Coronavirus in Italia e nel mondo

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Ambiente e Salute nel lavoro (CGIL)

#salute #lavoro #ambiente #CGIL

News n. 1
Il pieno d'idrogeno
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:15:58 GMT
News n. 2
Muoversi in pulizia
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:15:26 GMT
News n. 3
Movimento pulito
Data articolo: Fri, 08 Jan 2021 08:14:54 GMT
News n. 4
Verde è bello
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:19:29 GMT
News n. 5
La città sensoriale
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:18:49 GMT
News n. 6
Città in verde
Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 06:16:47 GMT
News n. 7
Conto alla rovescia
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:21:07 GMT
News n. 8
Fossile addio
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:20:36 GMT
News n. 9
Corrente pulita
Data articolo: Mon, 04 Jan 2021 06:20:10 GMT
News n. 10
Ci salverà il bio
Data articolo: Tue, 29 Dec 2020 07:06:55 GMT
News n. 11
I brand sostenibili
Data articolo: Tue, 29 Dec 2020 07:05:49 GMT
News n. 12
Innovazione e opportunità

Con il termine Green Economy s'intende un modello di sviluppo economico che prende in considerazione l'attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita, sia l'impatto ambientale provocato dall'attività produttiva. Sia gli investimenti pubblici che quelli privati dovrebbero mirare a ridurre le emissioni di carbonio e l'inquinamento, ad aumentare l'efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l'ecosistema.

La Green Economy, inevitabilmente, modificherà la struttura economica, sia dal lato della domanda e che dell'offerta, e comporterà anche una riorganizzazione del ruolo e delle dinamiche tra beni capitali, beni intermedi e di consumo. Tutti i settori dell'economia ne saranno toccati: nessuno è indipendente da quanto accade nei settori a esso collegati. Basti pensare agli effetti che le misure restrittive alle emissioni di particolato atmosferico dei mezzi di trasporto possono generare in termini di produzione, lavoro e investimenti sul comparto automobilistico e, a cascata, sugli indotti. Il Green Deal europeo presuppone una sfida di struttura simile a quella della prima rivoluzione industriale. Una sfida di questo livello non dovrebbe essere lasciata al solo mercato, piuttosto meriterebbe una sinergia tra pubblico e privato a livello nazionale per valutare, anche nelle fasi di studio e di fattibilità, gli investimenti necessari per implementare la Green Economy.

L'esempio delle misure anti-inquinamento e sulla ricaduta immediata su cosa e come produrre (un'azienda che produce motori ed elettronica per veicoli potrebbe trovarsi nella condizione di dover riconvertire in breve tempo parte della produzione per assolvere le nuove normative) è un valido esempio di cambiamento strutturale dei settori in ottica green. Per altro, offre anche la possibilità di vedere quale possa essere il ruolo svolto dall'innovazione tecnologica e della ricerca in questo nuovo paradigma.

A partire dal 2018, anche in Italia si è iniziato a parlare di disaccoppiamento tra crescita e inquinamento. Un fenomeno tale per cui il tasso di crescita del degrado ambientale (misurato principalmente dalle emissioni di gas serra), in un determinato periodo, è inferiore al tasso di crescita dell'attività economica (misurato in genere dal Pil). La produzione di beni e servizi, che tra tutte le attività umane è sicuramente la più dannosa per l'ambiente, cresce di più rispetto ai danni ambientali che provoca. Fenomeno curioso, che merita un approfondimento e una lettura in chiave storica e scientifica.

Per valutare la relazione tra ambiente, crescita economica, struttura e lavoro è necessario identificare alcuni indicatori che ne descrivano le evoluzioni nel tempo. L'Italia si è impegnata molto sul piano ambientale: le emissioni nazionali di Co2 sono passate da 270 milioni di tonnellate nel 1990, a 360 nel 2008 e ha raggiunto stabilmente quota 260 milioni dal 2015 a oggi. Senza dubbio la crisi del 2008-2011 ha contribuito a tali riduzioni, però qualcosa è cambiato nel sistema paese.
Per osservare lo stato di salute di un sistema economico gli investimenti sono il miglior indicatore economico: essi rappresentano il grado di fiducia degli agenti economici verso il futuro (sia prossimo che remoto), ma anche verso il presente, del sistema economico e sociale in cui agiscono. Non tutti gli investimenti sono uguali sul piano qualitativo: in modo grossolano, potremmo distinguere in investimenti ad alta intensità tecnologica (prima fra tutti la ricerca e sviluppo – R&S) e in investimenti a bassa intensità tecnologica. Con il termine alta intensità tecnologica intendiamo investimenti volti a sviluppare nuove tecnologie o volti a realizzare beni e servizi che contengono tecnologie innovative e che permettono risparmi (in termini di tempo e risorse) derivanti da utilizzi efficienti ed efficaci. Tornando al tema della fiducia, i primi guardano al futuro di lungo periodo, mentre i secondi rispondono anche a logiche di breve periodo. Da alcuni studi macroeconomici emerge che, almeno nel caso italiano, gli investimenti in quanto tali non impattano negativamente sulle emissioni, ma nemmeno le riducono. Ciò potrebbe essere attribuibile alla struttura economica del paese o alla dinamica di adattamento all'evoluzione economica del paese. Sappiamo anche che la R&S ridurrebbe le immissioni di Co2 in misura superiore all'investimento in quanto tale, cioè a tecniche acquisite. Nel tempo il sistema economico nazionale ha migliorato il rapporto R&S/Investimenti, ma i settori che più di altri registrano valori elevati di Co2 (trasporto, magazzinaggio ed energia), non osservano la stessa dinamica. In queste realtà, infatti, l'intensità tecnologica rimane più o meno stabile, diversamente dai settori della farmaceutica, chimica e gomma che accrescono questo rapporto. Un altro elemento di curiosità è che i soli settori energia, trasporto e magazzinaggio sono responsabili di circa il 75% delle emissioni totali di Co2 per l'Italia, ma occupano solamente il 10% della forza lavoro e producono circa il 10% del valore aggiunto totale nazionale. Ciò suggerirebbe di potenziare gli investimenti in R&S verso due fronti: da un lato nei settori più inquinanti, allineando le emissioni alla media nazionale ed europea, e dall'altro potenziando i settori più virtuosi in termini ambientali e occupazionali. Quale ruolo per lo Stato? Affinché i fondi Gnd non si disperdano, è bene che si programmi un intervento pubblico articolato in diversi livelli e basato su evidenze empiriche. Si investa in base a un criterio settoriale (investire nei settori che necessitano di tecnologia per tornare a crescere e non investendo a pioggia), e uno territoriale (mappando il territorio nazionale per identificare le aree che davvero necessitano di interventi strutturali e infra-strutturali uscendo da logiche storiche di dualismo geografico).

Paolo Maranzano,  ricercatore in Statistica presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, su temi di statistica ambientale, energetica ed economica

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:50 GMT
News n. 13
Rigenerare per non perdere la città

Le città vivono oggi le numerose contraddizioni di un modello di sviluppo, insediativo, ma anche socio-economico, che in contesti di qualsiasi dimensione ci obbliga a una lettura complessa di fenomeni spesso sovra-locali. Il grado di complessità è tale, che non risulta possibile dare una lettura unica, né un'unica soluzione ai problemi del "sistema-città".

Andando oltre gli approcci storicamente settoriali, incentivare un modello di sviluppo urbano rivolto alla sostenibilità, implica la necessità di affrontare più dimensioni, guardando non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli spaziali e funzionali e le relazioni tra le varie componenti urbane. Nelle città assumono sempre più importanza il grado in cui riesce a coniugare sviluppo umano e tutela dell'ambiente, il livello di integrazione di diverse categorie sociali nel tessuto urbano, la velocità con cui circolano dati, informazioni e persone.

L'approccio quindi deve essere integrato e multilivello, perché a determinare lo sviluppo delle città, e contrastarne il possibile declino attraverso un accrescimento di resilienza, concorrono più fattori. Agire nella città già costruita con tale tipo di approccio è un'esigenza sulla quale convergono ormai tutti gli attori delle trasformazioni urbane. La pandemia ha evidenziato con forza la necessità di superare disuguaglianze e divari nelle tante “periferie” che la dispersione urbana ha creato in città e territori: accesso alle risorse, residenze, servizi, dotazioni urbane, infrastrutture fisiche, sociali e digitali. Le trasformazioni dovranno avvenire con sempre maggior decisione attraverso processi di rigenerazione, per dare nuovo senso e significato alle città, ricomporre le tante frammentazioni e promuovere nuove pratiche e sensibilità sociali, economiche e ambientali.

La necessità è riconosciuta anche a livello centrale, tanto che più disegni di legge sul tema sono attualmente in esame, con la possibilità di colmare il vuoto rappresentato dalla mancanza di una norma quadro in materia, che ha prodotto confusione e ambiguità, nelle varie normative che in qualche modo hanno affrontato il problema, sia a livello statale che regionale.La rigenerazione delle città, in un'ottica di sostenibilità, resilienza, inclusività, è uno degli ambiti prioritari su cui investire per garantire la ripresa, migliori condizioni di vita e di salute, occupazione stabile e di qualità. E in questo periodo vi sono ampie opportunità che possono prefigurarsi. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza molte missioni impattano sulle città e i territori, anche se le politiche sono frammentate in un gran numero di progetti differenti, senza una visione complessiva della città e senza una necessaria strategia.

Gli interventi di riqualificazione urbana in senso rigenerativo, devono avere, al contrario, un approccio integrato alla gestione del territorio, con la finalità di migliorare la qualità degli insediamenti e contestualmente il benessere sociale delle comunità. Possono rappresentare un potenziale motore e attivatore di attività innovative per lo sviluppo economico, mettendo a sistema interventi integrati (pubblico-privato), innovazione tecnologica, inclusione sociale, nuove opportunità di occupazione, nuove competenze e nuovi servizi.

Molti sono gli ambiti di intervento da considerare: riqualificazione e recupero degli edifici e delle aree degradate, sia negli aspetti fisici che nelle componenti funzionali, messa in sicurezza e efficienza energetica, utilizzo di tecnologie e materiali innovativi, uso delle fonti rinnovabili. Contestualmente si deve considerare la condizione di accessibilità e fruizione degli ambiti oggetto di intervento, quindi la pianificazione dei trasporti e il miglioramento della mobilità in chiave sostenibile. Dovrà essere garantito il perseguimento di finalità sociali (welfare urbano e edilizia residenziale pubblica e sociale) nonché ambientali, anche in risposta agli effetti del cambiamento climatico, legati al benessere e alla salute (infrastrutture verdi e blu, rinaturalizzazioni, qualificazione degli spazi aperti).

Un sistema integrato di interventi e servizi urbani può rendere l'infrastruttura sociale territoriale capace di rispondere e prevenire le necessità dei nuclei familiari in condizione di bisogno (sanitario, educativo, assistenziale, abitativo), favorendo l'inclusione locale e lo sviluppo di attività innovative, anche al fine di favorire l'invecchiamento attivo.

Le città necessitano inoltre di una riprogettazione in chiave tecnologica e di produzione intelligente, con l'uso di nuove tecnologie e soluzioni innovative, migliorando, attraverso la gestione di dati, l'efficienza in vari settori (trasporti pubblici e mobilità, gestione e distribuzione dell'energia, gestione e monitoraggio ambientale, gestione dei rifiuti, manutenzione e ottimizzazione degli edifici pubblici, sistemi di comunicazione e informazione….), diffondendo la cultura digitale, in ottica di smart city.

Ragionare su interventi che non riguardano il singolo edificio ma la scala di quartiere, implica quindi mettere in campo nuove strategie che indichino chiaramente priorità, tempi, modi e strumenti attuativi, al fine di supportare i processi di rigenerazione urbana, affrontando i fenomeni che incidono sulla fruizione della città: il cambiamento delle funzioni tradizionali, le modificazioni demografiche, economiche e sociali della popolazione, una progressiva fluidificazione delle relazioni, la transizione digitale e quella ambientale. Questi rappresentano le principali sfide da affrontare per le città del futuro.

Laura Mariani è responsabile Politiche abitative e per lo sviluppo urbano Cgil

 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:35 GMT
News n. 14
Ricerca, tecnologie e formazione per l'agricoltura, gli agricoltori, i consumatori

Come ce la immaginiamo la transizione ecologica del sistema alimentare europeo? Come pensiamo di raggiungerli gli ambiziosi obiettivi della strategia Farm To Fork? Nel giro di poco meno di 10 anni l'Unione Europea si prefigge di dimezzare sprechi alimentari, uso e nocività dei pesticidi, antibiotici; ridurre del 20% l'uso dei fertilizzanti; arrivare al 25% di superficie agricola destinata alle produzioni biologiche. Inoltre si prevede un'azione decisa a favore di imballaggi sostenibili e riciclabili per gli alimenti. Bene. Se domani tutti gli agricoltori e i trasformatori europei, di piccola, media, grande o grandissima scala, si svegliassero con la ferma convinzione che l'ambiente e la salute debbano avere la precedenza su qualunque istanza di carattere economico, potrebbero davvero iniziare a fare il proprio lavoro in un modo radicalmente diverso? No. Per questo si parla di transizione.

È importante capire due cose importanti. La prima è che la transizione ecologica generale non può avvenire se non si mette il sistema alimentare al centro dell'attenzione. Non solo perché la produzione agroalimentare impatta su tanti altri settori (fitofarmaci, confezionamento, salute, trasporti...), ma soprattutto per la banale ragione che tutti i cittadini europei mangiano. Sarebbe quantomeno incongruente portare la sostenibilità in tutti gli ambiti della produzione e dei servizi senza assicurarsi prima di tutto una svolta ecologica in ambito agroalimentare. Avremmo cittadini che usano mezzi di trasporto puliti, vivono in case passive e si vestono in modo eco-friendly, ma tre volte al giorno si cibano grazie ad una filiera responsabile di un terzo delle emissioni di CO2.

La seconda è che la svolta ecologica non è un'inversione di marcia. Non è indietro che dobbiamo tornare. Il sistema alimentare sostenibile che l'Unione Europea sta disegnando e che milioni di cittadini stanno chiedendo da più di cinquant'anni ha bisogno di ricerca, di tecnologia e di formazione.

L'agroecologia, che la Fao, nel 2018 ha indicato come il futuro dei sistemi alimentari globali, è una scienza sofisticata che non perde mai di vista il complesso quadro interdisciplinare in cui si deve muovere con grande rigore. È la scienza delle relazioni biologiche, chimiche, fisiche e di causa-effetto, oltre a quelle sociali, antropologiche, culturali. Servono studiosi, laboratori, campi sperimentali. Servono agricoltori, comunità, normative. Servono università, scuole di agraria, docenti e studenti.

Se qualcuno pensa ancora che si possa svoltare ecologicamente in ambito alimentare senza studiare chimica, biologia, zoologia, fisica dei materiali, ingegneria idraulica e via settorializzando con l'obiettivo di ricollegare poi tra loro i saperi, forse è ora che inizi a studiare l'abc dell'ecologia.

Strettamente legato al mondo della ricerca c'è quello della tecnologia, che produce strumenti per metterli al servizio di un modo sostenibile di produrre, trasformare, distribuire ed acquistare cibo. Cioè di aziende agroalimentari di qualunque scala, e – soprattutto – dovunque siano. Questo ultimo elemento non è un dettaglio. Le aziende situate in aree interne devono essere messe in condizione di utilizzare le tecnologie necessarie ad una svolta verso la sostenibilità. E se queste tecnologie presuppongono la presenza della banda larga, ad esempio, bisogna che si cominci a ragionare su un'idea di “utenze” che insieme ad acqua, luce, gas e fognature preveda anche una connessione di qualità. Altrimenti continueremo a raccontarci la storia delle aree “marginali” e degli “abbandoni” dei paesi, come se si trattasse di un destino ineluttabile e non delle conseguenze di scelte precise dettate da un'idea miope di progresso che troppo spesso e troppo strettamente si è intrecciata con un'idea avida di profitto. Dalle previsioni del tempo al monitoraggio dei parassiti, dal controllo in remoto delle colture al benessere animale, dall'analisi dei suoli alla razionalizzazione dei consumi idrici fino all'ingaggio trasparente dei lavoratori, c'è urgente bisogno di tecnologie all'avanguardia.

Ora: gli operatori del settore e i consumatori, beneficiari della ricerca e potenziali utilizzatori delle tecnologie, sono pronti? Hanno le idee chiare sulla sostenibilità, sulle relazioni tra il cibo ambiente, salute pubblica, la tutela dei diritti, economia complessiva di una comunità? La risposta è no: c'è da ridisegnare un programma di formazione che da un lato investa tutte le scuole e dall'altro offra a chi già opera nel settore le competenze necessarie per utilizzare quanto la ricerca mette a loro disposizione. In questo i sindacati possono avere un ruolo cruciale, ponendosi come protagonisti di un cambiamento che passa anche per la formazione, e che finalmente smonti l'idea obsoleta e inconsistente che si possa creare occupazione e quindi economia solo devastando l'ambiente e – con esso – le società.

Cinzia Scaffidi, docente Università Scienze gastronomiche Pollenzo di sostenibilità ambientale/agroalimentare 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:54:05 GMT
News n. 15
L'innovazione per l'ambiente, il cibo e il lavoro sicuri e sostenibili

La storia dell'evoluzione tecnologica e dei processi produttivi è da sempre legatissimo all'agricoltura e, più in generale, alla produzione alimentare. Quasi tutte le innovazioni “industriali”, fino ad ora in larghissima parte definite da evoluzioni nel campo della metalmeccanica e della chimica, hanno avuto importanti innovazioni nel settore primario e nello stesso hanno effettuato numerose sperimentazioni fondamentali poi, per altri processi produttivi.

D'altronde anche nel nostro paese i distretti attualmente maggiormente industrializzati incidono in territori con una fortissima storia agricola e agroalimentare, testimoniando il fortissimo legame tra il lavoro nei campi, la necessità di trasformazione dei prodotti della terra e la capacità di innovazione che nasce da questo settore.

Dall'istituzione della Politica Agricola Comunitaria, nel 1958, questo legame ha trovato una maggiore dinamicità nella sua capacità di produrre innovazione e con le politiche di investimento previste dall'Unione Europea per i prossimi anni, in concorso con le nuove tecnologie di digitalizzazione, siamo certi che il mondo agricolo aggiornerà in modo importante i propri processi produttivi e darà forte sostegno alla diffusione di molte potenzialità del 4.0.

La scelta di correlare il prossimo settennato della Pac con gli investimenti strategici previsti dal “Green New Deal” e al “Farm to fork” di cui tanto si parla per l'approccio innovativo sui temi della sostenibilità, del green e del cibo, definiranno una piccola rivoluzione nell'ambito delle produzioni agricole e dell'agroalimentare in generale; come Flai, stiamo già sperimentando in tutti i nostri settori i primi cambiamenti e forti delle numerose esperienze con cui già ci siamo interfacciati, siamo certi si possa intervenire sui processi che coinvolgeranno i nostri comparti migliorando la qualità del lavoro funzionalmente al raggiungimento di obbiettivi etici ed ambientali.

L'utilizzo delle potenzialità date dalla digitalizzazione e dalle nuove tecniche e tecnologie offrono alcune sfaccettature estremamente interessanti anche per il nostro approccio sindacale, obbligandoci a ragionare su nuovi modelli produttivi stiamo verificando come sia per noi possibile intervenire sia sulle catene del valore dei prodotti agroalimentari, da sempre caratterizzate da un meccanismo di filiera particolarmente complesso, che sui temi ambientali e di lavoro ad essi correlati.

È interessantissimo pensare ad esempio a quale portata possa avere la digitalizzazione delle informazioni nel campo della lotta al dissesto idrogeologico, alla gestione delle acque e alla messa in sicurezza del territorio connettendo la possibilità di un maggior controllo del territorio alla possibilità di utilizzare minor risorsa idrica per irrigare i campi. La possibilità dunque di mettere in sicurezza un luogo e contemporaneamente risparmiare acqua. Questo, ad esempio, già succede nei Consorzi di bonifica, molti dei quali con un sapiente utilizzo dei sistemi imbriferi riescono a coniugare il proprio ruolo integrato di protezione e irrigazione anche alla produzione di energia pulita con turbine idroelettriche di ultima generazione facilmente installabili. Un lavoro quello delle bonifiche paradigmatico e da analizzare sull'aspetto dell'evoluzione tecnologica. Si è partiti dagli “scarriolanti” che arginavano i corsi d'acqua con uno dei lavori più umili di fine ‘800 e dopo aver sfruttato a pieno le possibilità della meccanizzazione dei processi, oggi col digitale, l'analisi dei dati e l gestione delle informazioni anticipa gli interventi grazie a questi procedimenti. Avere la possibilità di controllo e gestione del territorio totalmente digitalizzati sarà una delle prime grandi rivoluzioni con cui ci confronteremo, d'altronde esistono anche in questo caso le prime sperimentazioni puntuali di agricoltura 4.0 che altro non sono che lo sviluppo di questi meccanismi di controllo e gestione. Esiste cioè la possibilità di mappare una data area agricola sapendo con esatta certezza quale sia la necessità nutritiva del terreno. Attualmente è in larga parte utilizzata per la gestione della risorsa irrigua che permette il superamento dell'antiquato meccanismo di irrigazione a pioggia estremamente antieconomico e, in un periodo storico in cui l'acqua sta assumendo una valenza strategica così rilevante, davvero molto poco sostenibile.

Vediamo quindi come l'impatto sull'ambiente, nel segno della sostenibilità, sia per noi estremamente interessante tanto da esser riusciti in alcune aziende le cui produzioni sono direttamente dipendenti dall'acqua a contrattare sia il processo di economia della stessa sia quote di premio annuale legate a questi risparmi.

Il filo rosso su cui come categoria vorremmo muoverci è quello che tiene assieme le principali contraddizioni dell'attuale sistema economico: l'ambiente e la salubrità delle comunità con le condizioni di lavoro.

E anche in questo caso un esempio lampante di come possa evolvere l'impianto produttivo ci viene offerto da una delle filiere che maggiormente ha fatto parlare di sé in senso negativo. L'oro rosso italiano, il pomodoro. La produzione del pomodoro si è sempre caratterizzata per la sua bassa sostenibilità, sia ambientale che lavorativa. Si parla di una coltivazione ad alto consumo di sostanze nutritive, che impoverisce in modo considerevole il terreno che la ospita, spesso affiancata alla cronaca sindacale come archetipo di un modello che sfrutta le lavoratrici e i lavoratori sia in fase di raccolta del prodotto che durante la trasformazione. Invece sappiamo che in un territorio particolarmente noto per i suoi “ghetti” di lavoratori stranieri come Foggia, famoso per numerose battaglie sindacali, uno degli stabilimenti per la lavorazione del pomodoro più grandi e innovativi d'Europa. Lo stabilimento modernissimo nei suoi processi di lavorazione del pomodoro non è però per noi importante per una specifica pratica bensì per la capacità, grazie alla digitalizzazione, di intervenire su tutta la filiera produttiva.

Tramite un accordo con un gruppo di imprese produttrici di pomodoro, a cui è stato riconosciuto un prezzo a tonnellata leggermente superiore a quello di mercato, si è potuta garantire sia l'abbattimento dell'utilizzo della chimica durante la coltivazione sia un controllo, tramite un percorso di blockchain (dunque un'analisi certificata) e a catena delle varie attività che costituiscono un percorso produttivo), del rispetto dei lavoratori sulle varie fasi di produzione, raccolta e trasformazione. Di fatto si è utilizzata la tecnologia e le potenzialità del digitale per certificare una mappatura globale, garantendo un importante miglioramento del prodotto sia dal punto di vista qualitativo sia per il rispetto della legalità e dei contratti di lavoro.

Le ultime novità tecniche e tecnologiche rivoluzioneranno, seppur lentamente, tutti gli ambiti produttivi e quello agroalimentare, figlio di una cultura ancora troppo spesso legata all'idea di sfruttamento del lavoro per aumentare i profitti, sarà uno di quelli maggiormente coinvolti in questo processo, la nostra idea è di approcciarci al tema non slegando l'importanza del valore del cibo dall'ambiente e dal lavoro che servono per produrlo, garantendo sicurezza e sostenibilità a tutta la filiera.

Andrea Coinu, dipartimento agricoltura, ambiente e territorio Flai Cgil

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:53:50 GMT
News n. 16
Aree di crisi industriale complessa: un'idea di sviluppo sostenibile

Con l'articolo 27 del Decreto Legge 83/12, convertito nella Legge 134/12, e il Dm attuativo del 31/01/2013 la normativa sugli interventi di reindustrializzazione di aree o distretti in grave crisi economica è totalmente riorganizzata. Vengono istituite le aree di crisi industriali complesse e definita una procedura che vorrebbe garantire efficacia e tempestività dei programmi di riconversione e riqualificazione industriale.

Le aree Cic vengono così tipizzate: “Sono situazioni di crisi industriale complessa, quelle che, a seguito di istanza di riconoscimento della regione interessata, riguardano specifici territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale derivante da una crisi di una o più imprese di grande o media dimensione con effetti sull'indotto; una grave crisi di uno specifico settore industriale con elevata specializzazione nel territorio”.

I programmi di riconversione e riqualificazione devono, in buona sostanza, agevolare gli investimenti, la riconversione industriale e la riqualificazione economico produttiva dei territori interessati, individuando sia gli ambiti di intervento che gli strumenti attivabili per la loro realizzazione, a cominciare dall'utilizzo prioritario delle agevolazioni previste dalla Legge 181/89.

Ad otto anni dall'avvio di questa riorganizzazione, le Aree Cic localizzate in quattordici regioni sono: Val Vibrata (Abruzzo) insieme a Valle del Tronto- Piceno (Marche); Acerra-Marcianise-Airola, Torre Annunziata-Castellammare e Battipaglia-Solofra (Campania); Trieste (FVG); Frosinone e Rieti (Lazio); Savona (Liguria); Campochiaro, Bojano, Venafro (Molise); Torino (Piemonte); Taranto (Puglia); Porto Torres e Portovesme (Sardegna); Gela e Termini Imerese (Sicilia); Livorno e Piombino (Toscana); Terni- Narni (Umbria); Venezia (Veneto).

La maggior parte di esse sono anche altamente contaminate dal punto di visto ambientale, molte si trovano complessivamente o in parte all'interno di siti di interesse nazionale (Sin) o regionale (Sir).

I siti di interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono spesso caratterizzati dalla presenza di discariche, impianti chimici e siderurgici, amianto, centrali elettriche, aree portuali, petrolchimici e raffinerie. Gli impatti sulla salute delle persone che vivono e lavorano nelle aree dei Sin sono riscontrabili nel V rapporto Sentieri (studio epidemiologico nazionale territori esposti a rischio di inquinamento) del marzo 2019, che ha analizzato 45 siti nel periodo 2006-2013, riscontrando eccessi di mortalità, patologie oncologiche, ospedalizzazione adulti, ricoveri ospedalieri nel primo anno di vita dei bambini e in età pediatrica, e in alcuni siti anche gli eccessi di malformazioni congenite.

Le criticità che emergono dalla gestione di questi anni sono molteplici e meriterebbero una seria riflessione.

Dal punto di vista di una organizzazione sociale, il primo aspetto che si intende sollevare è l'assenza di qualsivoglia azione di partenariato tra i soggetti istituzionali ed economici, da un lato, e quelli sociali dall'altro, lungo tutto il processo di elaborazione e realizzazione dei Prri. E' un'assenza rivelatrice un'idea dello sviluppo in cui alle forze economiche stricto sensu spetta un ruolo esclusivo nella determinazione delle scelte da compiere. Che pone in conflitto, invece di ricomporre, gli interessi della produzione con quelli dell'ambiente; le esigenze dell'investimento con il modello di governance.

Anche le bonifiche hanno un andamento estremamente lento, quando non sono ferme, benché siano trascorsi venti anni dalle prime perimetrazioni dei Sin. Le principali criticità riguardano la difficoltà di ricondurre la responsabilità della contaminazione, problemi di tipo normativo, burocrazia e inefficienze amministrative, tempi lunghi di approvazione delle procedure di bonifica, problemi legati alla qualità della progettazione, difficoltà di individuare soluzioni tecniche per problematiche complesse, che si rivelino sostenibili dal punto di vista ambientale e fattibili dal punto di vista economico e sociale. In caso di inerzia dei presunti responsabili dell'inquinamento, la norma prevede l'intervento sostitutivo del pubblico, con diritto di rivalsa, ma per realizzare gli interventi serve un'adeguata dotazione finanziaria pubblica, al momento assente. Non esiste, infine, un settore industriale delle bonifiche perché non sono stati fatti investimenti in ricerca e innovazione tecnologica per cui spesso gli interventi di bonifica si riducono alla rimozione di terre e alla costruzione di pozzi, barriere idrauliche e muri di contenimento.

Sarebbe fuorviante affrontare questo livello di complessità del problema proponendo illusorie scorciatoie “commissariali” sul piano della gestione (come da più parti e da tempo si propone). Paradossalmente, ritardi, farraginosità, inefficienze sono il frutto avvelenato di un modello concepito e gestito in modo burocratico-centralistico, impermeabile alle variazioni economiche e alle esigenze sociali, incapace di connettere dimensione territoriale e settoriale in assenza di una “dimensione politica” che le tenga insieme.

Sembra evidente, per lo stato in cui versano le aree Cic, che sino a oggi le politiche dei diversi governi non fossero dirette a uno sviluppo sostenibile e a una idea compiuta di riconversione, riqualificazione o rigenerazione di insediamenti industriali, città, porti, terreni ricompresi in queste vaste porzioni di Paese.

Ci si è limitati a “guardare” e, in alcuni casi, a intervenire sullo stato delle imprese presenti in quelle realtà, senza un dialogo serio con le realtà territoriali, senza un'analisi seria sulla vocazione di quei territori e di quegli insediamenti.

Da qui la scelta della Cgil, assieme alla Fondazione Di Vittorio, di avviare una indagine, attraverso la somministrazione di un questionario alle proprie strutture territoriali e di categoria interessate dalle Aree di Cic.

Il presupposto è quello di approfondire ulteriormente le condizioni delle crisi (occupazione, ammortizzatori sociali, stato dell'attività delle imprese), ma anche quello di comprendere le condizioni ambientali, la percezione della popolazione locale e dei lavoratori, la vocazione di quei territori. L'esigenza è quella di comprendere, con un orecchio ai bisogni dei lavoratori, delle popolazioni e delle istituzioni locali coinvolti, quali siano le vie di uno sviluppo compatibile e sostenibile.

Le condizioni delle 16 aree sono diverse, per tale ragione è possibile che in alcune realtà si possa intraprendere una riconversione industriale green, mentre in altre sarebbe indispensabile riconvertire a culture agricole, piuttosto che a pascolo, o al turismo piuttosto che a parco naturale.

Questione qualificante è certamente lo stato delle infrastrutture materiali immateriali (logistica e connessione Fibra/5g), la presenza di hub tecnologici e poli universitari e di ricerca. In tal senso, va sottolineato che le Cic sono generalmente già dotate di infrastrutture, cosa che rappresenta un vantaggio in termini di oneri di urbanizzazione e un'opportunità per il reinsediamento produttivo.

Bonificare e rendere disponibili questi siti per nuovi insediamenti produttivi, in particolare per le aree dei gradi poli industriali del meridione, al centro del Mediterraneo, è un'occasione straordinaria di sviluppo per il Paese.

Infine è determinante la questione delle risorse. Perché le scelte diventano inefficaci se non si stanziano le risorse necessarie per la riconversione di quelle realtà e se quelle stanziate non vengono utilizzate in relazione tra loro.

La lentezza nella programmazione e nella realizzazione dei progetti è amplificata dalla mancanza di sinergie tra i diversi capitoli di finanziamento. Molte realtà sono oggetto di diversi provvedimenti economici, però dedicati a finalità distinte (Cic, Sin, Porti, Zes, Città metropolitane, Aree Interne...), anche se poi incidono sugli stessi luoghi, popolazioni, lavoratori. Questo evidenzia la mancanza di una visione politica e di un coordinamento anche nell'utilizzo delle risorse e all'efficacia del “progetto di sviluppo”.

L'esigenza, per la Cgil, è quella di riassumere in una discussione unica i diversi tavoli che interessano le stesse realtà territoriali, perché questo consentirebbe anche un migliore sostegno economico ai progetti e l'eliminazione di sprechi e dispersione di risorse. A questo fine potrebbe essere rivista la normativa prevista dall'art. 252-bis del D.L. 152/2006 relativa ai siti di preminente interesse pubblico per la riconversione industriale. Gli obiettivi sono quelli di rafforzare e rendere strutturali le sinergie fra i soggetti attuatori e i vari ministeri coinvolti, avere una governance integrata per la gestione delle diverse risorse e i diversi progetti che insistono su uno stesso territorio e quello di introdurre meccanismi di partecipazione, monitoraggio e controllo che, a partire dal coinvolgimento delle parti sociali, consentano una gestione condivisa e trasparente del processo di rindustrializzazione sostenibile delle aree di crisi e della loro bonifica.

Per la Cgil la riconversione ecologica, la riqualificazione industriale e il risanamento ambientale delle aree in grave crisi economica sono una priorità a cui vanno destinate adeguate risorse. Investire per realizzare questi interventi, infatti, è fondamentale per rilanciare il Paese verso un nuovo modello di sviluppo, creare nuova occupazione, tutelare l'ambiente e la salute. Altrettanta attenzione meritano le aree di crisi non complessa e la bonifica di tutti i Sin e Sir di cui è disseminata l'Italia. La legge di bilancio, piuttosto che le previsioni del Green New Deal o le risorse del Next Generation Ue e del Qfp, sono tutti capitoli di finanziamento che devono essere attivati per sbloccare finalmente anni di stallo.

Massimo Brancato è coordinatore dell'area Mezzogiorno, politiche dell'immigrazione, legalità, sicurezza e politiche giovanili della Cgil

Simona Fabiani è responsabile Ambiente e territorio Cgil

Alessio De Luca è responsabile Riconversione green e ricerca, coordinatore Idea Diffusa per Ufficio Lavoro 4.0 Cgil

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:53:34 GMT
News n. 17
Innalzamento del mare, istruzioni per l'uso

Circa 20.000 anni fa, il livello del mare era di quasi 130 metri più basso dell'attuale, l'Italia era molto più grande, il Po sfociava all'altezza di San Benedetto del Tronto e l'Isola d'Elba era un promontorio. Anche se furono solo le ultime fasi di questo innalzamento a trovare degli agricoltori nella nostra penisola, questi dovettero ‘adattarsi' al cambiamento, spostare le capanne, abbandonare i campi coltivati per dissodare nuovi terreni e trasferire gli animali domestici. Senza città, fabbriche, ferrovie, autostrade e un territorio retrostante senza limiti di proprietà, la cosa fu forse piuttosto semplice, e lasciò nella storia dell'uomo solo alcuni miti legati al Diluvio universale.

Oggi, con un innalzamento del livello del mare previsto assai minore, le cose sono ben più complicate. E il problema non è solo quello dell'erosione delle spiagge, processo che è stato fino ad ora causato quasi esclusivamente dal mancato apporto sedimentario da parte dei fiumi, dato che la sabbia che forma i nostri litorali è prodotta dall'erosione delle montagne, quanto il fatto che al livello del mare si raccorda il sistema fluviale, e a questo sono connessi altri sistemi sia naturali sia antropici. Le previsioni del livello del mare nei prossimi anni sono fatte dall'Ipcc (International pannel for climate change), che periodicamente aggiorna gli scenari che le variazioni climatiche potranno determinare. L'ultimo Rapporto prevede, per il 2100, nell'ipotesi più ottimistica, un innalzamento di 0.17–0.32 metri, mentre nella visione più pessimistica i valori salgono da 0.61 a 1.10 metri.

L'erosione, che oggi colpisce il 42% dei nostri litorali (senza contare i tratti difesi da scogliere di vario genere), proseguirà con ritmo accelerato, non solo perché l'innalzamento del livello del mare determina una maggiore sommersione delle coste, ma anche perché si ipotizza che il fenomeno sia accompagnato da un flusso della sabbia verso il largo per tenere il passo con il sollevamento. Sia le modalità con cui le coste subiranno (e/o reagiranno) all'ingressione marina, sia quelle che regoleranno i flussi di sabbia verso il largo, sono assai poco note e gli scenari che vengono prospettati oggi potrebbero risultare non del tutto veritieri in futuro.

Con il riscaldamento globale, stiamo assistendo a un incremento, in frequenza e intensità, degli eventi estremi, anche di quelli meteomarini, e l'attacco delle onde alle nostre coste sarà sempre più distruttivo. Gli eventi metereologici estremi dovrebbero portare a un maggior input sedimentario alle coste, ma la necessità di difendere le popolazioni dell'interno da frane e alluvioni sta già da tempo imponendo la stabilizzazione dei versanti e dando un motivo in più per la realizzazione di invasi artificiali, che bloccano tutti i sedimenti utili per le spiagge. In pratica, si ha un conflitto d'interessi fra le popolazioni che vivono all'interno e quelle che stanno sulle coste.

In ogni caso, un livello del mare più alto implica una maggiore probabilità di esondazione dei fiumi nelle pianure costiere, a cui si farà fronte con l'innalzamento degli argini; con il risultato di creare dei fiumi pensili sulle pianure, che costituiranno un grande pericolo per le popolazioni residenti. Ciò richiederà anche l'innalzamento dei ponti, per garantire il deflusso delle piene eccezionali, e di tutto quanto ad essi si raccorda (tracciati stradali e ferroviari, condotte, ecc.). Tutti i sistemi di bonifica andranno rivisti, per evitare che i canali portino all'interno l'acqua salata e non fuori quella dolce. Le popolazioni costiere dovranno decidere fra le diverse strategie: difesa, adattamento, arretramento strategico.

La difesa consiste nel creare barriere rigide (scogliere, dighe, argini) per contenere il mare che avanza, impegnando in questo anche le generazioni future, che dovranno rinforzare e rialzare continuamente queste difese, che comunque prima o poi verranno aggirate. L'adattamento prevede l'adeguamento delle strutture al nuovo quadro ambientale, senza che esse perdano la propria funzionalità. Innalzare il livello del suolo nei centri abitati, le vie di comunicazione e tutte le altre infrastrutture (sistema fognario, reti di distribuzione, ecc.). Piani di questo tipo sono in fase avanzata di studio, e per certi aspetti di realizzazione, in alcune città del mondo. L'arretramento è la soluzione considerata più sostenibile sul lungo termine e l'unica che non impegna le generazioni future. Consiste nello spostare gradualmente tutto l'edificato in aree che i modelli indicano non verranno raggiunte dal mare, neppure nello scenario più pessimistico. E sono già in atto operazioni di delocalizzazione di interi paesi, come ad esempio in Normandia, dove, dopo l'uragano Xyntia (47 morti e 50.000 ettari allagati), lo Stato sta procedendo allo spostamento.

Ovviamente, non sarà possibile adottare una soluzione unica e, molto probabilmente, per ogni località si dovrà procedere con una miscela delle tre strategie, non solo nell'obiettivo finale, ma anche nei tempi di attuazione. Ognuna di queste soluzioni, e anche la miscela delle tre, richiede un percorso di partecipazione e condivisione estremamente impegnativo, nel quale dovranno essere coinvolte, assieme alle popolazioni locali, anche le più diverse professionalità - dall'ecologo all'ingegnere, dall'agronomo al sociologo, dal geologo all'economista -, e altre ancora.

I territori abbandonati non dovranno essere tali, nel senso che dovrà esserne pianificata la trasformazione e garantita alle popolazioni una qualità della vita uguale, se non superiore, a quella attuale. In queste aree si dovrà investire forse più che nelle altre, non solo in termini economici, ma anche di progettualità, intelligenza e fantasia. Sarà (sarebbe!) l'occasione per un grande intervento di restauro del territorio, con lo spostamento delle popolazioni in aree più sicure (da coste, fiumi, vulcani, e forse anche terremoti) e un'utilizzazione dei vari ambienti in funzione delle proprie vocazioni e non, come ora, quale risultato di una secolare crescita scoordinata e utilitaristica: si pensi solo alla ferrovia che corre lungo la costa adriatica, che non necessita della vicinanza al mare, ma che ha incentivato l'erosione delle spiagge e tolto a una funzione più idonea un territorio di grande valore ambientale ed economico.

Si tratta di grandi interventi, ma anche di piccole opere diluite nel tempo, che potrebbero garantire un lavoro continuo e diffuso su tutto il territorio nazionale. La gestione delle fasce costiere richiederà comunque innovazione tecnologica per monitoraggio, allerta ad assistenza delle popolazioni che non potranno essere delocalizzate, e molto si sta già facendo; mentre l'adeguamento delle dighe foranee dei porti potrebbe essere associato a impianti di produzione di energia da moto ondoso. Le aree umide che si verranno a creare potranno essere utilizzate per la fitodepurazione, produzioni agricole specifiche, itticoltura e turismo ambientale. Si tratta di un progetto impegnativo, per il quale il Paese non sembra pronto, ma l'unica occasione che abbiamo per avviarlo è data dal Next generation Eu. Purtroppo, mentre il livello del mare si alza lentamente, ma con decisione, noi siamo fermi e titubanti.

Enzo Pranzini è docente di Climatologia e difesa dei litorali; presidente del gruppo nazionale di ricerca sull'ambiente costiero

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:53:17 GMT
News n. 18
Il Recovery Plan esige cambiamenti radicali

Sembra si sia persa la cognizione che i finanziamenti del Recovery fund saranno strettamente condizionali alle priorità dell'agenda europea, la quale, da mesi, ha già dettato linee guida molto chiare, focalizzate soprattutto su riconversione verde e infrastrutturazione digitale. A livello europeo, gli obiettivi sono principalmente due: abbattere a zero, in soli due decenni, le emissioni climalteranti di CO2 e sostenere crescita e occupazione con un gigantesco sforzo di ammodernamento tecnologico. Sebbene vi sia troppa accondiscendenza circa gli stimoli fiscali per investimenti e innovazione, per il nostro Paese tali stimoli dovrebbero almeno considerare la catena del valore. Infatti, l'efficacia degli stimoli fiscali dipende dalla rilevanza e dalla capacità di reazione del settore stesso, e dalla possibilità di trasmettere tale stimolo al resto del sistema.

La struttura economica del Paese condiziona l'efficacia delle misure fiscali, sia in termini di scambi economici sia in termini di trasmissione di tecnologia, innovazione e competitività (Istat, audizione Commissione Bilancio, 2 settembre 2020). In altri termini, l'intensità tecnologica degli investimenti (rapporto R&S/Investimenti) più contenuta dell'Italia rispetto alla media dei Paesi europei, ma coerente con la nostra specializzazione produttiva, pregiudica l'efficacia degli incentivi fiscali, come mostra l'evidenza empirica dei finanziamenti pubblici a favore di industria 4.0, che hanno determinato un aumento delle importazioni di beni capitali dalla Germania. Conciliare queste macro-priorità non è semplice.

Analizzando gli investimenti e gli impatti previsti dal Pniec, cioè dal Piano nazionale per l'energia e il clima di fine 2019 (che dovrebbe essere un punto di partenza imprescindibile anche per l'elaborazione del Recovery plan italiano), è possibile mostrare che gestire i potenziali trade-off  fra obiettivi ambientali e occupazionali è una sfida complessa: i settori economici che hanno maggiore rilevanza ai fini dell'abbattimento delle emissioni non coincidono necessariamente con quelli che presentano i moltiplicatori maggiori su crescita e occupazione.

Secondo l'Ispra, il 70% delle emissioni di gas serra italiane (24,5% trasporti, 24% settore elettrico, 17,6% termico residenziale e 4% gestione dei rifiuti) sono generati da settori che, secondo le simulazioni del Pniec, hanno anche impatti relativi limitati sull'occupazione. Coerentemente con la priorità europea di riduzione delle emissioni di CO2, il Pniec destina comunque oltre tre quarti degli investimenti pubblici annui, previsti da qui al 2030, proprio a residenziale, trasporti e settore elettrico, che sono i settori di competenza dei governi nazionali e dove l'intervento pubblico appare più necessario e urgente.

Le politiche sul settore energetico e sui comparti industriali energivori (chimica, farmaceutica, gomma, acciaio ecc.) come anche sull'aviazione civile, sono di competenza prevalentemente europea (soggetti alla cosiddetta Direttiva Ets) e non vengono conteggiate nei piani nazionali. Negli ultimi trent'anni, i settori sottoposti alla regolamentazione europea sono quelli che hanno dato il contributo più rilevante alla riduzione delle emissioni. Fra il 1990 e il 2018, l'industria ha quasi dimezzato i gas climalteranti, per merito quasi esclusivo dei comparti soggetti a regolamentazione europea (energetico, chimica/farmaceutica, gomma/materie plastiche e metallurgia), mentre i principali settori di competenza nazionale (residenziale, trasporti e rifiuti) le hanno invece aumentate.

È giusto, quindi, che siano questi i settori posti al centro delle politiche di riconversione energetica. Il problema è che gli altri settori di attività economica (quelli che non rientrano né nella sfera di competenza europea né fra le priorità nazionali), anche se contano meno in termini di emissioni, pesano invece moltissimo in termini di valore aggiunto e di occupazione.

Nel complesso, questi settori (agricoltura, turismo, tessile, meccanica, informatica, finanza, attività immobiliari, commercio ecc.) rappresentano più dell'80% del valore aggiunto del paese, e ad essi andrebbe dedicata grandissima attenzione sull'altro versante del Recovery plan (quello della modernizzazione produttiva): costituiscono, piaccia o no, la spina dorsale dell'Italia. Cambiare il motore della macchina senza fermarla (R. Lombardi) è la sfida di struttura che ci attende.

Nei mesi scorsi, Mario Draghi (al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione) e il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco (all'Euroscience Open Forum) hanno declinato la loro ‘visione del futuro' per l'Italia. Per Draghi e Visco, la priorità inderogabile (e del tutto condivisibile) sono estensivi e generosi investimenti, non solo in capitale fisico, ma anche e soprattutto in conoscenza, che deve condurre a una nuova specializzazione produttiva. La visione di Draghi e Visco è quella di correggere le carenze più vistose del modello di sviluppo perseguito in Italia negli ultimi trent'anni.

Il modello di sviluppo perseguito dall'Italia a partire dai primi anni '90 (ricerca di competitività esterna attraverso la deflazione interna - e quindi bassi salari -, disarticolazione del mercato del lavoro, privatizzazioni anche di settori strategici, smantellamento della programmazione economica ecc.), si è infatti dimostrato disastroso, perché ha indebolito il tessuto produttivo, ha sottratto alla crescita il contributo determinante della domanda interna e - via bassa crescita - ha contribuito a rendere insostenibile il debito pubblico. Riproporre quel modello e addirittura pretendere di esasperarlo, ci condannerebbe a una stagnazione economica perpetua.

Il consuntivo che i dati propongono è molto preoccupante. Il sistema economico italiano è finora sopravvissuto solo sull'estrema compressione dei salari (circa 16.000 euro annui contro i 30.000 della Germania e i 26.000 della Francia, nella media 1995-2018) e sullo sfruttamento intensivo del lavoro (strutturalmente le ore lavorate pro-capite annue sono in media 1.725 in Italia, 1.550 in Francia e 1.450 in Germania); un modello in cui l'impresa privata non investe e non innova, in ragione delle caratteristiche tecniche del sistema economico e industriale (gli investimenti privati sul Pil sono del 25% inferiori a Germania e Francia; quelli in R&S la metà), e tutto questo nonostante le imprese abbiano goduto di incentivi più generosi che altrove (si veda il Rapporto Giavazzi del 2012) e di una distribuzione del reddito mediamente molto più favorevole.

Roberto Romano è ricercatore in Cgil Lombardia con incarichi di studio per il Forum Economisti
Marco Noera è docente di Finanza ed economia dei mercati finanziari all'Università Bocconi di Milano

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:53:02 GMT
News n. 19
New green deal ed economia circolare

Questa pandemia, devastante in ogni campo del vivere collettivo (sociale, economico, produttivo e culturale), ha evidenziato all'attenzione mondiale la necessità di intraprendere urgentemente azioni che correggano i modi produttivi, che devono essere sostenibili e basati sui dettami dell'economia circolare. L'Europa ha recepito l'indicazione e tradotto questa in ingenti finanziamenti messi a disposizione degli Stati membri nel New Green Deal. Per accedervi, governi e imprese devono metabolizzare contenuti nuovi per orientare la nuova riconversione industriale.

Non è la prima volta che ciò accade in Italia. Basti pensare alle novità virtuose che è stato in grado di introdurre, proprio in tema di economia circolare, il Decreto Legislativo Ronchi (n. 22 del 5 febbraio 1997), con il quale il nostro Paese recepiva le normative europee sulla gestione integrata dei rifiuti (che, è sempre utile rammentarlo, pone al primo posto la riduzione di quantità e pericolosità dei rifiuti; in altre parole, il miglior rifiuto è quello non prodotto, una affermazione che promuove riutilizzo e riparazione, quest'ultima attività foriera di impulso significativo soprattutto per le piccole imprese del settore). Nel periodo immediatamente successivo e fino al 2011, nel sistema Italia il comparto del riciclo ha prodotto benefici per 11,1 miliardi di euro (fonte: Conai), valore superiore a quello di settori più radicati e celebrati (la moda, per esempio).

Coniugare economia circolare e ambiente produce benefici, infatti, per entrambi i comparti. Per esempio, la sostituzione di un 10% della miscela di sabbia, soda e alcuni ossidi con rottame di vetro, permette di risparmiare il 2,5% dell'energia necessaria per la produzione di nuovi prodotti; il processo di riciclaggio dell'alluminio richiede fino al 95% in meno di energia e comporta un significativo risparmio di emissioni di CO2; il riciclo di una tonnellata di carta e di cartone determina un risparmio di circa 210 kg di CO2 equivalente. In Italia, virtuosamente, si recupera quasi il 100% degli oli minerali usati, che vengono avviati a rigenerazione. In termini ambientali, nel 2019, questi interventi hanno prodotto un risparmio di 73.000 t di CO2 equivalente, 42.000.000 di litri di risorse idriche, 1.121 t di SO2equivalente.

E dunque, coerentemente, la nuova legislazione e politica europea e italiana devono urgentemente e rigorosamente basarsi su nuova impostazione: natura e ambiente, produzione competitiva, economia circolare e occupazione avanzano meglio se - insieme - assolvono a tre principi: energia pulita, empowerment digitale, massiccio utilizzo della rete. Anzi, ce n'è un quarto: formazione. Proviamo a sintetizzarne i contenuti.

Uno degli asset del New Green Deal europeo è certamente la transizione energetica, che implica almeno due orientamenti: il progressivo abbandono delle fonti fossili a favore di quelle rinnovabili (e la scelta di vettori energetici puliti, quali l'idrogeno verde e l'elettricità da rinnovabili) e il perseguimento del massimo efficientamento energetico (la migliore energia è quella che non si spende). E ciò vale soprattutto per le imprese che occupano il medesimo territorio, perché è proprio in questo caso che si ottengono le migliori efficienze, grazie alla massa critica che ottimizza costi e rendimenti.

Le opportunità offerte dalle nuove connessioni in fibra vanno assolutamente potenziate, applicando la digitalizzazione nei processi produttivi, amministrativi e gestionali, in funzione di monitoraggio in continuo e trasparenza costante nella realizzazione del prodotto finale. Come ricordava Pasquale Merella sul Sole 24Ore del 29 ottobre 2020, “le scelte effettuate dalle imprese nel “pre-covid” ne hanno determinato il loro posizionamento durante il periodo di pandemia. Chi ha investito in innovazione e digitalizzazione, in particolare in IoT e 5G, si è ritrovato in una posizione competitiva”.

Dovrebbe essere oramai acclarato che un'industria che rimane impermeabile all'esterno, perde competitività; al contrario, fare rete consente di accedere a connessioni che si riveleranno utili a ogni fase della vita di un impianto industriale: dallo scambio di esperienze alla disponibilità di materiali, magari in un impianto della strada accanto; dalla gestione dei rifiuti ai cambiamenti di mercato. Ciò vale in ambito nazionale ma, soprattutto, sovranazionale. Aprirsi all'esterno e all'estero significa godere di un aggiornamento costante per ogni aspetto gestionale di una industria: in tale direzione, i distretti territoriali dovrebbero alimentare proposte integrate che si muovono anche in settori differenti, perché ciascun impianto, in questo ambito, si trova ad affrontare le medesime problematiche, tutte tese ad applicare i principi dell'economia circolare.

Muoversi in tali direzioni necessita di una costante attività formativa qualificata, che coinvolga trasversalmente ogni livello di responsabilità, ciascuno per le proprie competenze, ma tutti tesi a realizzare una più adeguata cultura d'impresa, che è in grado di far crescere le opportunità occupazionali.

D'altronde, già oggi, secondo il Rapporto sull'economia circolare 2020 (curato dal Circular Economy Network, in collaborazione con Enea), nella classifica degli occupati green l'Italia si posiziona al secondo posto dietro la Germania, con 517mila occupati. Il dato negativo è che nel 2008 erano 550.00: “l'Italia negli ultimi anni sta attraversando una fase di stallo, mentre gli altri partner europei crescono più velocemente”.

Una tendenza che va urgentemente invertita, affinché il nostro Paese riprenda il suo ruolo pilota e costruisca una crescita solida, sana, compatibile con natura e ambiente eppure economicamente forte.

Enzo Naso è docente di Ingegneria all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Centro interuniversitario di ricerca per lo sviluppo sostenibile (Cirps)

Massimo Guerra, Cirps, coordinatore sezione Rifiuti, Acque e Ambiente


 

 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:52:00 GMT
News n. 20
Il ruolo della digital economy

Una seppur sintetica riflessione sul ruolo del digitale nelle società contemporanee e il suo rapporto con lo sviluppo economico, sociale e culturale, necessita di alcune argomentazioni proposte qui in forma di enunciato come base per l'apertura della discussione.

L'innovazione e anche l'innovazione digitale non possono essere indagate e affrontate solo in termini tecnologici ma vanno considerate nelle loro implicazioni socio-tecniche e vanno indagate prioritariamente dal punto di vista del comportamento umano.

L'impatto dell'innovazione sul lavoro va ben oltre la comune considerazione che l'introduzione dell'automazione nella produzione genera perdita di lavoro umano soppiantato dalle macchine.

Le nostre economie sia nella fase precedente alla pandemia sia in quella che la seguirà sono centrata sull'affermazione di un capitale legato ai dati che sopravanza il capitale industriale e il capitale finanziario.

Siamo impegnati in forme di lavoro sconosciute fino non molti anni fa, lavoriamo molte ore al giorno usando i nostri dispositivi per produrre “dati”, mentre lo facciamo non siamo remunerati e ‘togliamo' di fatto lavoro a coloro che prima svolgevano i servizi che ora gestiamo personalmente.

Gli elementi centrali nelle società contemporanee sono i "dati" e le "donne" e gli "uomini" che li generano. Intorno ai dati ruota l'economia, sulla consapevolezza e sulle competenze delle donne e degli uomini, poggia la possibilità di governare i processi di sviluppo delle società.

La posizione dell'Italia che emerge dalle analisi del Digital Economy and Society Index (DESI 2020) è inqualificabile.

Per quanto il digitale debba esser considerato rilevante e centrale, non va concepito in un'ottica settoriale come un contesto in cui orientare le risorse senza aver adeguatamente definito il modello di sviluppo che intendiamo proporci.

Per comprendere i pericoli di un approccio settoriale possiamo riferirci al Piano Nazionale di Resilienza e di Rinascita (Pnrr) elaborato dal Governo per la gestione dei fondi del Next Generation Eu.

Nel piano italiano si adotta un'articolazione basata su 6 tematiche chiamate ‘missioni'. Dall'analisi del documento emerge un approccio settoriale e una scarsa corrispondenza al modello delle mission europee, secondo il quale vanno intese come sfide coordinate; trasversali; basate su obiettivi misurabili, monitorabili e valutabili; in grado di guidare un cambiamento sistemico, capaci di "ingaggiare" i diversi attori (dall'opinione pubblica ai players economici, sociali e culturali) rendendo evidente il valore degli investimenti.

Il governo propone di operare su settori di intervento che manifestano certamente ritardi e inadeguatezze, ma che restano ambiti di intervento "verticali" piuttosto che azioni di sistema.

Al paese non serve l'ennesima lista dei settori su cui intervenire. La lista proposta dal Pnrr non cambia la sua valenza solo per essere stata etichettata come l'elenco delle ‘missioni' per la resilienza e la rinascita dell'Italia.

L'approccio basato sulle mission avrebbe potuto essere una grande opportunità di pensare e operare in ottica trasversale e intersettoriale superando la logica degli investimenti scoordinati. Di questa natura avrebbe potuto essere la volontà di focalizzare l'attenzione sugli obiettivi dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile centrata, ad esempio, sulla scelta di guardare ai territori in un'ottica di ‘rigenerazione territoriale'.

Un piano di investimenti focalizzato su una mission dedicata alla "Rigenerazione territoriale" avrebbe potuto muovere dall'analisi dello stato di fatto e individuare gli interventi necessari nei diversi settori consentendo di mantenere una visione coordinata, misurabile e governabile.

Come previsto dalla logica delle mission il piano di "Rigenerazione territoriale" avrebbe potuto essere strutturato in termini di obiettivi puntuali da raggiungere (i.e. numero di entità territoriali che hanno raggiunto un determinato risultato in un “Indice di rigenerazione territoriale” sintesi ultima di una struttura di indicatori specifici in alcune Aree. Tra queste a titolo non esclusivo possiamo individuare: qualità delle acque; gestione dei rifiuti; connettività; sviluppo continuo delle competenze; gestione del suolo; qualità della produzione (anche nell'ottica dell'economia circolare); qualità della produzione agricola; qualità del lavoro; qualità dell'istruzione; qualità della salute; qualità della mobilità, in particolare a basso impatto energetico ed ambientale.

Le aree tematiche indicate costituiscono gli ambiti in cui attivare interventi finanziati nei diversi settori riuscendo a incidere al contempo sui ritardi più rilevanti del sistema paese, sulla sostenibilità dello sviluppo e sulla qualità della vita nei territori.

E il digitale? In ciascuna delle aree di intervento il contributo del digitale esprime la sua rilevanza. A testimoniarlo possiamo sottolineare la centralità dei dati e della loro elaborazione, nell'ambito di un ampio e trasversale programma di interventi per l'utilizzo dell'Intelligenza Artificiale (infrastrutture digitali, dati, algoritmi, competenze, ecc.) come fattore di comprensione e interpretazione dei singoli fenomeni; di guida per la scelta degli interventi; e di supporto al loro monitoraggio.

Germano Paini è sociologo dell'innovazione, docente di Culture dell'innovazione e territori all'università di Torino

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:44:01 GMT
News n. 21
Città senz'auto

Se proviamo a guardare dentro il fenomeno della mobilità urbana, troviamo una incredibile serie di irrazionalità e inefficienze. Per esempio, osserva la Ellen MacArthur Foundation, nelle città europee le automobili in media restano parcheggiate per il 92% del tempo e quando vengono usate sono occupati solo 1,5 sedili sui 5 disponibili; il 20% del reddito lordo di una famiglia media viene assorbito dai costi derivanti dalla proprietà ed uso dell'auto; quella urbana è attualmente la componente più grande delle emissioni globali di Co2 dovute ai trasporti ed è la più grande fonte locale di inquinamento atmosferico urbano; la congestione e gli ingorghi costano il 2-5% del Pil ogni anno in termini di tempo perso, spreco di carburante e aumento del costo delle attività commerciali

A questo bisogna aggiungere che a ogni auto circolante in città è associata una quantità non indifferente di emissioni di Co2, quelle causate dalla loro costruzione, ovvero le cosiddette emissioni incorporate.

Se le cose stanno così, cosa ci spinge a continuare in questa folle frenesia dell'uso dell'auto in città? La ragione principale risiede nel fatto che la nostra vita quotidiana richiede un numero più o meno grande di spostamenti su distanze che impongono un mezzo motorizzato per percorrerle. I trasporti pubblici collettivi in questo senso aiutano molto, ma non risolvono interamente il problema.

Il fatto è che le città di oggi risentono di un modello di pianificazione urbana costruito sull'auto, e che prende il nome di zonizzazione: una parte della città destinata alla residenza, un'altra al lavoro (fabbriche e/o uffici), un'altra ai negozi, ai cinema, ai ristoranti, eccetera. E l'auto che serve per passare dall'una all'altra delle zone. Un modello preso a prestito dagli Usa, ed esteso anche alle città europee. In una città così fatta non c'è scampo: l'auto ci vuole, e ci vuole per tutti. Ci vuole anche se ci costa tempo, denaro, contribuisce significativamente alle emissioni di Co2 e soprattutto, mina la nostra salute con l'inquinamento dell'aria. E allora, per continuare ad aumentare il numero di auto e per ridurre in parte i danni, ecco la soluzione agli ultimi due problemi: l'auto elettrica, che non emette Co2 e non produce il particolato che distrugge i nostri polmoni.

Per questo oggi si fa un gran parlare della transizione verso i veicoli elettrici, dimenticando spesso che per fare andare un veicolo elettrico occorre energia che deve essere prodotta da qualche parte. E se questa energia deve essere prodotta con fonti rinnovabili, per azzerare le emissioni di Co2, la quantità è tale da porre dei seri problemi a causa, fra l'altro, della competizione fra l'uso del suolo per fare energia e per produrre cibo. Poi c'è da considerare le emissioni incorporate di questi veicoli, che sono maggiori di quelle di quelli convenzionali, a causa delle batterie.

Qual è la soluzione, allora? La più ovvia: ridurre il numero di auto circolanti, elettriche o no, senza però penalizzare i cittadini. Il modo migliore, più efficace, per ridurre il numero dei veicoli è renderli non necessari, anzi inutili. Per rendere l'auto inutile in città occorre fare in modo che tutti i luoghi in cui dobbiamo recarci di frequente siano a breve distanza da casa, tanto da essere più conveniente e veloce andarci a piedi (o al più in bicicletta) invece che in macchina, come dicono le regole dell'urbanistica sostenibile. Ciò significa riorganizzare la distribuzione spaziale dei servizi in modo che tutto ciò che serve con frequenza giornaliera si trovi a una distanza di non più di 5-10 minuti a piedi o in bici e a 10-15 minuti tutti quelli che servono due-tre volte la settimana. Più lontani quelli che si usano di rado: teatro, museo, cinema.

Questa è la politica che ha abbracciato la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, che ha lanciato la Parigi del quarto d'ora”. Una città i cui servizi principali, scuola, lavoro, shopping, laboratori artigiani, attività motorie, ristoranti e bar, negozi di alimentari, ambulatorio medico, siano tutti a non più di un quarto d'ora da casa a piedi o in bicicletta.

Così facendo, l'auto non serve più, se non in rari casi, e in questi si usa il car sharing, naturalmente con auto elettriche. In questa prospettiva, la riduzione del numero di autoveicoli diventa significativa, lasciando le strade più libere, e quindi con la possibilità di inserire piste ciclabili e ampliare i marciapiedi che possono arricchirsi di alberi, aiuole, arredo urbano vario. La città cambia volto, più verde, più silenziosa, più godibile.

Bisogna fare un gran lavoro di riorganizzazione della distribuzione dei servizi, il che naturalmente ha un impatto sulla dimensione dell'unità che fornisce il servizio. Non sarà più il grande supermercato in cui andremo a comprare frutta e verdura, assieme alle pentole e alla Nutella, ma andremo dal fruttivendolo, dal droghiere, dal negoziante di casalinghi, tutti piccoli-medi negozianti sotto casa. Lo smart working, inoltre, permette un decentramento dei luoghi di lavoro, condivisi fra lavoratori di aziende diverse, in piccoli centri di quartiere ad hoc attrezzati.

Si tratta, evidentemente, di una rivoluzione che porta all'agonia e probabile morte dei centri commerciali, dei centri direzionali, di tutto il modello urbano basato sulla zonizzazione.

Con questo approccio però si creano centinaia, migliaia di piccole attività commerciali, artigianali, di servizi, con beneficio per l'occupazione e per una più equa distribuzione del reddito, oggi sproporzionatamente concentrato nelle mani dei grandi gruppi della grande distribuzione organizzata.

Certo, non è un'impresa facile, ma va portata avanti, valutata in tutte le sue sfaccettature e possibili implicazioni, governata con flessibilità e fantasia, perché prefigura una città non soltanto più godibile, sana e giusta, ma anche più in linea con l'obiettivo di ridurre al minimo le emissioni di Co2.

Federico Butera è Professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano   

 

 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:43:27 GMT
News n. 22
Per salvare l'ambiente ripartiamo dal sindacato

Da quando abbiamo creato la task force ‘Natura e Lavoro' e pubblicato il piccolo e-book ‘Attenti ai dinosauri' (Manifesto libri), abbiamo parlato con molti gruppi di ragazzi – da Fridays for future alle ‘Sardine', alle tante organizzazioni ambientaliste già da tempo strutturate. Con l'obiettivo di far fare, tutti assieme, un salto di qualità alla nostra comune battaglia per impedire il disastro ecologico, peraltro, ogni giorno peggiore e più vicino del previsto. Innanzitutto, lo abbiamo fatto per dare un carattere più vertenziale e meno propagandistico alla nostra iniziativa.

Abbiamo cercato anche, anzi, in primis, un contatto con i sindacati, tant'è vero che il nostro nome contiene la parola lavoro, perché sono proprio i lavoratori che avevamo in mente quando ci siamo impegnati in questa impresa: quelli più esposti nell'immediato al rischio, che la ormai indilazionabile transizione ecologica, che non sarà affatto indolore, li renda vittime. E che, se vogliamo impedirlo, ci impone di metterci al più presto in condizione di controllare le misure che vengono prese, denunciando le insidie dei ‘furbetti verdi' in corso di moltiplicazione, così come quelle di chi, come il signor Bonomi, non fanno nemmeno la fatica della furbizia.

Bisogna ottenere che la perdita di lavoro nei settori inquinanti venga accompagnata dall'avvio di progetti concreti, che prevedano l'immediato avvio di opere indispensabili per tutti, ma anche capaci di riassorbire la perdita del lavoro precedente. Le risorse per gli investimenti pubblici necessari ad avviare un nuovo modello di produzione e di consumo ci sono, e sono quelle europee della ‘new generation', ma è grande il rischio che vengano utilizzate per fare altro, senza preoccuparsi dell'urgenza di creare nuova occupazione.

Tutti gli scambi che abbiamo avuto sono stati interessanti, ma ogni volta, prima di concludere, è stato naturale chiedersi: tutte le cose che rivendichiamo, e che non pioveranno dal cielo, chi le farà? Quali sono, insomma, le gambe della nostra azione, i suoi soggetti combattenti? La domanda ce la siamo posta tutti, la risposta è stata generalmente scarsa. E allora è di questo che vorrei parlare. Innanzitutto al sindacato. Perché un tempo era chiaro che il soggetto primo e principale di una simile lotta sarebbe stata la classe operaia organizzata, in particolare quella delle grandi fabbriche, che sono state sempre all'avanguardia.

Oggi – lo sappiamo – non è più così facile che ciò avvenga: l'offensiva di destra che abbiamo subìto dagli anni Ottanta, accompagnata da un uso iniquo delle nuove tecnologie e dalla globalizzazione (che non è internazionalizzazione!) ha prodotto una deliberata frantumazione del processo produttivo, mirato a indebolire la classe operaia. Contemporaneamente, nuove contraddizioni, anch'esse radicate nel sistema dominante, sebbene meno visibilmente di quella capitale-lavoro, sono emerse e hanno reso più difficile l'unità spontanea degli sfruttati: quella ecologica, quella di genere, quella razziale, che si è drammaticamente acutizzata.

Tutto questo ci impone di ripensare e ridefinire il soggetto antagonista, di cui c'è bisogno per non restare vittime in questa fase di trapasso così complessa. Per prima cosa, ci occorre prendere atto che si aprono, accanto a quelli tradizionali del luogo di lavoro, altri terreni di riaggregazione e di costruzione di vertenze e possono delinearsi fronti più compositi di quelli di un tempo.

Il territorio – il quartiere, il paese, la zona – diventa in tale contesto un'agorà preziosa, una base strategica e, in fieri, una zona liberata. Fu proprio questa, nei primi anni Settanta, l'intuizione che portò i più illuminati consigli di fabbrica, che allora muovevano i loro primi significativi passi, a capire che era necessario creare anche i consigli di zona. Dove, infatti, si intrecciarono le lotte per la salute, la casa, la scuola, e si unirono produttori e consumatori, che sono poi spesso elementi della stessa persona.

Ebbene, credo che quando Maurizio Landini, nel suo primo discorso da segretario generale, al congresso di Bari, accennò alla necessità di ‘un sindacato di strada', affiancato a quello di categoria, non pensasse solo a uno strumento per intercettare il dilagante lavoro precario comandato da invisibili algoritmi, ma anche di aggregare altri soggetti sociali: pensionati, studenti, piccoli imprenditori e artigiani, ciascuno dei quali, da solo, può poco, ma potrebbe avere maggior forza se si accordasse con chi ha interessi largamente comuni.

Del resto, non sarebbe una gran novità: la Cgil è stato un sindacato molto forte, anche per via del ruolo assegnato alle sue strutture orizzontali, le Camere del lavoro. La battaglia ecologica è quella che potrebbe più di ogni altra avvantaggiarsi di questo modo di organizzarsi, condividendo inchieste, lotte, sedi dove incontrarsi: perché è sul territorio che si vince la battaglia per cambiare il modello energetico, per riorganizzare il tessuto urbano, così da ridurre lo spreco, per cambiare nel profondo il rapporto fra zone urbane e agricole, che è una delle principali chiavi della battaglia ecologista.

Il sindacato dei pensionati, in particolare l'Auser, e quello degli edili, hanno tenuto un convegno per attrezzarsi a operare assieme per utilizzare al meglio il famoso 110% per la ristrutturazione del patrimonio abitativo. Che altro è questo, se non un embrione di sindacato di strada? Cui potrebbero e dovrebbero unirsi gli studenti, per rifare, reinventandola, la loro scuola. E le femministe per trovare il modo di socializzare il lavoro di cura. Vogliamo provarci?

Luciana Castellina, ex parlamentare, giornalista e scrittrice

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:42:38 GMT
News n. 23
Per uno sviluppo ecosostenibile

La crisi pandemica che stiamo attraversando non ha precedenti. Si tratta di una fase nuova che non può essere compresa e valutata ricorrendo a cicli storici precedenti e/o a tradizionali categorie economiche. Una crisi sanitaria, sociale ed economica che per l'incertezza rischia di indebolire ulteriormente o di distruggere tanti posti di lavoro oltre che prolungare la necessità di interventi straordinari di sostegno al sistema sanitario, economico e al lavoro. 

È necessario partire dalla pandemia, perché oggi rivendicare lo sviluppo ecosostenibile significa affermare un modello che si caratterizzi per uno sguardo “etico”, che metta al primo posto i bisogni delle persone - la salute, l'istruzione, la qualità del lavoro – e dell'ambiente.  Questo non è accaduto in passato, anzi nel corso degli ultimi venti anni il nostro Paese ha indebolito il sistema sanitario, il welfare e mercificato il lavoro, alimentando sfruttamento e impoverimento.

Anche per l'ambiente e il nostro territorio è accaduto tutto ciò. Basti ricordare - solo per esempio - l'incuria nella manutenzione del territorio, nella prevenzione dei rischi naturali e l'assenza di politiche strutturali di prevenzione sismica. Più in generale, il nostro Paese non ha mai assunto il tema della riconversione verde come tema centrale di politica economica e di trasformazione della società. Le mobilitazioni di giovani e giovanissimi nel 2019 sono state fondamentali per spezzare il silenzio attorno alla crisi climatica, e la scelta europea di destinare e  condizionare le risorse straordinarie e ordinarie al green deal europeo ha imposto e impone all'Italia di fare delle scelte economiche e di investimento coerenti. Oggi affermare la necessità di cambiare modello di sviluppo, assumendo la riconversione verde e la decarbonizzazione come obiettivi di sistema e il benessere delle persone come misura delle politiche significa evitare interventi dallo "sguardo corto". Per andare oltre le affermazioni, dobbiamo avere la consapevolezza che la transizione ambientale interviene e interverrà profondamente nel nostro sistema economico e sociale, negli stili di vita, nel lavoro.  Per questo oggi la Cgil chiede che non si proceda per spot o per misure frammentarie o isolate ma che si costruisca un sistema integrato di politiche green.

La decarbonizzazione dell'economia non riguarda solo ed esclusivamente l'aspetto energetico. Oltre a investire nelle fonti energetiche rinnovabili (fotovoltaico, eolico e idrogeno verde), allo stesso tempo è necessario avviare la riconversione green sul versante industriale, ripensare la mobilità delle persone e delle cose, i tempi e gli spazi delle città, il modello di turismo, di agricoltura nonché intervenire in maniera strutturale per l'efficienza degli edifici pubblici e privati. E ancora, il modello circolare dell'economia non può essere solo ricondotto alla mera gestione dei rifiuti, ma si estende alla stessa progettazione circolare dei prodotti e alla possibilità del loro reimpiego/riciclo. Non c'è un solo settore produttivo che non sia investito dalla riconversione verde, ed è evidente che il lavoro è e sarà centrale.

La Cgil ha da tempo senza ambiguità assunto la sostenibilità ambientale, sociale ed economica come matrice delle proprie politiche ed elaborazioni, prova ne sono le piattaforme e i documenti congressuali, la stessa vertenzialità messa in campo, allo stesso tempo, però, occorre evitare che ancora una volta siano solo ed esclusivamente i lavoratori e le lavoratrici a pagare il conto anche della crisi climatica. Per evitare ciò e per cogliere la grande possibilità che gli investimenti green siano fonte di crescita dell'occupazione, è necessario mettere in campo contemporaneamente una pluralità di interventi. La giusta transizione che chiediamo per il lavoro significa prima di tutto integrare e coniugare la dimensione sociale con la dimensione ambientale ed economica. Significa cioè prevedere e anticipare gli effetti dei settori più esposti, offrendo e creando opportunità di lavoro, proteggendolo e tutelandolo e riqualificandolo attraverso un piano imponente per le nuove competenze. Tutto ciò deve essere parte delle scelte di investimento e non un secondo tempo, come spesso è accaduto in questo Paese.  In questo senso è fondamentale che lo Stato abbia un ruolo da protagonista nella gestione, nel coordinamento e nell'indirizzo delle politiche industriali e non assuma la funzione di semplice erogatore di bonus ed incentivi.

Ce la può fare un Paese che, negli ultimi venti anni, ha dimenticato la parola programmazione e che ha fatto pagare al lavoro gli effetti della crisi del 2008 in termini di riduzione dei posti di lavoro e dei diritti? Questa è la domanda alla vigilia della definizione degli obiettivi di Next generation Eu. La lettura delle bozze del Piano nazionale di ripresa e resilienza non è molto incoraggiante. Le scelte sono molto sottodimensionate rispetto all'obiettivo, gli strumenti per realizzare gli obiettivi sono bonus, incentivi e decontribuzione. Poca coerenza e scarso coordinamento, zero politica industriale. Che invece in questa fase sarebbe strategica, nella relazione e con il forte coordinamento delle grandi imprese pubbliche e non solo. Sugli obiettivi di decarbonizzazione, sembra avvenga esattamente il contrario, se sarà confermata la scelta di finanziare attraverso il Next generation – cioè attraverso le risorse pubbliche - alcuni progetti proposti e alquanto discutibili per gli effetti e per il reale impatto sull'abbattimento dei livelli di Co2.

Il nostro Paese non avrà una seconda occasione: per la prima volta possiamo contare su risorse importanti e il decennio che si apre tra pochi giorni dovrà essere finalizzato a un grande progetto di trasformazione economica e sociale. Per questo, oltre a rivendicare il diritto alla partecipazione e al confronto sulle scelte che l'Italia farà, occorre affermare che la qualità dello sviluppo e la qualità del lavoro non sono temi da contrapporre ma si nutrono dello stesso approccio al cambiamento del modello di sviluppo: coraggioso, radicale e concreto.

Gianna Fracassi è la vice segretaria generale della Cgil

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 08:42:02 GMT
News n. 24
Giovane verde speranza

Lo scorso 13 dicembre Greta Thunberg, attivista svedese che ha dato vita al movimento dei Fridays For Future e “Persona dell'Anno” secondo il Time, partecipava a Torino al Fridays for Future del capoluogo piemontese. Accolta da migliaia di persone che scandivano il suo nome, Greta saliva sul palco e, commuovendosi, diceva ai giovani, e non solo, presenti a Torino: “Noi giovani dobbiamo combattere per il clima perché è il nostro futuro. Non c'è un'alternativa dobbiamo continuare a lottare. Non possiamo più dare per scontato il domani, noi giovani vivremo quel domani. In meno di tre settimane entreremo in una nuova decade, che deciderà il nostro futuro. Cosa faremo o non faremo cambierà il futuro. I nostri figli e nipoti vivranno in quel futuro. Dobbiamo assicurarci che il 2020 sia l'anno dell'azione”.

“Ciò che speriamo di ottenere da questa conferenza - aveva dichiarato il 4 dicembre 2018 parlando alla Cop24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia - è di comprendere che siamo di fronte a una minaccia esistenziale. Questa è la crisi più grave che l'umanità abbia mai subito. Noi dobbiamo anzitutto prenderne coscienza e fare qualcosa il più in fretta possibile per fermare le emissioni e cercare di salvare quello che possiamo”.

“Voi parlate soltanto di un'eterna crescita dell'economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l'unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d'emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. (…) La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all'interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema. (…) L'anno 2078 celebrerò i miei 75 anni, se avrò figli, forse passeranno quella giornata con me. Forse mi chiederanno di voi, forse mi chiederanno perché voi non abbiate fatto nulla, mentre c'era ancora il tempo per agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra qualsiasi altra cosa, eppure state rubando il loro futuro proprio davanti ai loro stessi occhi. (…) Non siamo venuti qui per supplicare i leader di agire. Ci avete ignorato in passato, e ci ignorerete ancora. (…) Voi avete finito le scuse, e noi stiamo finendo il tempo”.

Il 19 aprile del 2019, in occasione del Fridays for Future a Roma, Greta Thunberg si recava presso la sede della Cgil nazionale, dove incontrava il segretario generale Maurizio Landini e tutta la segreteria confederale, prima di partecipare alla manifestazione di Piazza del Popolo. Per il suo impegno contro i cambiamenti climatici in quell'occasione le veniva conferita la tessera onoraria della Cgil.

“Benvenuta - diceva Maurizio Landini accogliendola nella casa dei lavoratori - è un grande piacere per noi averti qui. La Cgil è un'organizzazione sindacale fondata dai nostri padri e nonni 113 anni fa. Oggi abbiamo 6milioni di iscritti volontari al nostro sindacato. In oltre cento anni di storia i nostri padri e nonni hanno combattuto contro il fascismo e per la libertà e la democrazia e il nostro lavoro è quello di tutelare i diritti delle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”.

Ma oggi, sottolineava il segretario generale della Cgil “c'è un nuovo problema, che anche tu rendi evidente: non è più sufficiente lavorare ma è importante discutere di cosa si produce, di perché si produce e di quale rispetto si ha dell'ambiente mentre si produce. Siamo contenti, che tante ragazze e ragazzi insieme a te, stanno determinando un cambiamento. State risvegliando noi adulti perché ci chiedete coerenza e risposte ai problemi. Noi vorremmo consegnarti, se tu sei d'accordo, una tessera onoraria della nostra organizzazione, simbolicamente per te e per tutti i ragazzi che tu sei riuscita a mobilitare perché vogliamo essere parte attiva di questa battaglia per cambiare il mondo e far rispettare l'ambiente. In questi giorni abbiamo letto le tante cose che hai detto: quando hai detto che non si è mai troppo piccoli per fare la differenza hai detto una cosa molto vera e molto importante”.

“Vai avanti - concludeva Landini - ma andiamo avanti insieme per cambiare”. E mentre il segretario diceva queste parole Roma era invasa da una moltitudine colorata di ragazzi riunitisi nella capitale per lo sciopero per il clima targato Fridays for future. Ragazze e ragazzi giovani (ma non solo!), impegnati, resistenti, bellissimi.

Ed un pensiero mi passa per la testa. Forse la vita non è stata tutta persa. Forse qualcosa s'è salvato. Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato. Forse era giusto così… Forse ma, forse ma sì….

Data articolo: Sun, 13 Dec 2020 07:32:13 GMT
News n. 25
Il Green Deal conviene

Il Green Deal conviene. Conviene all'ambiente perché contribuisce in modo determinante a rallentare la corsa innescata dai cambiamenti climatici. Conviene all'uomo perché è la specie vivente la cui sopravvivenza, per come l'abbiamo conosciuta finora, è minacciata dalle conseguenze del global warming. Conviene alle economie, perché a fronte di investimenti e di drastici cambi di rotta, prospetta un orizzonte di sviluppo (questa volta sostenibile) a lungo termine, con creazione di occupazione e riconversione dei posti di lavoro esistenti. Questo l'assunto del seminario “Economia verde” organizzato dall'area Politiche per lo sviluppo e Forum Economia della Cgil, che si è tenuto giovedì 3 dicembre e che ha visto intorno a un tavolo virtuale Mario Noera, docente di Finanza all'Università Bocconi di Milano, Matteo Leonardi, ricercatore Ref-E di politica e mercati energetici, Roberto Romano, ricercatore di economia Cgil Lombardia, Serena Rugiero, Fondazione Di Vittorio, Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Cgil.

Punto di partenza, l'obiettivo approvato dal Consiglio europeo di realizzare un'Unione a impatto climatico zero entro il 2050 e le conseguenze che questo comporta: riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55-60 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Un target che tutti definiscono ambizioso, ma che gli scienziati indicano come necessario: per azzerare le emissioni inquinanti entro metà secolo, infatti, il 40 per cento di riduzione non basta più e bisogna aumentare parecchio l'impegno per abbattere le emissioni di anidride carbonica. Mentre il Consiglio europeo ha rinviato la decisione definitiva sul nuovo obiettivo di riduzione della CO2, perché non è riuscito a trovare un accordo comune tra i diversi Paesi (alcuni come quelli del blocco orientale, Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, dipendono ancora in massima parte dai combustibili fossili), all'interno degli Stati si è aperto il dibattito su che cosa fare e come farlo.  

“Ci troviamo di fronte a un bivio rispetto alle scelte da fare – ha sostenuto Gianna Fracassi -. Quello che stiamo affrontando adesso non si può più definire ‘transizione green' ma ‘trasformazione' che è già in atto, in un quadro di mutamento delle dinamiche economiche. Degli investimenti necessari per affrontare il profondo cambiamento che ci attende, sul versante energetico, industriale, dei trasporti, dobbiamo considerare l'aspetto quantitativo e qualitativo, senza dimenticare quello delle regole che è fondamentale ma sul quale il dibattito a livello europeo è ancora timido”. Quello che è necessario per evitare la quinta grande crisi, quella ambientale, secondo Fracassi è fare forti investimenti pubblici, elemento strategico per la ripresa economica: “Lo stesso Fondo monetario internazionale per la prima volta individua questo come strumento fondamentale per la crescita dei Paesi e per il superamento della pandemia. E invece l'Italia ha ridotto in modo drastico gli investimenti pubblici negli ultimi dieci anni”.

Dando un'occhiata ai numeri, gli investimenti sono determinanti. Quelli previsti dal Piano nazionale integrato energia e clima per aumentare l'efficienza energetica e la quota di produzione da rinnovabili sono illuminanti: “Se si passa dai 14,3 miliardi all'anno previsti attualmente ai 100 miliardi annui necessari e compatibili con i nuovi obiettivi europei, si hanno buoni impatti sull'occupazione e anche sul valore aggiunto. Lo scenario può cambiare radicalmente in funzione degli investimenti che verranno fatti” ha spiegato il professor Noera. Al centro della transizione green, quindi, e delle scelte che dovranno essere fatte per rivedere il Piano energia e clima, la creazione di nuovo lavoro ma anche e soprattutto la tutela del lavoro, che vuol dire rafforzamento degli strumenti di riqualificazione e riforma degli ammortizzatori sociali. “Il processo deve essere gestito da un'agenzia dello sviluppo – ha concluso Fracassi -, un luogo dove si costruisce un sistema, si decidono politiche nazionali e territoriali, con il coinvolgimento delle imprese pubbliche e private, e con una coerenza e una sinergia nella pianificazione e programmazione di medio e lungo periodo”.

Data articolo: Fri, 04 Dec 2020 15:30:41 GMT

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