amministrazioni devono saper rispondere rapidamente, adattandosi, per garantire i diritti di cittadinanza. Mutamenti continui che devono porre al legislatore come prioritario parametro di riferimento i bisogni delle persone, prima ancora della cornice amministrativa in cui sono residenti, assumendo come obiettivo la realizzazione di un sistema integrato tra funzioni e istituzioni capace di agire a geometria variabile e di mettere al centro la necessità di non lasciare nessuno ai margini. E considerando la diffusione di una buona qualità di vita per tutti gli abitanti un fattore vincente, che migliora la città.

Quando, anni fa, si discuteva di riordino degli enti locali, soppressione delle province, realizzazione delle città metropolitane, fusioni di comuni, la Cgil fece una scelta ben precisa: partire non dai nomi degli enti, ma dalle loro funzioni. Partire dal chiedersi quale livello dovesse fare cosa, in ragione di quale obiettivo e, soprattutto, della maggiore efficacia nel raggiungerlo, per delineare quel “disegno organico” capace di rispondere ai bisogni delle persone e promuovere lo sviluppo delle comunità. E forse è da qui, oggi, che dobbiamo ripartire per determinare e realizzare un nuovo assetto degli enti locali, dai bisogni e dalle politiche da attuare per realizzare città realmente inclusive con un'articolazione di funzioni orientata sul punto di vista delle persone che le abitano e fondata sulla prossimità.

Perché le città, grandi o piccole che siano, sono i luoghi della prossimità, della vita quotidiana e  delle relazioni. Ed è a partire dalla capacità delle città di generare e alimentare le relazioni che si può misurare la loro capacità di essere inclusive:

  • - relazioni tra persone, che si fanno comunità attraverso la condivisione dello spazio pubblico la cui fruizione deve essere promossa per diventare vita pubblica e non ostacolata con restrizioni di sorta che limitano l'accessibilità dei luoghi;
  • relazioni tra persone e istituzioni pubbliche chiamate a garantire servizi territoriali integrati per rispondere alla pluralità di bisogni dei suoi abitanti;
  • relazioni tra persone e formazioni sociali che, in sinergia con le istituzioni pubbliche, fanno sistema nel non lasciare indietro nessuno, a partire dai più fragili.

Ne eravamo consapevoli già prima, ma la pandemia, con le sue conseguenze sociali ed economiche prodotte dalle necessarie misure di contenimento del contagio, ha mostrato ancora di più quanto siano le città i luoghi in cui le distanze e le disuguaglianze possono ridursi con la capacità di creare reti e fare sistema, o diventare incolmabili se le articolazioni amministrative che le governano non riescono ad assolvere pienamente al dovere costituzionale di rimuovere tutti gli ostacoli al diritto di ogni persona a una vita dignitosa fin dai primi anni e per tutto l'arco della vita. Se non sono in grado di promuovere, con un'azione quotidiana che prenda in carico tutti i suoi abitanti, l'equità e la giustizia sociale. Se nelle città non si costruisce quella infrastruttura sociale forte capace di agire non solo in termini “riparativi”, rispondendo ai bisogni emersi, ma anche e soprattutto in termini “proattivi”, rimuovendo le disuguaglianze per consentire il pieno sviluppo di ciascuno.

Le città, quindi, non come luogo di esclusione e separazione, ma di inclusione e condivisione, dove i conflitti non vengono negati e rimossi, ma emergono e vengono affrontati, assumendo la dimensione collettiva di una comunità con molteplici bisogni e contraddizioni cui dare risposte e soluzioni, sì differenti, ma integrate e coordinate.

E se la pandemia ha messo sotto la lente di ingrandimento tutta la vulnerabilità dei contesti urbani - evidenziando quanto le città possano essere diseguali, tra loro e al loro interno, quanto non sia garantito l'accesso universale alle dotazioni urbane in generale, ma anche ai servizi pubblici e sociali, in particolare alla residenzialità e alle cure -, ci consegna anche l'opportunità e l'obbligo di far sì che nulla sia più come prima e che le risorse del Next Generation EU siano utilizzate per rafforzare le infrastrutture sociali dei territori, ridisegnando il rapporto tra servizi e persone e il sistema di welfare locale nel suo complesso al fine di rendere le città i luoghi in cui le istituzioni pubbliche agiscono e sono riconosciute come i soggetti che si prendono cura degli abitanti rispondendo e prevenendo i loro bisogni.

Risorse che dovranno essere indirizzate al fine di ridisegnare le città con la capacità di pensarle dal punto di vista di che le abita: dei bambini che hanno bisogno di spazi educativi e ricreativi di vicinato, dei giovani che necessitano di luoghi di socialità e confronto, delle persone con disabilità cui assicurare il pieno diritto alla mobilità, delle famiglie con le esigenze di conciliazione, delle persone anziane o non autosufficienti con bisogni di socialità e salute che devono trovare risposte nella prossimità e non nella rinuncia alla quotidianità degli affetti, delle povertà che devono trovare sostegno continuativo e percorsi di inclusione, non solo interventi di emergenza o segregazione… e tanti altri esempi si potrebbero fare. 

Ripensare le città dal punto di vista dei bisogni e delle aspettative di chi le abita richiede da una parte la capacità delle istituzioni di agire con spirito cooperativo e collaborativo, integrando competenze e funzioni al fine di mettere in atto tutte le politiche necessarie a dare risposte a una pluralità di istanze, dall'altra richiede un investimento straordinario di risorse. Per questo non riteniamo sufficienti quelle individuate dalle Missioni 5 e 6 del Pnrr conosciuto. Serve ben altro se vogliamo assumere gli obiettivi generali di inclusione e tutela della salute atti a rafforzare il sistema di welfare territoriale, e se vogliamo azzerare i divari esistenti tra le differenti aree del paese – nord/sud, grandi città/aree interne, capoluoghi/piccoli comuni, centro/periferia.

E in questo ripensamento delle città e della vita urbana dobbiamo svolgere sempre di più – in ragione del continuo mutare dei bisogni e delle consuetudini – il nostro ruolo di organizzazione sindacale confederale con la nostra azione di contrattazione sociale e territoriale. Forti della capacità di allargare e coniugare la tutela dei diritti di cittadinanza con quelli del lavoro, e della capacità di prevedere come i cambiamenti connessi al mutare dei sistemi produttivi incidono sulla vita delle persone, dobbiamo integrare l'azione di rivendicazione e confronto nazionale con l'opera quotidiana nei territori aprendo tavoli con gli attori locali. Dobbiamo agire la contrattazione, con il coinvolgimento di tutte le nostre strutture confederali, di categoria e dei servizi, per rendere le nostre città e il territorio inclusivi. 

Il nostro Paese tornerà ad essere tragicamente come era prima di questa emergenza se non sapremo tutti ripensare in modo inclusivo le città, i luoghi della vita quotidiana, attraverso la realizzazione di un nuovo modello di welfare che superi la logica dei trasferimenti monetari per articolarsi in una capillare e integrata rete di servizi pubblici, capace di prendere in carico le persone rispondendo alla molteplicità dei loro bisogni (sanitari, sociali, educativi, abitativi) e capace di promuovere il pieno sviluppo di ciascuno abbattendo le disuguaglianze. Un modello di città inclusiva:

  • - che non scarichi sulla dimensione privata i carichi di cura, ma li sostenga con politiche per la salute centrate su una prevenzione che agisce sui determinanti sociali, economici, ambientali, e su una forte rete di servizi integrati socio-sanitari di base diffusi nel territorio;
  • - che assuma la questione della non autosufficienza e del diritto alla vita indipendente (vale per le persone anziane e disabili di ogni età) come centrale in tutte le politiche (urbanistiche, abitative, sociali, sanitarie, ecc), e si organizzi per rimuovere barriere e ostacoli che limitano la libertà delle persone;
  • - che contrasti la povertà e la marginalità estrema, prevenendo e rimuovendo le molteplici cause che le generano, a partire dalle necessarie politiche di sostegno all'abitare, e che accompagni in percorsi di inclusione tutte le fragilità sociali, rendendo strutturali le politiche e i servizi necessari;
  • - che sappia disegnarsi a misura di bambino, assumendone i bisogni di sviluppo e crescita educativi e di socializzazione, e favorire la conciliazione per i genitori;
  • - che sappia garantire alle donne la libertà di muoversi in piena sicurezza;
  • - che sappia governare i processi migratori attivando percorsi di integrazione che promuovano il senso di appartenenza alla comunità locale riconoscendo pari diritti e valorizzando (anziché marginalizzare) la diversità culturale;
  • - che sappia declinare la “libera fruizione degli spazi pubblici”, non con la repressione e l'allontanamento di chi non è ritenuto rispondente a un'idea ottocentesca di “decoro urbano”, ma, all'opposto, rendendo possibile un uso degli spazi urbani realmente libero in quanto democraticamente garantito a tutti.

Un modello di città inclusiva che sappia tenere insieme le risposte che attraverso i servizi le istituzioni pubbliche devono dare ai bisogni dei cittadini, con la valorizzazione dello spazio pubblico e delle aree di interesse collettivo come luoghi di vita comunitaria in cui rafforzare la coesione sociale e territoriale.

Giordana Pallone è coordinatrice Area Welfare della Cgil

Data articolo: Fri, 09 Apr 2021 23:16:00 GMT
News n. 25
Per una città sostenibile

 

Il testo che segue è parte di un intervento tenuto nel corso dell'iniziativa Città sostenibili, lo scorso 24 marzo 2021.

Abbiamo voluto organizzare questa giornata insieme all'area Welfare perché crediamo sia molto importante riunire e rendere organiche le nostre elaborazioni e il nostro punto di vista sulle politiche delle aree urbane. L'approccio che vogliamo tenere e che la pandemia rafforza è sistemico, multisettoriale e interdisciplinare. Nei documenti ufficiali di importati istituzioni si parla di agenda urbana per evidenziare un modello di intervento pluridimensionale. Coerente con il modello di organizzazione di qualunque ecosistema urbano che non è la somma di interventi ma un sistema di gestione integrata. 

Oggi parlare di politiche urbane significa affrontare la dimensione ecologica, economica, e dell'inclusione sociale. Il “peso” su questi tre assi delle città è rilevante, basta pensare che oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città, l'85% del Pil globale è generato dalle aree urbane, così come il 50% della produzione di rifiuti e il 70% delle emissioni. Allo stesso tempo, sono anche i luoghi dove si accentuano le disuguaglianze, a partire da quelle sociali e di accesso ai beni pubblici essenziali.

Le relazioni di questa mattina affronteranno almeno due di questi aspetti, città inclusiva e città ecologica, sui quali c'è un lavoro importante messo in campo dalla Cgil. Inoltre avremo un contributo sulla città digitale, tema sul quale nei mesi scorsi si è fatta una serie di iniziative e approfondimenti. 

Partiamo nella nostra riflessione dall'esperienza di alcune Camere del lavoro e delle categorie, riflessione che non vogliamo chiudere oggi ma vogliamo implementare.

In questa fase storica, gli effetti della pandemia sia immediati che di prospettiva hanno soprattutto nelle città un impatto pesantissimo sul versante sociale, a partire dall'accessibilità ai servizi primari di cittadinanza ed economici. Per le misure di distanziamento sociale e di sicurezza che stanno trasformando la mobilità, il commercio, gli stessi modelli di organizzazione del lavoro con la sua remotizzazione e gli stili di vita. Queste trasformazioni congiunturali diventeranno in parte durature e inevitabilmente modificheranno gli spazi e i tempi della città

Oltre agli effetti che stiamo affrontando, ci sono i nodi che da tempo non si risolvono. In particolare la frammentarietà delle politiche abitative (tema sul quale abbiamo proposte unitarie insieme a Cisl e Uil), la mancanza di progetti strutturali di riqualificazione urbana, delle periferie e dell'accessibilità ai servizi minimi. Il livello di sofferenza delle fasce più vulnerabili è altissimo su questo versante, cosa che rende incomprensibili alcune resistenze sulla proroga del blocco degli sfratti che si sono registrate nella discussione sulla legge di bilancio. Ancora irrisolte alcune scelte istituzionali a partire dall'assetto delle aree metropolitane e dalle province.

Il rischio è che l'accelerazione impressa dalla pandemia misuri soprattutto sulle città il portato delle disuguaglianze economiche e sociali in una dimensione forse mai vista, primi segnali di ciò sono l'aumento delle povertà e del livello di sofferenza sociale.

Sarà molto importante segnare una discontinuità delle politiche nell'utilizzo delle risorse europee e nazionali che può fare la differenza. I tre driver di intervento indicati dalla UE, digit, green e coesione sociale sono gli elementi su cui si fonda un nuovo modello di sviluppo urbano. Se guardiamo alla dimensione ecologica, le scelte sull'efficientamento degli edifici, l'implementazione delle rinnovabili, la mobilità sostenibile, la messa in sicurezza e la circolarità dello sviluppo economico rappresentano le matrici fondamentali su cui innestare la dimensione sociale che è fatta dal rafforzamento del sistema sanitario e dei servizi educativi e del sistema di istruzione. Questi tre assi di intervento non rappresentano le scelte di base di Next generation Eu ma individuano le tre dimensioni economiche del prossimi dieci anni se non di più. E' chiaro quindi che le scelte che il nostro governo ha individuato nel Pnrr saranno strategiche per ridefinire l'ecosistema urbano e le agende urbane.

Per riuscire a ottenere questa trasformazione, c'è un primo tema che attiene alla sistematicità degli interventi, in un quadro dove le responsabilità sono disperse in tanti luoghi istituzionali diversi. Manca un punto di coordinamento non solo in relazione al Pnrr. In questo senso sarebbe importante mettere in campo il Comitato interistituzionale per le politiche urbane (Cipu) per rendere maggiormente coerenti le scelte sul versante nazionale. In secondo luogo manca una  sede dove il coinvolgimento delle parti sociali sia istituzionalizzato e sia parte attiva delle scelte di politica territoriale. Terzo elemento: è sicuramente necessaria una continuità delle scelte per almeno un decennio. Next generation non può essere un meteorite che irrompe nella dinamica economica del continente. Dobbiamo invece considerarlo come un grande innesco che ridefinisce la missione strategica della nostra economia e indica la traiettoria. Questo significa che le risorse europee, inclusi i fondi strutturali della nuova programmazione (a partire dal Pon metro e non solo), e le risorse nazionali dovranno non solo essere indirizzate a sostenere i tre driver di sviluppo, ma che alcune di queste dovranno diventare strutturali (penso ad esempio al super bonus e a tutte quelle misure legate a stimolare efficienza e cambio energetico, piuttosto che l'accessibilità come le barriere architettoniche, piuttosto che le misure finalizzate alla diffusione e generalizzazione della presenza degli asili nido).

Quarto tema è sicuramente la pianificazione e programmazione: quindi la qualità delle scelte e la qualità della programmazione territoriale. Sarebbe sbagliato pensare che ce la caviamo con la logica del “meteorite”, piani solo ed esclusivamente finalizzati al breve termine. Il grande innesco ha bisogno di una programmazione di medio e lungo termine, e quindi di recuperare ruoli e capacità amministrativa, che passa da un rafforzamento degli enti locali sul versante del personale, da una revisione delle regole fiscali a partire dal patto di stabilità interno, dal dare quindi continuità alle misure e agli investimenti. 

E' evidente quanto tutto ciò impatti sul lavoro, quello che c'è e quello che dovrà essere creato e quello che si trasformerà. Siamo certi che proprio nelle aree urbane i lavori si trasformeranno per effetto del salto tecnologico e green con una rapidità maggiore di quanto probabilmente immaginavamo. Riprogrammare il modello di città significa affrontare le trasformazioni nel lavoro e sperimentare sul versante della creazione anche nuovi schemi come la creazione diretta.

Il ruolo delle organizzazioni sindacali è quindi molto importante, ci chiama in causa direttamente per rispondere alle condizioni materiali di chi rappresentiamo, lavoratori e pensionati, e quindi affrontare i divari sociali che vedono oggi inaccettabili disparità di trattamento e di accesso ai diritti di cittadinanza tra classi sociali e tra territori, a partire dal Mezzogiorno. Portato di questo ruolo è la costruzione di un modello nuovo di contrattazione territoriale che tenga insieme questa complessità e si cimenti nell'orizzonte della contrattazione per lo sviluppo sostenibile. Un modello che tenga insieme gli elementi prioritari nel  paradigma di ecosistema urbano. È, credo, la frontiera contrattuale a cui siamo chiamati a contribuire per ridefinire il modello di lavoro e di lavori. Un quadro come quello che ho provato a rappresentare ha bisogno di luoghi istituzionalizzati del confronto, che non può scivolare nel semplice dialogo sociale ma che deve trarre spunto dalle migliori esperienze di negoziazione territoriale e sociale e della contrattazione nazionale. Istituzionalizzare il luogo e il ruolo alla fine significa riconoscimento delle istanze della rappresentanza sociale.

In questo quadro il ruolo delle Camere del lavoro è centrale per la presenza e l'insediamento capillare nel paese, per la funzione di aggregatore delle istanze di tutti sul territorio. Le Camere del lavoro, se ci pensiamo, in piccolo rappresentano quel modello ecosistemico di cui stiamo parlando oggi. Un ecosistema del lavoro dove c'è l'equilibrio di tutte le sue parti, allo stesso tempo è il luogo-comunità che accoglie e raccoglie i bisogni per il suo stare nei luoghi del lavoro.

Un valore straordinario e un luogo straordinario.

In questo senso sono rappresentativi anche i grandi aggregatori della dimensione sociale e di chi si muove in quell'ambito, che siano associazioni, comunità, i nuovi luoghi associativi che si strutturano per rispondere alle necessità del quartiere o della comunità, ai bisogni ambientali, alle marginalità e alle vulnerabilità . Oggi proveremo a parlare di tutto questo con tante strutture e importanti ospiti nella tavola rotonda finale.

Gianna Fracassi è Vice segretaria generale della Cgil

Data articolo: Fri, 09 Apr 2021 23:15:45 GMT

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