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Ambiente e Salute nel lavoro (CGIL)

#salute #lavoro #ambiente #CGIL

News n. 1
Città sostenibili

“Città sostenibili”: questo il titolo del convegno della Cgil nazionale, in diretta streaming oggi (mercoledì 24 marzo) su Collettiva, a partire dalle ore 9. Partecipano il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, la vicesegretaria generale Gianna Fracassi e la segretaria confederale Rossana Dettori. Interviene Cinzia Maiolini (Cgil - Ufficio Lavoro 4.0).

Il primo panel è dedicato al tema “La città inclusiva”. La relazione è affidata a Giordana Pallone (Cgil - Area Welfare). Intervengono Gigia Bucci (segretaria generale Cgil Bari), Paola Galgani (segretaria generale Cgil Firenze), Palma Sergio (segreteria Cgil Padova), Antonella Pezzullo (segreteria Spi nazionale), Enrica Valfrè (segretaria generale Cgil Torino) e Michele Vannini (segreteria Fp Cgil nazionale).

Il secondo panel è dedicato al tema “La città ecologica”. La relazione è affidata a Laura Mariani (Cgil - Area Politiche per lo sviluppo). Intervengono Roberto Alosi (segretario generale Cgil Siracusa), Maria Grazia Gabrielli (segretaria generale Filcams Cgil), Alessandro Genovesi (segretario generale Fillea Cgil), Manuela Gozzi (segretaria generale Cgil Modena), Stefano Malorgio (segretario generale Filt Cgil), Nicola Ricci (segretario generale Cgil Napoli-Campania).

Conclude l'iniziativa la tavola rotonda (in programma alle ore 12.30) con Antonio Decaro (presidente Anci), Enrico Giovannini (ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili) e Maurizio Landini (segretario generale Cgil).

Data articolo: Wed, 24 Mar 2021 08:22:00 GMT
News n. 2
La sostenibilità non è un brand

Gli effetti del processo autodistruttivo con cui da secoli sfruttiamo costantemente il nostro pianeta non sono mai stati così evidenti e nocivi. Nonostante sia sotto gli occhi di tutti quanto dannoso sia continuare a sottomettere agli interessi dell'economia e della finanza le risorse naturali e il benessere dell'uomo, in una sorta di gara all'estinzione di tanti per la ricchezza di pochi, continuiamo a non intervenire in maniera decisa su nessuna delle emergenze con cui ormai conviviamo ogni giorno.

E a quanto pare né il surriscaldamento globale, né le conseguenze dei cambiamenti climatici e purtroppo nemmeno la pandemia, stanno facendo rinsavire l'umanità costringendola a prendere decisioni concrete per invertire una tendenza che sembra ormai inarrestabile. Noi invece pensiamo si possa e si debba cambiare.

Pensiamo che la tutela della biodiversità avrebbe evitato la pandemia, che la diminuzione delle emissioni avrebbe garantito un ambiente più salubre e vivibile e che la qualità della vita delle persone debba essere il riferimento su cui si promuovono le politiche economiche globali e territoriali. Non è accettabile che in un momento di transizione generale, che ci porterà a un'economia e una società totalmente rinnovate dal loro schema classico, non si rimetta al centro il rispetto e la salute dell'uomo e della Terra come condizione universale per il progresso collettivo.

Non è accettabile, soprattutto, alla luce delle numerose e altisonanti promesse a cui assistiamo costantemente da alcuni anni nel venale tentativo di addolcire una condizione ormai insostenibile. Notiamo, anzi, come si stia riuscendo a sottomettere all'interesse economico concetti nobili e virtuosi come l'uguaglianza, l'ambientalismo, il rispetto, l'equilibrio alimentare.

Siamo in una fase in cui si favorisce la produzione di cibi dannosi alla salute e irrispettosi del lavoro che serve a produrli e al rispetto dell'ambiente, finanziandone le filiere con risorse pubbliche e autorizzandone un eccessivo spreco. E il paradosso è che il concetto di sostenibilità e green sono diventati dei “brand promozionali” che mascherano sfruttamento delle persone e dei terreni agricoli.

Siamo in un paradossale cortocircuito mediatico in cui le promesse, le aspettative e le pubblicità d'iniziativa sono diametralmente opposte alla realtà in cui viviamo e alla prospettiva in cui vorremmo vivere. Serve concretezza nelle azioni in tutti i settori, serve una visione sistemica delle scelte che si prendono e nella definizione delle priorità, serve un'immediata inversione nelle logiche d'investimento e non mere operazioni di greenwashing.

Come Flai Cgil, organizzazione di rappresentanza dei settori agroalimentari, ci chiediamo perché non sia possibile avere un filo conduttore tra il rispetto dell'ambiente, del lavoro, della salute e del cibo. Perché le politiche a sostegno di questi temi così centrali per il nostro futuro non siano condotti dalla stessa logica. Perché non venga garantita la salubrità degli alimenti nei nostri scaffali e sia invece ancora possibile lo sfruttamento del lavoro per produrli.

Perché non ci sia il finanziamento delle produzioni di prossimità che curano l'ambiente rispetto a quelle industriali e intensive che il pianeta lo avvelenano. Perché invece di tutelare la biodiversità e impedire il consumo del suolo in cui essa vive continuiamo a cementificare il nostro paese. Perché invece di promuovere un consumo sano e sostenibile viene favorito lo spreco e l'inquinamento.

Riteniamo, così come il coordinamento Fridays For Future ha ribadito nel convocare la mobilitazione globale del 19 marzo, a cui diamo tutto il nostro sostegno, che non sia più tempo di “vuote promesse”, ma che anzi ci siano gli spazi per numerose e interessanti attività pratiche da mettere in campo fin da ora. Noi, come soggetto sindacale, ovunque potremmo far sentire la nostra voce per promuovere un'idea diversa di progresso, di rispetto della natura e dell'uomo faremo la nostra parte.

Tina Balì e Andrea Coinu, dipartimento Ambiente e Territorio Flai Cgil

Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:23:25 GMT
News n. 3
L'acqua sporca uccide più delle guerre

In Yemen e in Siria 35 milioni di persone non hanno accesso a fonti d'acqua sicure. Così anche in Iraq, Palestina, Libano, nei Paesi subsahariani, dove la pandemia è andata ad aggiungersi a violenze, siccità e altre crisi climatiche. Luoghi senza ospedali, reti idriche, vaccini anti-Covid, dove un bambino sotto i 5 anni ha una probabilità venti volte maggiore di morire per aver bevuto acqua contaminata, che a causa di conflitti. L'acqua sporca può uccidere più della guerra, in tutto il mondo: secondo il rapporto annuale del Programma di monitoraggio dell'Unicef e dell'Organizzazione mondiale della sanità, 785 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile, in pratica un abitante del pianeta su 10, e ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati. Mentre 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per un semplice ma indispensabile comportamento igienico: lavarsi le mani.

Eppure, uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo sostenibile che dovremmo raggiungere entro il 2030 è proprio questo: garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie. Anzi, non è uno degli Obiettivi, ma il principale, alla base di gran parte dell'Agenda delle Nazioni Unite. Ma da questo “Goal” siamo davvero lontani. La crescente minaccia di stress idrici in diverse parti del mondo ha conseguenze di vasta portata e incide su tanti settori, dallo sviluppo economico alla sicurezza alimentare, dalla salute agli ecosistemi.

“Se in Europa, in Paesi come l'Italia, il Covid rischia di mandare in tilt il sistema sanitario, vi lascio immaginare l'impatto che ha in aree di conflitto, dove le poche strutture sanitarie funzionanti, già prima della pandemia, non riuscivano a rispondere ai bisogni della popolazione – racconta Sabina Siniscalchi, presidente di Oxfam Italia, organizzazione che fino al 28 marzo, mese in cui si celebra la Giornata mondiale dell'acqua, ha lanciato la campagna di raccolta fondi ‘Dona acqua, salva una vita' con un Sms solidale o una chiamata da telefono fisso al 45584 -. In contesti dove mancano vaccini, strumenti di protezione e possibilità di distanziamento, mancano posti negli ospedali e capacità di tracciare i contagi, l'unico mezzo per difendersi dal Coronavirus e da malattie come il colera, è avere accesso ad acqua pulita e servizi igienico-sanitari essenziali. La nostra campagna vuole raggiungere quante più persone possibile, a partire dai bambini, che soffrono più di tutti gli altri, e dalle donne”.

Già prima del Covid-19, 297 mila bambini sotto i 5 anni morivano a causa della diarrea legata a carenze idriche e igieniche, colpiti da malattie ed epidemie, e 818 milioni di piccoli, soprattutto nei Paesi più poveri, non avevano neanche la possibilità di lavarsi le mani nella propria scuola, adesso la situazione è peggiorata. “Con i fondi raccolti continueremo a portare acqua pulita in Siria, nei Governatorati di Aleppo e Deir-ez-Zor – spiega Siniscalchi -, kit igienico sanitari e materiali utili alla prevenzione del Covid in Malawi. In Sri Lanka miglioreremo l'accesso alla salute e all'igiene nelle comunità rurali nelle province di Uva e Centrale, installando e costruendo pozzi con pompe manuali alimentate a energia solare. In Italia saremo al fianco di famiglie italiane e straniere che, oggi più che mai, per effetto della crisi economica innescata dalla pandemia rischiano di restare ai margini”.

Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:04:05 GMT
News n. 4
Agire prima che sia troppo tardi

Il riscaldamento globale potrebbe aumentare di 3 gradi C entro la fine del secolo, mentre le malattie legate all'inquinamento uccidono nove milioni di persone ogni anno. Ad affermarlo non sono i soliti catastrofisti o gli incalliti ambientalisti, ma il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep) “Making peace with nature”, basato su una serie di valutazioni globali. Il report delinea la gravità delle tre emergenze ambientali che sta vivendo la Terra: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e inquinamento, crisi planetarie che mettono a rischio il benessere delle generazioni future e attuali. E conferma quanto sostenuto in un altro recente rapporto pubblicato dall'Unfccc, che misura lo stato di avanzamento dei piani di azione nazionali per il clima: se si vuole raggiungere l'obiettivo dell'Accordo di Parigi di limitare l'aumento della temperatura globale di 2 gradi C, idealmente 1,5 gradi, entro la fine del secolo, le nazioni nel 2021 devono raddoppiare gli sforzi e presentare programmi più forti e ambiziosi.

“Gli studi ci dicono che le emissioni di gas serra complessive stimate continueranno a crescere fino al 2025 e inizieranno a diminuire in modo irrisorio al 2030 – spiega Simona Fabiani, responsabile ambiente e territorio Cgil -. Nel dettaglio, nel 2030 ci sarà una riduzione dello 0,5 per cento rispetto al 2010 mentre per quella data le emissioni nette globali di anidride carbonica e degli altri gas a effetto serra devono diminuire di circa il 45 per cento, per raggiungere lo zero entro il 2050. Questo per riuscire a contenere l'aumento della temperatura a 1,5 gradi. È quindi evidente che siamo completamente fuori rotta rispetto a quanto sarebbe necessario, e dimostra che gli Stati devono con urgenza rafforzare i loro impegni ai sensi dell'accordo di Parigi e agire”.

L'Europa ha incrementato le sue ambizioni, elevando dal 40 al 55 per cento il taglio delle emissioni inquinanti entro il 2030, e fissando il raggiungimento della neutralità climatica per il nostro continente al 2050. “Ma complessivamente ancora non basta – ribadisce Fabiani -. Da più parti si dice e si ripete che questa è una priorità, che il Recovery Plan è un'occasione irripetibile, ma con le risorse impiegate fino a oggi non è stato fatto niente in questa direzione. Le indicazioni dell'Europa sono chiare: il 37 per cento degli investimenti devono essere spesi per clima. Non basta. Nessuna delle risorse utilizzate deve arrecare danno agli obiettivi ambientali, che sono sei tra cui la mitigazione e l'adattamento al cambiamento climatico. E al momento questa svolta in Italia ancora non si è vista, almeno non nella versione che conosciamo del Piano nazionale di ripresa e resilienza”.

Eppure l'Italia svolge su questo fronte un ruolo cruciale, quest'anno ha una fitta agenda di impegni internazionali e dovrebbe dare l'esempio. Dal dicembre scorso abbiamo assunto la presidenza del G20, a luglio si svolgerà a Napoli il vertice ministeriale su ambiente, clima ed energia, a ottobre a Roma ci sarà il vertice dei leader del G20. A novembre si terrà a Glasgow la 26esima Conferenza delle parti sul clima sotto la presidenza del Regno Unito con la co-presidenza dell'Italia. In preparazione della Cop26, si svolgeranno a Milano due eventi: il Youth4climate e la pre-Cop.

“Le scelte che saranno fatte nel Pnrr e per l'uso dei Fondi europei 2021-2027 saranno strategiche per il futuro del nostro Paese – conclude Simona Fabiani -, così come la funzione dell'Italia potrebbe essere strategica per gli impegni di azione globale per il clima, prima in sede di G20 e poi a livello globale nella Cop26. Crediamo che il ruolo del sindacato e della società civile debba essere determinante nella programmazione del radicale cambiamento di sistema, per la giustizia climatica, la tutela degli ecosistemi e della salute e per una giusta transizione”.

Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:03:42 GMT
News n. 5
Basta false promesse

Il 19 marzo è la prima giornata mondiale di azione per il clima del 2021. Gli attivisti e le attiviste di Fridays for Future, il movimento globale fondato da Greta Thunberg, l'hanno organizzata per riaccendere l'attenzione sulla crisi ambientale, chiedere misure immediate e concrete, in linea con la scienza e il principio di giustizia climatica, proporre nuove idee. “Basta false promesse” è lo slogan della mobilitazione che si svolge nelle piazze reali e virtuali, e il riferimento è chiaro. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere tra 20 o 30 anni sono davvero poco ambiziosi, ciò che viene promesso in un futuro lontano non è sufficiente. Mentre il futuro è già arrivato, le opportunità sono adesso e si chiamano fondi del Next Generation Eu, che vanno investiti in politiche per azzerare le emissioni di gas serra.

“La lotta ai cambiamenti climatici non può prescindere dalla lotta per la giustizia sociale e l'occupazione – affermano in una nota unitaria la vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi e i segretari confederali di Cisl e Uil Angelo Colombini e Tiziana Bocchi -. Per questo, come già avvenuto per i precedenti scioperi globali per il clima, sosterremo anche questa mobilitazione promossa dai Fridays for Future”.

La prima opportunità per agire in modo incisivo è quindi il Piano nazionale di ripresa e resilienza: il governo deve definire le riforme, le missioni e i progetti per raggiungere gli obiettivi di riduzione del 55 per cento delle emissioni entro il 2030 rispetto al 1990, e di neutralità climatica al 2050, destinando almeno il 37 per cento delle risorse a azioni per il clima. Le scelte fatte nel Pnrr e per l'uso dei Fondi europei saranno quindi strategiche per il nostro Paese.

“Siamo convinti che per garantire l'attuazione degli impegni climatici europei e rispettare gli accordi di Parigi di contenere l'aumento della temperatura a 1,5 gradi, occorrerà accelerare gli investimenti e accompagnare le lavoratrici e i lavoratori verso una realtà di occupazione socialmente e ambientalmente equa, in cui nessuno sia lasciato indietro – concludono Fracassi, Colombini e Bocchi -. Posizioni che abbiamo già rivendicato nella nostra piattaforma unitaria ‘Una giusta transizione per il lavoro'”.

Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:03:24 GMT
News n. 6
«Dobbiamo uscire dal carbone»
Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:02:58 GMT
News n. 7
«Curare 60 anni di devastazione»
Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:02:33 GMT
News n. 8
«Città emblema dell'inquinamento»
Data articolo: Fri, 19 Mar 2021 06:02:05 GMT
News n. 9
Cento anni di disastro ambientale senza colpevoli

Terreni inquinati da policlorobifenili, diossine, furani, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio, cromo esavalente. Alcuni di questi composti sono finiti nella falda acquifera della città, mentre altri sono entrati persino nella catena alimentare. Questo il risultato di cento anni di Caffaro, azienda chimica che arriva a Brescia ai primi del Novecento e che fin dall'inizio utilizza per la produzione l'acqua della falda che viene poi rilasciata, contaminata dai veleni. Una storia che inizia nel 1906 e che ancora non ha visto la parola fine. Anzi. Il futuro di un'area dichiarata nel 2003 dal ministero dell'Ambiente sito di interesse nazionale, con l'obiettivo di effettuare interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza d'emergenza, bonifica, ripristino e monitoraggio, e di 34 lavoratori tuttora impegnati a evitare il disastro, non è chiaro.

“Non si sa chi e come oggi deve presidiare quel sito, metterlo in sicurezza, evitare che l'inquinamento si aggravi e si espanda – afferma Patrizia Moneghini, segretaria generale Filctem Cgil Brescia -. E non si conoscono le sorti dei dipendenti che con il loro operato oggi garantiscono che la falda acquifera non si contamini più di quanto non lo sia già”. Questo perché le vicende societarie della Caffaro sono complesse e intricate. L'azienda che aveva iniziato un secolo fa a riversare i veleni nelle rogge, oggi non esiste più, è stata svuotata e scorporata, quindi è passata di mano in mano. Mentre venivano scoperte l'entità dell'inquinamento e le modalità delle contaminazioni (il caso è scoppiato nel 2001 quando uno studio ha evidenziato concentrazioni di Pcb in terra, acqua, animali, campagne circostanti la cittadella industriale e persino nel latte delle mucche), gli stabilimenti hanno continuato a produrre e a inquinare, indisturbati.

Fino ai giorni nostri. È di due anni fa l'approvazione del piano di bonifica, del 2019 l'iscrizione nel registro degli indagati di vertici e delegati aziendali per inquinamento da cromo e da mercurio, del 2020 la revoca da parte della Provincia di Brescia dell'autorizzazione a produrre in quel sito. Morale. La Caffaro Brescia, l'ultima società rimasta, ha comunicato la cessazione di tutte le attività, anche di quella che mantiene operativa la barriera idraulica che fa da schermo ai veleni che altrimenti andrebbero a infestare la falda cittadina. Fino al 31 marzo 34 operai continueranno ad azionare le pompe. Dopo, non si sa. “Come Cgil abbiamo chiesto risposte per i lavoratori e per i cittadini – dichiara Moneghini -. Dicono che i livelli degli inquinanti sono già saliti e questo conferma la necessità di presidiare il sito, per la sicurezza ambientale. I lavoratori in questa fase possono rappresentare una risorsa importante, per gestire i processi. Per questo abbiamo chiesto di aprire un tavolo al Mise, coinvolgendo anche il ministero dell'Ambiente”.

Mentre nei giorni scorsi l'Arpa ha lanciato l'allarme per il livello di cromo esavalente nella falda che scorre sotto lo stabilimento, un'ordinanza dell'ormai ex ministro dell'Ambiente Sergio Costa stabilisce che tutti i soldi spesi per risanare l'area saranno recuperati dai presunti responsabili dell'inquinamento, e chiama in causa sei società che si sono succedute dal 2002 a oggi. Si tratta di 85 milioni di euro per il piano di bonifica, che per il momento sono a carico della Regione Lombardia e del governo, ovvero sborsati dai cittadini.

(Montaggio video di Maria Antonia Fama)

Data articolo: Fri, 29 Jan 2021 05:30:40 GMT
News n. 10
72 siti contaminati, un comune su quattro

Al centro dell'Europa, luogo di transito per persone e merci, tra montagne, colline, e pianura, ricca di acqua e di agricoltura. Queste caratteristiche geografiche hanno favorito lo sviluppo di Brescia, indicata dalle classifiche pre-Covid capitale dell'industria in Europa, provincia a maggiore vocazione produttiva. La città lombarda ha avuto anche il primo distretto in Italia per i prodotti in metallo e per la metallurgia, con 100mila addetti, mentre il manifatturiero registrava aumenti a due cifre. “I capitali economici sono arrivati qui proprio per la ricchezza e la posizione di questo territorio – afferma Francesco Bertoli, segretario generale Camera del lavoro di Brescia -. Ma insieme al progresso è arrivato anche, immancabile, l'inquinamento”. Nel Bresciano si contano 72 siti contaminati (esclusi il sito di interesse nazionale della Caffaro), ripartiti tra 46 comuni: un comune su quattro ha sul suo territorio un'area dove le concentrazioni di inquinanti compromettono le diverse matrici ambientali (aria, suolo, sottosuolo, acque di falda e superficiali).  I dati aggiornati a ottobre 2020, arrivano dal censimento della Regione Lombardia. Eventi accidentali, sversamenti, scarichi abusivi di rifiuti sono tra le principali cause.

“Quindi non abbiamo solo la Caffaro – spiega Bertoli -. Ai piedi del Montenetto abbiamo un sudario di scorie, eredità del disastro ambientale del 1989, quando venne fusa una partita di alluminio contaminato dal cesio 137, isotopo radioattivo artificiale. I residui di quella lavorazione furono stoccati nella cava che l'azienda ex Metalli Capra di Capriano del Colle utilizzava come discarica, diventata così la più grande d'Italia per inquinamento da cesio.

82.500 tonnellate di scorie contaminate, 220mila metri cubi stoccati in un bunker e messi in sicurezza agli inizi degli anni Novanta dall'Enea. L'azienda è stata dichiarata fallita nel 2019, per far riprendere l'attività è stata messa in vendita, ma chi compra dovrebbe accollarsi anche la discarica con tutti gli oneri che questo comporta. “Nel frattempo, gli operai sono in cassa integrazione da due anni, erano 120 adesso sono una sessantina – conclude il sindacalista della Cgil -. È stato messo in sicurezza il percolato, ma se non si trova una soluzione per la bonifica del sito il problema degli inquinanti radioattivi rimarrà alla collettività”.

Data articolo: Fri, 29 Jan 2021 05:27:42 GMT
News n. 11
Dalla fabbrica della morte al Parco Eternot

Si chiamano siti di interesse nazionale. Sono individuati per legge in relazione alle loro caratteristiche, alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell'impatto in termini di rischio sanitario ed ecologico e di pregiudizio per i beni culturali e ambientali. In Italia sono 41, si trovano in tutte le regioni tranne il Molise: per essi lo Stato ha predisposto specifiche procedure per gestirli, metterli in sicurezza, bonificarli. A proprie spese. Aree industriali dove incidenti hanno provocato il rilascio di inquinanti, territori in cui vengono smaltiti rifiuti in modo incontrollato, che si estendono sia a terra che in mare e arrivano a ricoprire superfici anche molto ampie.

Come nel caso del sito di Casale Monferrato, in Piemonte, che con un'estensione di quasi 74.000 ettari è il più grande d'Italia: non solo una città, ma un'intera area che abbraccia 48 comuni del comprensorio con circa 100mila abitanti. Qui ha operato per 80 anni l'azienda Eternit, produttrice di amianto, un'attività che ha provocato gravi danni all'ambiente e alla salute non solo dei lavoratori ma di tutta la popolazione. “Qui si continua a morire di mesotelioma pleurico, anzi si calcola che gli anni compresi tra il 2020 e il 2024 siano proprio quelli del picco– dice Franco Armosino, segretario generale Camera del lavoro di Alessandria -. La presenza della Eternit ha causato una strage prima di chi ci lavorava e oggi di tutti coloro che sono vissuti qui, persino di chi ha fatto il militare. È una storia legata all'inquinamento ambientale pesantissimo di questo territorio”.  

Le bonifiche sono iniziate nel 1998 e da allora vanno avanti ininterrottamente da 22 anni, naturalmente a carico della collettività, e cioè dello Stato, della Regione, del Comune – racconta Nicola Pondrano, coordinatore vertenza amianto Cgil Piemonte -. L'azienda nel 1986, di fronte alla marea di denunce penali presentate da noi della Cgil, ha chiuso lo stabilimento e presentato istanza di fallimento. Sono letteralmente scappati, davanti allo scandalo, ai giornali che titolavano ‘Eternit, la fabbrica della morte', alle accuse”.

La bonifica dello stabilimento di Casale, un'area di 94mila metri quadrati, di cui circa 50mila coperti da lastre di fibrocemento, è diventata il simbolo della lotta all'amianto. Nel 1995 l'amministrazione comunale decise di acquistare l'ex insediamento produttivo, ormai in stato di abbandono e possibile fonte di inquinamento atmosferico, per dare inizio agli interventi per il recupero dell'area. I lavori di smantellamento, dismissione e messa in sicurezza, sono terminati nel 2006. L'area è stata ricoperta con una spianata di cemento e, nei sotterranei, sono stati confinati i manufatti e il materiale di risulta delle demolizioni. Una specie di sarcofago che chiude tutta l'area. Sopra è stato messo uno strato di terra vegetale diventato il Parco Eternot, inaugurato nel 2016, un'area verde di salute e benessere che ha preso il posto della fabbrica della morte, 109 anni dopo l'apertura dei cancelli.

Data articolo: Fri, 29 Jan 2021 05:25:32 GMT
News n. 12
Il pieno d'idrogeno
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:15:58 GMT
News n. 13
Muoversi in pulizia
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:15:26 GMT
News n. 14
Movimento pulito
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:14:54 GMT
News n. 15
Verde è bello
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:19:29 GMT
News n. 16
La città sensoriale
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:18:49 GMT
News n. 17
Città in verde
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:16:47 GMT
News n. 18
Conto alla rovescia
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:21:07 GMT
News n. 19
Fossile addio
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:20:36 GMT
News n. 20
Corrente pulita
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:20:10 GMT
News n. 21
Ci salverà il bio
Data articolo: Tue, 29 Dec 2020 07:06:55 GMT
News n. 22
I brand sostenibili
Data articolo: Tue, 29 Dec 2020 07:05:49 GMT
News n. 23
Innovazione e opportunità

Con il termine Green Economy s'intende un modello di sviluppo economico che prende in considerazione l'attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita, sia l'impatto ambientale provocato dall'attività produttiva. Sia gli investimenti pubblici che quelli privati dovrebbero mirare a ridurre le emissioni di carbonio e l'inquinamento, ad aumentare l'efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l'ecosistema.

La Green Economy, inevitabilmente, modificherà la struttura economica, sia dal lato della domanda e che dell'offerta, e comporterà anche una riorganizzazione del ruolo e delle dinamiche tra beni capitali, beni intermedi e di consumo. Tutti i settori dell'economia ne saranno toccati: nessuno è indipendente da quanto accade nei settori a esso collegati. Basti pensare agli effetti che le misure restrittive alle emissioni di particolato atmosferico dei mezzi di trasporto possono generare in termini di produzione, lavoro e investimenti sul comparto automobilistico e, a cascata, sugli indotti. Il Green Deal europeo presuppone una sfida di struttura simile a quella della prima rivoluzione industriale. Una sfida di questo livello non dovrebbe essere lasciata al solo mercato, piuttosto meriterebbe una sinergia tra pubblico e privato a livello nazionale per valutare, anche nelle fasi di studio e di fattibilità, gli investimenti necessari per implementare la Green Economy.

L'esempio delle misure anti-inquinamento e sulla ricaduta immediata su cosa e come produrre (un'azienda che produce motori ed elettronica per veicoli potrebbe trovarsi nella condizione di dover riconvertire in breve tempo parte della produzione per assolvere le nuove normative) è un valido esempio di cambiamento strutturale dei settori in ottica green. Per altro, offre anche la possibilità di vedere quale possa essere il ruolo svolto dall'innovazione tecnologica e della ricerca in questo nuovo paradigma.

A partire dal 2018, anche in Italia si è iniziato a parlare di disaccoppiamento tra crescita e inquinamento. Un fenomeno tale per cui il tasso di crescita del degrado ambientale (misurato principalmente dalle emissioni di gas serra), in un determinato periodo, è inferiore al tasso di crescita dell'attività economica (misurato in genere dal Pil). La produzione di beni e servizi, che tra tutte le attività umane è sicuramente la più dannosa per l'ambiente, cresce di più rispetto ai danni ambientali che provoca. Fenomeno curioso, che merita un approfondimento e una lettura in chiave storica e scientifica.

Per valutare la relazione tra ambiente, crescita economica, struttura e lavoro è necessario identificare alcuni indicatori che ne descrivano le evoluzioni nel tempo. L'Italia si è impegnata molto sul piano ambientale: le emissioni nazionali di Co2 sono passate da 270 milioni di tonnellate nel 1990, a 360 nel 2008 e ha raggiunto stabilmente quota 260 milioni dal 2015 a oggi. Senza dubbio la crisi del 2008-2011 ha contribuito a tali riduzioni, però qualcosa è cambiato nel sistema paese.
Per osservare lo stato di salute di un sistema economico gli investimenti sono il miglior indicatore economico: essi rappresentano il grado di fiducia degli agenti economici verso il futuro (sia prossimo che remoto), ma anche verso il presente, del sistema economico e sociale in cui agiscono. Non tutti gli investimenti sono uguali sul piano qualitativo: in modo grossolano, potremmo distinguere in investimenti ad alta intensità tecnologica (prima fra tutti la ricerca e sviluppo – R&S) e in investimenti a bassa intensità tecnologica. Con il termine alta intensità tecnologica intendiamo investimenti volti a sviluppare nuove tecnologie o volti a realizzare beni e servizi che contengono tecnologie innovative e che permettono risparmi (in termini di tempo e risorse) derivanti da utilizzi efficienti ed efficaci. Tornando al tema della fiducia, i primi guardano al futuro di lungo periodo, mentre i secondi rispondono anche a logiche di breve periodo. Da alcuni studi macroeconomici emerge che, almeno nel caso italiano, gli investimenti in quanto tali non impattano negativamente sulle emissioni, ma nemmeno le riducono. Ciò potrebbe essere attribuibile alla struttura economica del paese o alla dinamica di adattamento all'evoluzione economica del paese. Sappiamo anche che la R&S ridurrebbe le immissioni di Co2 in misura superiore all'investimento in quanto tale, cioè a tecniche acquisite. Nel tempo il sistema economico nazionale ha migliorato il rapporto R&S/Investimenti, ma i settori che più di altri registrano valori elevati di Co2 (trasporto, magazzinaggio ed energia), non osservano la stessa dinamica. In queste realtà, infatti, l'intensità tecnologica rimane più o meno stabile, diversamente dai settori della farmaceutica, chimica e gomma che accrescono questo rapporto. Un altro elemento di curiosità è che i soli settori energia, trasporto e magazzinaggio sono responsabili di circa il 75% delle emissioni totali di Co2 per l'Italia, ma occupano solamente il 10% della forza lavoro e producono circa il 10% del valore aggiunto totale nazionale. Ciò suggerirebbe di potenziare gli investimenti in R&S verso due fronti: da un lato nei settori più inquinanti, allineando le emissioni alla media nazionale ed europea, e dall'altro potenziando i settori più virtuosi in termini ambientali e occupazionali. Quale ruolo per lo Stato? Affinché i fondi Gnd non si disperdano, è bene che si programmi un intervento pubblico articolato in diversi livelli e basato su evidenze empiriche. Si investa in base a un criterio settoriale (investire nei settori che necessitano di tecnologia per tornare a crescere e non investendo a pioggia), e uno territoriale (mappando il territorio nazionale per identificare le aree che davvero necessitano di interventi strutturali e infra-strutturali uscendo da logiche storiche di dualismo geografico).

Paolo Maranzano,  ricercatore in Statistica presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, su temi di statistica ambientale, energetica ed economica

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:50 GMT
News n. 24
Rigenerare per non perdere la città

Le città vivono oggi le numerose contraddizioni di un modello di sviluppo, insediativo, ma anche socio-economico, che in contesti di qualsiasi dimensione ci obbliga a una lettura complessa di fenomeni spesso sovra-locali. Il grado di complessità è tale, che non risulta possibile dare una lettura unica, né un'unica soluzione ai problemi del "sistema-città".

Andando oltre gli approcci storicamente settoriali, incentivare un modello di sviluppo urbano rivolto alla sostenibilità, implica la necessità di affrontare più dimensioni, guardando non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli spaziali e funzionali e le relazioni tra le varie componenti urbane. Nelle città assumono sempre più importanza il grado in cui riesce a coniugare sviluppo umano e tutela dell'ambiente, il livello di integrazione di diverse categorie sociali nel tessuto urbano, la velocità con cui circolano dati, informazioni e persone.

L'approccio quindi deve essere integrato e multilivello, perché a determinare lo sviluppo delle città, e contrastarne il possibile declino attraverso un accrescimento di resilienza, concorrono più fattori. Agire nella città già costruita con tale tipo di approccio è un'esigenza sulla quale convergono ormai tutti gli attori delle trasformazioni urbane. La pandemia ha evidenziato con forza la necessità di superare disuguaglianze e divari nelle tante “periferie” che la dispersione urbana ha creato in città e territori: accesso alle risorse, residenze, servizi, dotazioni urbane, infrastrutture fisiche, sociali e digitali. Le trasformazioni dovranno avvenire con sempre maggior decisione attraverso processi di rigenerazione, per dare nuovo senso e significato alle città, ricomporre le tante frammentazioni e promuovere nuove pratiche e sensibilità sociali, economiche e ambientali.

La necessità è riconosciuta anche a livello centrale, tanto che più disegni di legge sul tema sono attualmente in esame, con la possibilità di colmare il vuoto rappresentato dalla mancanza di una norma quadro in materia, che ha prodotto confusione e ambiguità, nelle varie normative che in qualche modo hanno affrontato il problema, sia a livello statale che regionale.La rigenerazione delle città, in un'ottica di sostenibilità, resilienza, inclusività, è uno degli ambiti prioritari su cui investire per garantire la ripresa, migliori condizioni di vita e di salute, occupazione stabile e di qualità. E in questo periodo vi sono ampie opportunità che possono prefigurarsi. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza molte missioni impattano sulle città e i territori, anche se le politiche sono frammentate in un gran numero di progetti differenti, senza una visione complessiva della città e senza una necessaria strategia.

Gli interventi di riqualificazione urbana in senso rigenerativo, devono avere, al contrario, un approccio integrato alla gestione del territorio, con la finalità di migliorare la qualità degli insediamenti e contestualmente il benessere sociale delle comunità. Possono rappresentare un potenziale motore e attivatore di attività innovative per lo sviluppo economico, mettendo a sistema interventi integrati (pubblico-privato), innovazione tecnologica, inclusione sociale, nuove opportunità di occupazione, nuove competenze e nuovi servizi.

Molti sono gli ambiti di intervento da considerare: riqualificazione e recupero degli edifici e delle aree degradate, sia negli aspetti fisici che nelle componenti funzionali, messa in sicurezza e efficienza energetica, utilizzo di tecnologie e materiali innovativi, uso delle fonti rinnovabili. Contestualmente si deve considerare la condizione di accessibilità e fruizione degli ambiti oggetto di intervento, quindi la pianificazione dei trasporti e il miglioramento della mobilità in chiave sostenibile. Dovrà essere garantito il perseguimento di finalità sociali (welfare urbano e edilizia residenziale pubblica e sociale) nonché ambientali, anche in risposta agli effetti del cambiamento climatico, legati al benessere e alla salute (infrastrutture verdi e blu, rinaturalizzazioni, qualificazione degli spazi aperti).

Un sistema integrato di interventi e servizi urbani può rendere l'infrastruttura sociale territoriale capace di rispondere e prevenire le necessità dei nuclei familiari in condizione di bisogno (sanitario, educativo, assistenziale, abitativo), favorendo l'inclusione locale e lo sviluppo di attività innovative, anche al fine di favorire l'invecchiamento attivo.

Le città necessitano inoltre di una riprogettazione in chiave tecnologica e di produzione intelligente, con l'uso di nuove tecnologie e soluzioni innovative, migliorando, attraverso la gestione di dati, l'efficienza in vari settori (trasporti pubblici e mobilità, gestione e distribuzione dell'energia, gestione e monitoraggio ambientale, gestione dei rifiuti, manutenzione e ottimizzazione degli edifici pubblici, sistemi di comunicazione e informazione….), diffondendo la cultura digitale, in ottica di smart city.

Ragionare su interventi che non riguardano il singolo edificio ma la scala di quartiere, implica quindi mettere in campo nuove strategie che indichino chiaramente priorità, tempi, modi e strumenti attuativi, al fine di supportare i processi di rigenerazione urbana, affrontando i fenomeni che incidono sulla fruizione della città: il cambiamento delle funzioni tradizionali, le modificazioni demografiche, economiche e sociali della popolazione, una progressiva fluidificazione delle relazioni, la transizione digitale e quella ambientale. Questi rappresentano le principali sfide da affrontare per le città del futuro.

Laura Mariani è responsabile Politiche abitative e per lo sviluppo urbano Cgil

 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:35 GMT
News n. 25
Ricerca, tecnologie e formazione per l'agricoltura, gli agricoltori, i consumatori

Come ce la immaginiamo la transizione ecologica del sistema alimentare europeo? Come pensiamo di raggiungerli gli ambiziosi obiettivi della strategia Farm To Fork? Nel giro di poco meno di 10 anni l'Unione Europea si prefigge di dimezzare sprechi alimentari, uso e nocività dei pesticidi, antibiotici; ridurre del 20% l'uso dei fertilizzanti; arrivare al 25% di superficie agricola destinata alle produzioni biologiche. Inoltre si prevede un'azione decisa a favore di imballaggi sostenibili e riciclabili per gli alimenti. Bene. Se domani tutti gli agricoltori e i trasformatori europei, di piccola, media, grande o grandissima scala, si svegliassero con la ferma convinzione che l'ambiente e la salute debbano avere la precedenza su qualunque istanza di carattere economico, potrebbero davvero iniziare a fare il proprio lavoro in un modo radicalmente diverso? No. Per questo si parla di transizione.

È importante capire due cose importanti. La prima è che la transizione ecologica generale non può avvenire se non si mette il sistema alimentare al centro dell'attenzione. Non solo perché la produzione agroalimentare impatta su tanti altri settori (fitofarmaci, confezionamento, salute, trasporti...), ma soprattutto per la banale ragione che tutti i cittadini europei mangiano. Sarebbe quantomeno incongruente portare la sostenibilità in tutti gli ambiti della produzione e dei servizi senza assicurarsi prima di tutto una svolta ecologica in ambito agroalimentare. Avremmo cittadini che usano mezzi di trasporto puliti, vivono in case passive e si vestono in modo eco-friendly, ma tre volte al giorno si cibano grazie ad una filiera responsabile di un terzo delle emissioni di CO2.

La seconda è che la svolta ecologica non è un'inversione di marcia. Non è indietro che dobbiamo tornare. Il sistema alimentare sostenibile che l'Unione Europea sta disegnando e che milioni di cittadini stanno chiedendo da più di cinquant'anni ha bisogno di ricerca, di tecnologia e di formazione.

L'agroecologia, che la Fao, nel 2018 ha indicato come il futuro dei sistemi alimentari globali, è una scienza sofisticata che non perde mai di vista il complesso quadro interdisciplinare in cui si deve muovere con grande rigore. È la scienza delle relazioni biologiche, chimiche, fisiche e di causa-effetto, oltre a quelle sociali, antropologiche, culturali. Servono studiosi, laboratori, campi sperimentali. Servono agricoltori, comunità, normative. Servono università, scuole di agraria, docenti e studenti.

Se qualcuno pensa ancora che si possa svoltare ecologicamente in ambito alimentare senza studiare chimica, biologia, zoologia, fisica dei materiali, ingegneria idraulica e via settorializzando con l'obiettivo di ricollegare poi tra loro i saperi, forse è ora che inizi a studiare l'abc dell'ecologia.

Strettamente legato al mondo della ricerca c'è quello della tecnologia, che produce strumenti per metterli al servizio di un modo sostenibile di produrre, trasformare, distribuire ed acquistare cibo. Cioè di aziende agroalimentari di qualunque scala, e – soprattutto – dovunque siano. Questo ultimo elemento non è un dettaglio. Le aziende situate in aree interne devono essere messe in condizione di utilizzare le tecnologie necessarie ad una svolta verso la sostenibilità. E se queste tecnologie presuppongono la presenza della banda larga, ad esempio, bisogna che si cominci a ragionare su un'idea di “utenze” che insieme ad acqua, luce, gas e fognature preveda anche una connessione di qualità. Altrimenti continueremo a raccontarci la storia delle aree “marginali” e degli “abbandoni” dei paesi, come se si trattasse di un destino ineluttabile e non delle conseguenze di scelte precise dettate da un'idea miope di progresso che troppo spesso e troppo strettamente si è intrecciata con un'idea avida di profitto. Dalle previsioni del tempo al monitoraggio dei parassiti, dal controllo in remoto delle colture al benessere animale, dall'analisi dei suoli alla razionalizzazione dei consumi idrici fino all'ingaggio trasparente dei lavoratori, c'è urgente bisogno di tecnologie all'avanguardia.

Ora: gli operatori del settore e i consumatori, beneficiari della ricerca e potenziali utilizzatori delle tecnologie, sono pronti? Hanno le idee chiare sulla sostenibilità, sulle relazioni tra il cibo ambiente, salute pubblica, la tutela dei diritti, economia complessiva di una comunità? La risposta è no: c'è da ridisegnare un programma di formazione che da un lato investa tutte le scuole e dall'altro offra a chi già opera nel settore le competenze necessarie per utilizzare quanto la ricerca mette a loro disposizione. In questo i sindacati possono avere un ruolo cruciale, ponendosi come protagonisti di un cambiamento che passa anche per la formazione, e che finalmente smonti l'idea obsoleta e inconsistente che si possa creare occupazione e quindi economia solo devastando l'ambiente e – con esso – le società.

Cinzia Scaffidi, docente Università Scienze gastronomiche Pollenzo di sostenibilità ambientale/agroalimentare 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:05 GMT

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