Coronavirus in Italia e nel mondo

NEWS - lavoro - NEWS - ricerca lavoro - NEWS pensioni


News contratti e accordi da collettiva.it (CGIL)

#contratti #lavoro #accordi #CGIL

News n. 1
Lucha y Siesta: la solidarietà della Cgil capitolina
"Siamo sconcertati". La denuncia è della Cgil Roma e Lazio e la Cgil Roma Sud Pomezia Castelli e si riferisce a quanto successo nella giornata di ieri presso la Casa delle Donne, Lucha y Siesta, quando gli agenti del Commissariato di zona hanno identificato, senza preavviso alcuno, le donne e i minori ospiti della struttura, "luogo dove hanno trovato accoglienza e opportunità di intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza".
 
"Non si tratta di perfette sconosciute - continua la nota - ma di donne seguite dai servizi sociali, da associazioni che si occupano di contrasto alla violenza di genere. Condividiamo dunque gli interrogativi delle attiviste sul senso di questa operazione, vissuta dalle ospiti come una violenza nei confronti di chi ha avuto la forza di denunciare, reagire e lottare tutti i giorni per recuperare fiducia e prospettiva futura. Esprimiamo - si conclude la nota - la nostra solidarietà alle donne e ai minori ospiti della casa e vicinanza alle attiviste che lottano per il riconoscimento del lavoro sociale e culturale offerto alla città di Roma da oltre 12 anni".
Data articolo: Tue, 19 Jan 2021 17:25:22 GMT
News n. 2
Aborto, libere di scegliere

“Le donne devono essere libere di scegliere”. A dirlo, una volta di più con chiarezza, la segretaria generale della Cgil Marche, Daniela Barbaresi, riguardo all'aborto che, a distanza di 43 anni, continua a essere un tema di scontro ideologico. “Come se questa scelta non fosse già abbastanza sofferta e tormentata per le donne, un ulteriore carico di sofferenza viene loro imposto dall'esterno”. La dichiarazione della leader sindacale risponde all'iniziativa inscenata ieri davanti al Palazzo della Regione ad Ancona, dove il presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Loreto, con l'aiuto di due minori, ha depositato 1.450 i pannolini, uno per ogni bambino non nato nel 2019 nelle Marche, indirizzati alla consigliera del Pd, Manuela Bora, protagonista nei giorni scorsi di una polemica sul tema con l'assessore regionale Giorgia Latini.

“Quello che i suoi organizzatori considerano come una ‘bonaria provocazione' – ha scritto Daniela Barbaresi – è in realtà una manifestazione profondamente offensiva della libertà e della dignità delle donne e rappresenta l'ennesimo attacco a una legge dello Stato che riconosce il valore dell'autodeterminazione delle donne. Un attacco da condannare esprimendo tutta la solidarietà alla consigliera Manuela Bora”.

Per la leader sindacale, le donne devono poter essere libere di scegliere di essere o meno madri e, nel rispettare la loro scelta, deve essere garantita la loro salute, dando piena attuazione alla legge e concretezza ai diritti.

Nella Marche sono ancora tanti i ritardi da colmare, denuncia il sindacato: solo il 6 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza avviene con metodo farmacologico, valori ancora troppo lontani dalla media nazionale (21 per cento) e da quelli di regioni come la Toscana, l'Emilia Romagna, la Liguria o il Piemonte. Quasi una donna su dieci deve andare fuori regione per abortire. Sconsolante il quadro dei medici obiettori che rappresentano ormai il 70 per cento dei ginecologi ospedalieri e il 30 per cento di quelli dei consultori familiari.

“Nelle Marche – conclude la segretaria generale – le donne non consentiranno passi indietro: c'è ancora tanto da fare perché la libertà di scelta e il diritto alla salute siano realmente e concretamente garantite”.

 

Data articolo: Tue, 19 Jan 2021 09:30:25 GMT
News n. 3
L'errore di Pier Paolo Pasolini

Per stimolare e affrettare il Parlamento all'approvazione di una legge sulla interruzione volontaria della gravidanza, nel 1975 il Partito Radicale e il Movimento di liberazione della donna prendevano l'iniziativa di raccogliere le firme per un referendum abrogativo delle norme del Codice penale che vietavano l'aborto. L'8 novembre 1975 la Cassazione dichiarava valido il numero di firme.

Scriveva Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 19 gennaio di quell'anno:

Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l'ansia della ratificazione, l'ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione 'cinica' dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com'è giusto), il problema di quali siano i 'principi reali' da difendere, questa volta non l'hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c'è un solo caso in cui i 'principi reali' coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l'intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non 'reali' i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell'aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell'aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe meno clamorosa). L'aborto legalizzato è infatti - su questo non c'è dubbio - una enorme comodità per la maggioranza.

A Pasolini - e non solo a lui - Marco Pannella su L'Espresso il mese dopo rispondeva così:

“E l'eutanasia, per quando?", m'è stato chiesto in un recente dibattito sull'aborto. Deluderò nemici in agguato e amici impazienti, ma io sono contro. Nessuno ha il diritto di compiere la scelta della morte dell'altro finché in chi soffre e fa soffrire ci sia un barlume, o la speranza di un barlume, di volontà o di coscienza. Gestire in assoluta libertà e responsabilità il proprio corpo è destino indeclinabile della persona, è scelta obbligata prima ancora che rivendicazione e diritto di ciascuno. Nessuna legge, invece, impedirà mai il suicidio. Si può tutt'al più costringere il suicida povero a sfracellarsi orrendamente sotto una macchina o precipitandosi dalla finestra, o facendo saltare con il gas l'intero edificio, mentre il ricco potrà sempre darsi una morte serena e dolce senza mettere in pericolo, se non vuole, la vita d'altri. Nessuna legge, ugualmente, impedirà mai, di per sé, l'interruzione volontaria della maternità. Ha torto Pasolini quando pensa che vogliamo depenalizzarla per ‘realpolitik'. Per oltre dieci anni siamo stati i soli, con Gigi De Marchi, a lottare per una sessualità libera e responsabile, per l'istruzione sessuale, per il controllo delle nascite, per una politica di responsabilizzazione demografica. Continuiamo. Ci recavamo in San Pietro con i cartelli: "Sì alla pillola, no agli aborti". Abbiamo ora chiesto a una donna, madre di otto figli, di venire con noi in Corte di Cassazione, a firmare la richiesta di referendum. Per motivi di opportunità (non di opportunismo), che non condivido ma che rispetto, non è venuta. Volevamo in tal modo sottolineare che siamo ferocemente contrari a confondere la battaglia, pur essa urgente e necessaria, per il controllo delle nascite, con quella per la depenalizzazione dell'aborto. Siamo per una maternità libera e responsabile, e una libera e responsabile gestione del proprio corpo; e non a senso unico. Ci impegneremo a convincere tutti a riflettere bene prima di procreare.
Ma siamo già oggi e qui mobilitati perché la società tuteli pienamente, come ogni altra, anche la scelta di aver molti figli, dalla quale pur tendenzialmente dissentiamo. Purché sia, appunto, una scelta e non una condanna, almeno per la madre (se non per i figli che, senza colpa, poi verranno). È questo regime democristiano, clericale, capitalistico, che fa dell'aborto clandestino di massa l'arma demografica assoluta (oltre all'espulsione dell'embrione o del feto, l'aborto clandestino garantisce infatti un'altissima percentuale di sterilità, di malattie, e una non insignificante mortalità; profitti ‘liberali' per quasi un migliaio di miliardi l'anno); la ‘realpolitik' è tutta qui, tutta sua. Quanto a noi, ci limitiamo a difendere la vittima accingendoci a disarmare il potente che la massacra. Poi discuteremo. L'attuale legge clerico-fascista non dissuade ma persuade all'aborto perché toglie alla società e alla donna, a ciascuno, quella possibilità di dialogo umano, di mutuo tentativo di consiglio e di convinzione che sono nutrimento essenziale delle nostre concrete, storiche moralità, di scelte diverse, di dissuasioni possibili, il terrorismo e la violenza non aiuteranno mai altro che la morte, non la vita.
Dirò ancora a Pasolini, a questo uomo e compagno profondamente buono, che v'è altro del quale deve chiedersi se possa e debba assolverci; confesso a lui che la vita mi chiede ogni giorno d'affrontare problemi di coscienza più gravi di quello che è il riconoscere alla donna il diritto di interrompere, in clinica anziché sul tavolo di cucina, lo sviluppo del codice genetico, del progetto biologico di uno zigote, cioè di un ovulo, fecondato da pochi giorni o settimane. Ad esempio quello di mangiare, vivere, quando so che l'80 per cento dei bambini messi al mondo in intere regioni di questa terra e in quest'anno, lo sono stati nell'unica, ineliminabile prospettiva di soffrire orribilmente e di morire assassinati dalla fame e dalle malattie, nelle prossime settimane e già mentre sto scrivendo. Grazie anche all'Humanae vitae.
Ma c'è dell'altro, e più grave. Pasolini ha scritto della scomparsa, del ‘genocidio' delle lucciole. Io non ironizzo. Mi crederà se gli assicuro che una notte, già anni fa, amando, ho raccontato le lucciole scomparse, come una favola, a chi m'era accanto? Sono fra coloro che hanno compreso, quindi, il suo articolo sul Corriere della Sera. Ma Pasolini mi comprenderà, a sua volta, quando affermo che se dovessi scegliere fra salvare un agnello vivo, dolce, trepidante, con i suoi occhi e i suoi belati, e salvare un zigote casuale e non voluto, e dovessi farlo in omaggio e rispetto della vita, è quella ‘creatura del Signore' che probabilmente salverei? Eppure domani mangerò abbacchio al forno. ‘Agnus Dei tollis peccata mundi..'. Questa è la vita: nel dramma è la sua e nostra nobiltà. Scegliere quale dolore: altro spesso non possiamo, per onorarla e tentare la bontà e la felicità (…).

Aggiungerà Italo Calvino: “Solo chi - uomo e donna - è convinto al cento per cento d'avere la possibilità morale e materiale non solo d'allevare un figlio ma d'accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d'imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. (…) L'aborto è 'una' cosa spaventosa. Nell'aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell'uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte”.

Anche se quell'uomo si chiama Pier Paolo Pasolini.

Data articolo: Tue, 19 Jan 2021 05:30:00 GMT
News n. 4
Chiesi Farmaceutici di Parma, accordo integrativo storico

Mentre si attende, con preoccupazione, di capire cosa accadrà dopo il 31 marzo e la fine del blocco dei licenziamenti, ci sono ancora realtà lavorative in cui i sindacati riescono, con impegno, a portare a casa intese virtuose e, per certi aspetti, persino rivoluzionarie. Non è facile, di certo non è scontato, ma succede ancora. In un Paese che sembra scivolare senza freni lungo un piano inclinato dall'emergenza che si è fatta quotidianità, minato da crisi di ogni ordine e grado, sanitaria, economica e, nelle ultime ore, persino politica, è sorprendente quanto possa essere prezioso il lavoro dei sindacati, capaci di tutelare sul territorio, spesso nel singolo sito produttivo, la realtà delle persone, di incidere sulla qualità delle loro vite. Confermando una volta di più che in attesa del vaccino anti covid, l'azione delle organizzazioni di rappresentanza resta l'antidoto contro i mali della società attuale: il lavoro povero, la mancanza di tutele, la perdita di valore e di significato del lavoro stesso e della solidarietà. In questo caso è ancor più sorprendente per la sensibilità sociale e concreta contenuta nelle decisioni assunte congiuntamente dalle parti.  Parliamo dell'accordo integrativo firmato oggi a Parma tra il gruppo Chiesi Farmaceutici, realtà internazionale focalizzata sulla ricerca con due miliardi di euro di fatturato, il cui stabilimento cittadino dà lavoro a circa duemila persone, e le organizzazioni sindacali di settore, Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. Un accordo ratificato all'unanimità dai lavoratori in assemblea.

Tra i fattori principali, ci ha spiegato Marco Todeschi, segretario della Filctem Cgil Parma, ce ne sono almeno quattro da sottolineare. Si parte con le novità in tema di genitorialità, nel quale gli elementi che entrano nella nuova intesa rivelano una sensibilità non comune, soprattutto in questi tempi difficili di pandemia e rischio crisi. In tema di congedo parentale – quello che era conosciuto come maternità facoltativa – la retribuzione passa dal 30 al 60 per cento dello stipendio. Ai padri vengono aggiunti 5 giorni in più rispetto a quanto stabilito dalla normativa vigente sul congedo di paternità. Riguardo ai permessi per assistenza dei figli fino ai tre anni di età, ci saranno tre giorni di permesso retribuito se la malattia del bambino è certificata dal pediatra. E viene raddoppiato il rimborso delle rette dell'asilo e della scuola materna, che passa da 50 a 100 euro.

Priorità è stata data anche al contrasto alla violenza di genere, un fenomeno dal quale i luoghi di lavoro, purtroppo, non sono esenti. Nell'accordo si parla di attivare un percorso di prevenzione con iniziative congiunte che coinvolgano le associazioni che operano quotidianamente sul territorio con azioni di contrasto.

Fondamentale, per i sindacati, anche la decisione di retribuire al 100 per cento i malati oncologici.

Grande sensibilità viene esplicitata anche dal passaggio dedicato a chi sceglie di fare volontariato e sostegno alla collettività. Per ogni otto ore chieste dai dipendenti a questo scopo l'azienda ne darà altre otto.

Sulle questioni più strettamente connesse all'organizzazione e alla regolamentazione del lavoro, “è politicamente molto avanzata”, ci ha detto Marco Todeschi, la garanzia rivolta ai lavoratori in appalto, altrove in balia spesso di quella corsa al massimo ribasso che azzera per loro, di fatto, ogni tutela. Con il nuovo integrativo l'azienda si impegna a chiedere alle ditte in appalto l'applicazione del contratto nazionale di riferimento con maggiore rappresentatività. Niente contratti pirata.

Altro elemento che il segretario non esita a definire storico è la possibilità di richiedere l'esclusione dai turni notturni. In un decennio in cui il momento della pensione si è allontanato progressivamente, alla Chiesi Farmaceutici, per la prima volta, i lavoratori, al compimento del 60esimo anno di età, potranno decidere di non fare più le notti, mantenendo tuttavia il diritto a uno stipendio che sia calcolato sulla media degli ultimi 10 anni di indennità notte, turno e maggiorazione.

L'ultimo accento, tra i tanti motivi di soddisfazione per l'accordo, Todeschi lo pone sull'indennità di vestizione. L'azienda, riconoscendo che il tempo perso dai lavoratori a cambiarsi è tempo dedicato al lavoro, pagherà 15 minuti al giorno. Sanando, anche su questo versante, un motivo di discussione che negli anni ha dato spesso adito a conflitti e contenziosi.

Molto soddisfatti i sindacati. Non è stato facile portare a casa un tale risultato in un momento di pandemia, crisi economica, paura del futuro e incertezza. A dimostrazione delle buone relazioni tra management e lavoratori e a suggellare la firma, la decisione del gruppo, contenuta nell'accordo, di mettere a disposizione uno spazio per l'attività sindacale, spazio del quale potranno usufruire anche i lavoratori in appalto.

Data articolo: Mon, 18 Jan 2021 13:49:58 GMT
News n. 5
Auschwitz: ultimo appello

Il 17 gennaio 1945 aveva luogo l'ultimo appello generale nel campo di Auschwitz. Erano presenti 67012 detenute e detenuti: 31894 ad Auschwitz I e a Birkenau, 35118 nei sottocampi e a Monowitz. La mattina del 18 gennaio inizia la partenza di coloro che erano in grado di camminare, divisi in colonne di diversa entità (500, 1000, 1500 individui, a seconda dei casi). Rimarranno nei campi circa 9000 malati, in una situazione di degrado e abbandono totale, che Primo Levi descrive così:

Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell'Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Dai vari indizi è lecito dedurre l'originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell'avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera. Nell'infermeria del lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi. La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che delimitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.
Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Così per noi anche l'ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso del pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell'offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l'anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.
Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera. Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni. (…) Era intanto sopravvenuto il disgelo, che da tanti giorni temevamo, ed a misura che la neve andava scomparendo, il campo si mutava in uno squallido acquitrino. I cadaveri e le immondizie rendevano irrespirabile l'aria nebbiosa e molle. Né la morte aveva cessato di mietere: morivano a decine i malati nelle loro cuccette fredde, e morivano qua e là per le strade fangose, come fulminati, i superstiti più ingordi, i quali, seguendo ciecamente il comando imperioso della nostra antica fame, si erano rimpinzati delle razioni di carne che i russi, tuttora impegnati in combattimenti sul fronte non lontano, facevano irregolarmente pervenire al campo: talora poco, talora nulla, talora in folle abbondanza.
Ma di tutto quanto avveniva intorno a me io non mi rendevo conto che in modo saltuario e indistinto. Pareva che la stanchezza e la malattia, come bestie feroci e vili, avessero atteso in agguato il momento in cui mi spogliavo di ogni difesa per assaltarmi alle spalle. Giacevo in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, e tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni. Non c'erano medici né medicine. Avevo anche male alla gola, e metà della faccia mi era gonfiata: la pelle si era fatta rossa e ruvida, e mi bruciava come per una ustione; forse soffrivo di più malattie ad un tempo. Quando venne il mio turno di salire sul carretto di Yankel, non ero più in grado di reggermi in piedi. Fui issato sul carro da Charles e da Arthur, insieme con un carico di moribondi da cui non mi sentivo molto dissimile. Piovigginava, e il cielo era basso e fosco. Mentre il lento passo dei cavalli di Yankel mi trascinava verso la lontanissima libertà, sfilarono per l'ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell'appello su cui ancora si ergevano, fianco a fianco, la forca e un gigantesco albero di Natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: Arbeit Macht Frei, Il lavoro rende liberi”.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare” e “le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Data articolo: Mon, 18 Jan 2021 05:23:51 GMT
News n. 6
Discriminazioni dotte

Le discriminazioni non conoscono barriere culturali, geografiche, di ceto e di censo e a dimostrarlo c'è l'amara vicenda di Albertina Pretto, sociologa di 54 anni con una disabilità visiva, che ha visto sfumare la possibilità di essere confermata come ricercatrice all'università di Trento proprio perché discriminata in sede di concorso e non solo.  

Vincitrice nel 2014 di un posto da ricercatrice nel suddetto Ateneo, dove già lavorava dal 2008 con diversi contratti di docenza e di ricerca, Pretto aveva presentato un certificato d'invalidità del 75% già al suo ingresso come ricercatrice perché la patologia stava degenerando. Una condizione che, col passare del tempo, le ha provocato l'ostilità di alcuni colleghi, tanto che nel 2017 si è anche dimessa dal Comitato unico di garanzia di Ateneo dove si occupava di disabilità.

In quel frangente, con una lettera indirizzata al Rettore, affermava che le dimissioni erano dovute al fatto che le sue sollecitazioni a favore di una migliore inclusione delle persone con disabilità, venivano costantemente ignorate. Nella stessa lettera lo informava anche che lei stessa era oggetto di comportamenti scorretti. Ma questa missiva, così come altre segnalazioni, è caduta nel nulla. “Sono stata anche insultata – racconta la sociologa – e mi sono stati negati gli ausili che avevo richiesto al fine di lavorare meglio.”

Scade il contratto da ricercatore e, come vuole la prassi, Pretto si accinge ad affrontare il concorso che l'avrebbe rinnovata di tre anni, al termine dei quali ci sarebbe stata la valutazione per la conferma a tempo indeterminato. “Già dalla pubblicazione del bando capisco che c'è qualcosa che non torna, un'idea che si rafforza col passare del tempo e di situazioni incresciose. E infatti il concorso viene fatto vincere a una persona che ha meno titoli di me e che è priva di abilitazione scientifica nazionale mentre io ne ho due. Il direttore mi offre allora un contratto di un anno per 30 mila euro. Ricordo bene che ha detto 'formalmente deve essere un bando su un tema indicato da te'. Io ero basita perché la proposta non mi sembrava nemmeno lecita: ho risposto solo che ci avrei pensato. Poi me ne sono andata e non mi sono più fatta sentire perché non volevo essere coinvolta in un'altra selezione poco chiara”.

Lo scorso luglio arriva la notizia: il ricorso presentato da Pretto al Tar è stato vinto. Ma la risposta dell'Università di Trento con la convocazione del nuovo concorso è arrivata solamente a dicembre, grazie alla notifica della sentenza e alla denuncia fatta dalla sociologa a mezzo stampa. Dopo una serie di vicissitudini legali, quindi, Albertina Pretto si accinge ad affrontare un nuovo concorso che però è già sicura di perdere.

Intanto, forte di un ragguardevole curriculum, è sempre stata attiva e, nonostante i danni psicofisici subiti, il forte dimagrimento, l'insonnia, l'ansia, Albertina organizza conferenze a livello internazionale, pubblica articoli su riviste sempre internazionali, partecipa all'ideazione di corsi per insegnanti. In procinto di promuovere una causa per discriminazione contro disabile su luogo di lavoro, è chiaro, come si percepisce dal tono della sua voce, che continuerà a battersi per quei diritti che, lo sa bene, non sono solamente i suoi.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 13:37:23 GMT
News n. 7
Donne disabili, doppia emarginazione

“Albertina Pretto si deve battere per ciò che le spetta”. Nina Daita, responsabile politiche della disabilità della Cgil nazionale, esorta così la sociologa dell'Università di Trento discriminata per la sua disabilità visiva e la cui storia è raccontata da Collettiva.it. “Noi siamo doppiamente discriminate, come donne e disabili – ricorda amaramente Daita -. Noi donne disabili dobbiamo fare il triplo salto mortale per dimostrare la nostra professionalità e la nostra preparazione, perché esistono stereotipi che ci ritraggono incapaci e improduttive. Le persone con disabilità non sono malate, portano solamente le conseguenze di patologie che possono essere superate con ausili e accomodamenti ragionevoli mettendo in situazione di parità rispetto agli altri colleghi”.


Per la sindacalista sono quindi ancora da abbattere gli stereotipi culturali dannosi, nel nostro Paese come altrove: “In Spagna, Francia e Germania ci sono ancora grandi preclusioni. Per non parlare del Belgio, dove esistono due mondi, uno per i disabili e uno per i normodotati”. Daita sottolinea anche l'esistenza in Italia di una legge contro le discriminazioni nei confronti dei disabili “ma, visto che non prevede sanzioni, viene elusa”.  “Negli ultimi trent'anni – prosegue - ci sono state evoluzioni culturali notevoli, ma sicuramente c'è ancora moltissimo da fare: secondo me, ad esempio, è necessario avere le quote d'obbligo nel mondo del lavoro, non perché (come dicono gli imprenditori) una legge impositiva debba essere considerata una tassa aggiuntiva, ma perché negli anni può cambiare l'atteggiamento culturale verso le persone con disabilità”.

La responsabile politiche della disabilità della Cgil ragiona senza prescindere dalla nostra storia che ha fatto sì che ancora negli anni Settanta ci fossero le scuole speciali per disabili mentali e fisici, perché solamente nel ‘75 è stata approvata la norma sull'inclusione scolastica. “Nel concreto assistiamo ancora a molte situazioni di ingiustizia, ma abbiamo le armi per combatterle e andiamo avanti finché i nostri diritti non saranno garantiti, facendo ricorso alle sedi istituzionali e anche alle vie legali. Oggi – prosegue – abbiamo ancora un milione di disabili disoccupati iscritti al collocamento e la norma sull'inclusione scolastica non viene ottemperata a causa della didattica a distanza che ha portato a molte regressioni e a problemi di ordine psicologico: in questo momento di crisi pandemica siamo costretti a difendere ciò che abbiamo, ma, usciti dall'emergenza, dovremo sederci attorno a un tavolo e discuterne – conclude Daita -  e la Cgil sarà sempre dalla parte delle donne disabili”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 13:36:00 GMT
News n. 8
Per ospedali sicuri vaccinare anche lavoratori in appalto
 

 

“Se vogliamo ospedali sicuri, in cui il virus sia sotto controllo, non si può prescindere dalla somministrazione del vaccino a tutti coloro che lavorano in questi siti. Non solo ai dipendenti diretti, ma anche a noi degli appalti. Io, grazie all'impegno della Cgil, lo scorso 6 gennaio ho ricevuto la prima dose del vaccino. Solo così può iniziare davvero la lunga maratona contro la pandemia”.

Poche, semplici parole, quelle di Davide, delegato della Filcams e addetto di una ditta in appalto per il trasporto di materiali biologici all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna. Per spiegarci l'importanza di un accordo, quasi unico nel panorama nazionale, con cui la Cgil del territorio, insieme alle altre confederazioni, ha reso possibile l'inserimento, nella prima fase di distribuzione dell'antidoto, di chi lavora negli appalti della sanità del capoluogo emiliano. Un risultato che mette al sicuro i presidi ospedalieri, chi ci lavora e le famiglie e limita il rischio del contagio.  

“È importante ricordare che all'interno degli ospedali, oltre a medici, infermieri e operatori socio sanitari, lavorano tante altre persone che svolgono mansioni che, seppure considerate accessorie, restano fondamentali per il funzionamento delle strutture stesse. E poi lo considero un riconoscimento al nostro lavoro durante la pandemia. Quando sarà il vostro turno – è il saluto di Davide – vaccinatevi!”.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 10:37:39 GMT
News n. 9
Navigare sicuri

Dopo l'Esercito e la Guardia di finanza anche la Marina militare si è dotata di un'associazione professionale a carattere sindacale. Nel 2018, infatti, la Corte costituzionale ha sentenziato che anche i lavoratori e le lavoratrici in divisa hanno diritto alle libertà sindacali. Daniele Malacrida, eletto segretario generale del Silmm, ragiona con Collettiva.it su senso, obiettivi e programmi dell'associazione

Anche la marina militare si è dotata di un'associazione a carattere sindacale. Perché?

Innanzitutto occorre fare una premessa: le associazioni a carattere sindacale nel mondo militare rappresentano un genere diverso, peculiare, rispetto a tutto il resto delle organizzazioni sindacali. La specificità del contesto militare è tale che non si può prescindere da questo concetto. Noi siamo prima di tutto, è bene evidenziarlo subito, dei militari. Il nostro essere lavoratrici e lavoratori trova ragione e scopo nella divisa che indossiamo e nelle regole che seguiamo. Come tali, anche la nostra visione del sindacato rappresenta qualcosa di più, e qualcosa di diverso, rispetto alla costituzione di un sindacato civile. Vede, noi – all'atto del nostro insediamento nel corpo militare di appartenenza – prestiamo un giuramento: che è un giuramento di fedeltà indiscussa alla patria, alle istituzioni, ai valori fondanti dello Stato democratico Italiano. Nulla può esservi, anche nel nostro associazionismo sindacale, al di fuori di questo giuramento. Esprimo questo pensiero con estrema decisione perché sia chiaro a chiunque, anche a chi non crede nell'opportunità di un sindacato militare, che la nostra militanza sarà, come deve essere, sempre all'interno di questo perimetro. Un conto è, però, camminare nelle regole, un altro aiutare il comparto militare, e in specie quello di nostra pertinenza, la Marina, a evolversi portandosi al passo con il mondo del lavoro e con le strutture europee e mondiali dello stesso genere, che già esistono da tempo all'estero, e che tutelano con serietà la vita, la carriera, le esigenze e non ultimi i diritti dei militari. Peraltro, il corollario necessario di questa evoluzione è che si otterranno positive conseguenze anche per il “datore di lavoro”, ossia l'amministrazione militare, poiché lavoratori garantiti, tutelati, supportati rendono sicuramente migliore il rapporto lavorativo.

Le forze armate, quindi, come luogo di lavoro e gli uomini e le donne in divisa lavoratori e lavoratrici a tutti gli effetti, con doveri da rispettare e diritti da tutelare. Quali?

Com'è ovvio, i diritti da tutelare sono gli stessi ovunque e sono quelli che si ispirano non solo al raggiungimento del miglior risultato lavorativo, ma anche personale. Ritrovare il giusto equilibrio tra le parti nel momento in cui dovesse venire a mancare, ecco questo sarà l'obiettivo cardine del nostro sindacato. La centralità del nostro ruolo sarà proprio nel vigilare affinché le leggi esistenti vengano applicate e gli squilibri normativi colmati, a tutela dei lavoratori militari. Prima di tutto dunque, la normativa vigente sulla sicurezza nel luogo di lavoro, a garanzia del corretto svolgimento delle mansioni e anche, ovviamente, per evitare che insorgano tragedie che coinvolgano il personale e siano fonte di responsabilità per l'amministrazione. Ancora, grande spazio verrà dato alla tutela della genitorialità e alle problematiche familiari. La presenza femminile all'interno del mondo militare e specificamente in Marina, ormai consolidata da tempo, non ha ancora ricevuto il giusto peso e le necessarie tutele affinché sia possibile per lavoratrici e lavoratori militari trovare un equilibrio tra i propri doveri verso la nazione e quelli verso la famiglia. Dobbiamo ricordare infatti che essi rappresentano entrambi beni costituzionalmente garantiti. La lesione dell'uno o dell'altro creerebbe danno e scompenso sociale.
Siamo qui a predisporre, garantire, accompagnare e realizzare queste tutele. La serenità familiare è determinante perché i militari possano lavorare e rendere al meglio delle loro possibilità.

Quali strumenti d'azione e quali obiettivi prioritari vi ponete?

Creare nei lavoratori, la coscienza dei propri diritti e dei mezzi necessari per perseguirli, è l'obiettivo di ogni sindacato. Ancor di più per chi, come noi, per tanti anni ne è stato privato e solo ora si accosta a questo nuovo modo di concepire la propria realtà lavorativa. Nell'immediato, gli strumenti di cui i lavoratori militari hanno bisogno e di cui cercheremo di dotarli, saranno quelli pratici. Le problematiche connesse al prestare lavoro spesso lontano dalle proprie famiglie, le molteplici difficoltà in cui le lavoratrici e i lavoratori della marina possono incorrere, non ultimo – stando alle statistiche in nostro possesso e alle richieste d'aiuto che ci stanno giungendo – il dramma del sovraindebitamento, rappresentano per noi gli obiettivi principali; il supporto al personale a livello legale, sanitario, psicologico, in sintesi la creazione di una rete che consenta ai nostri colleghi di non essere soli negli anni lavorativi, e, soprattutto, di non farli sentire abbandonati. Il Silmm ci sarà per le grandi lotte a tutela dei diritti dei militari di Marina, ma ci sarà anche per le problematiche ritenute minori ma che sono di grande impatto nella loro quotidianità.  

L'associazione è nata, lo dicevamo, ma la politica fatica ancora a riconoscere il valore di queste associazioni a carattere sindacale. Vogliamo ricordare che Esercito, Finanza, Polizia di Stato, ad esempio, hanno già organizzazioni di questo tipo. In parlamento giace un testo di legge che dovrebbe dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale che riconosce anche agli appartenenti ai corpi militari il diritto alla rappresentanza sindacale. Cosa condivide e cosa non condivide di quel testo?

Premesso che la Polizia di Stato usufruisce di una normativa conseguente alla smilitarizzazione di questo corpo, risalente agli anni '80, e che pertanto potrà per noi costituire una buona base ma non certo potrà venir applicata integralmente, proprio per le sostanziali differenze esistenti tra corpi militari e non militari, devo aggiungere che l'ambito specifico della nostra appartenenza si avvicina di più all'esempio dell'Esercito e della Finanza, con le ovvie peculiarità di ciascuno. Ciò detto, il testo normativo è sicuramente valido ma ritenuto oramai obsoleto anche dagli stessi appartenenti alla Polizia di Stato, i quali auspicano un suo ammodernamento. Ritengo a tal proposito opportuno annotare che in quarant'anni l'evoluzione dei tempi ha cambiato a livello globale il nostro modo di pensare, di esprimerci, di comunicare, nuovi diritti si sono affermati e, com'è logico, tutto questo si è riverberato anche nel mondo del lavoro, e, dunque, anche nel mondo del lavoro militare. Il testo di legge all'attenzione del parlamento, invece, cioè quello che dovrebbe divenire la nostra guida per il sindacato militare, presenta numerose problematiche e non poche lacune: franca ogni considerazione in merito alle modalità di applicazione del sindacato all'ambito militare, su cui ritengo di aver già abbondantemente spiegato la posizione del Silmm, reputiamo assolutamente non condivisibile la duplicazione del sindacato militare quale clone della rappresentanza militare. Il concetto per cui la rappresentanza sindacale militare debba essere vista come una “concessione” fatta dal datore di lavoro, oltre a svilirne il significato, ne altera profondamente le ragioni e l'operatività. Questo è alla base della nascita, e della sopravvivenza, di ogni forma sindacale. Il sindacato nasce e si sviluppa per tutelare il lavoratore, e per affermare dei diritti che – in sé – sono già esistenti. E non certo emanazione di un datore di lavoro, sia esso pubblico o privato. Tanto l'amministrazione quanto la politica debbono capire che non v'è alcuna intenzione di ledere l'istituzione Forza Armata né, tanto meno, la sua operatività, nella creazione e nella sussistenza del sindacato militare. Alcuni articoli, poi, del testo in preparazione, hanno dei rimandi addirittura paradossali: tanto per esemplificare, l'art. 3 sulla costituzione delle associazioni sindacali militari ricorda un po' troppo da vicino l'art. 4 della legge 563/1926 sulle corporazioni, di chiara matrice fascista, laddove si parla di riconoscimento e legalizzazione, e addirittura del potere di radiazione dei sindacati “scomodi” da parte del datore di lavoro! Qualora non bastasse, il testo parla anche della trascrizione del sindacato “in apposito albo”, quando chiunque sa che l'albo è lo strumento adoperato per certificare l'appartenenza a una determinata categoria professionale, come medici, avvocati, o giornalisti. In ultimo, e sempre a mero titolo di esempio, la sottoposizione alla giurisdizione amministrativa del sindacato, in luogo del giudice ordinario – che è giudice naturale (ossia precostituito per legge) delle controversie a sfondo sindacale, vero e proprio assurdo giuridico, che non ha nulla a che vedere con il fatto che il rapporto di lavoro subordinato del militare ricada nell'ambito della pubblica amministrazione e pertanto sia soggetto al giudice amministrativo. Controversia sindacale e controversia lavorativa sono concetti distinti. Capirà dunque come tali grossolanità inficino il testo fino a renderlo del tutto irricevibile.

Oggi pomeriggio si terrà la prima iniziativa organizzata dal Silmm “Navigare Sicuri”. Ci illustra gli obbiettivi di questo confronto?

L'obiettivo principale è quello di far comprendere, per quanto possibile, chi siamo, quali sono i nostri valori e come ci muoveremo. Abbiamo voluto invitare anche altre associazioni militari, perché la collaborazione fra noi è importante, e ne auspichiamo il supporto, anche per “fare rete”. Quelle civili della Polizia, invece porteranno la testimonianza del valore aggiunto che i sindacati hanno portato nella loro vita lavorativa, perché vorrei ricordare che anche loro, in passato, avevano lo status di militare.

Data articolo: Sat, 16 Jan 2021 09:44:00 GMT
News n. 10
Le cinque azioni per restituire dignità al lavoro domestico

Nell'ambito del lavoro domestico sono cinque le azioni strutturali che, secondo la piattaforma programmatica delle parti sociali, tra cui la Filcams Cgil, sono necessarie a preservare l'occupazione e restituire dignità al settore. Dall'adozione del trattamento economico di malattia a carico dell'Inps, compatibile con quello della generalità dei dipendenti, e dall'estensione della normativa di tutela della maternità e della genitorialità, comparabili con quelle riconosciute alla generalità delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, fino al riconoscimento ai datori di lavoro della deducibilità dal reddito di tutte le retribuzioni corrisposte ai lavoratori domestici e dei contributi obbligatori e all'istituzione di un assegno universale per la non autosufficienza e detraibilità fiscale dei contributi versati per i lavoratori addetti all'assistenza personale di soggetti non autosufficienti, a condizione della corretta applicazione della contrattazione nazionale sottoscritta dalle associazioni comparativamente più rappresentative della categoria.

Prioritario per le parti sociali anche l'immediato ripristino dei cosiddetti Decreti Flussi annuali, con la previsione di adeguate quote riservate al settore domestico e l'approvazione della Legge “Ero Straniero”.

La Piattaforma programmatica degli interventi normativi essenziali, definita dalle parti sociali firmatarie della contrattazione nazionale di settore - i sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs e Federcolf, e le associazioni datoriali Fidaldo (costituita da Nuova Collaborazione, Assindatcolf, Adld e Adlc) e Domina – è stata presentata al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al ministro per gli Affari Europei, Vincenzo Amendola, al ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, al ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo e al ministero della Famiglia.

“L'obiettivo – si legge nella nota della Filcams Cgil – è quello di favorire l'equilibrio dell'occupazione nel settore del lavoro domestico dove è necessario e urgente anche affermare la dignità del lavoro, nel rispetto della Convenzione ILO 189 e dei venti punti del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali adottato il 17 novembre 2017, con proclamazione solenne, da Parlamento Europeo, Consiglio e Commissione Europea”.

Il lavoro domestico interessa 2,5 milioni di famiglie datrici di lavoro e più di 2 milioni di lavoratrici e lavoratori colf e badanti, oltre ai 9,5 milioni di cittadini in Italia che usufruiscono delle prestazioni; più dell'88% dell'occupazione è femminile; i lavoratori stranieri sono oltre il 73% e più del 44% sono cittadini Ue; oltre il 45% dell'occupazione è riconducibile al lavoro di cura e assistenza familiare.

“La categoria, sottolineano le parti nel documento congiunto, è al centro dei fenomeni che costituiscono le chiavi di volta del mercato del lavoro e del diritto sociale nel prossimo futuro e dei punti fondamentali degli interventi chiesti all'Italia dalla Commissione Europa: un intervento a largo spettro quello richiesto dall'Istituzione europea, volto all'aumento dell'occupazione femminile e all'inclusione dei migranti, ma anche finalizzato a supportare il graduale invecchiamento della popolazione e a contrastare il lavoro irregolare, fenomeno quest'ultimo ampiamente frequente nel comparto del lavoro domestico dove la quota del lavoro nero e sommerso, con circa 1,2 milioni di lavoratori irregolari, è pari al 60% di tutti i lavoratori occupati nel settore e al 40% del totale dei lavoratori irregolari in Italia”.

Le parti sociali «vogliono indicare le soluzioni concrete che congiuntamente datori di lavoro e lavoratori, ritengono debbano essere adottate cogliendo la fase emergenziale che si sta attraversando quale occasione per rivedere assetti normativi obsoleti, che non rispondono alle esigenze di milioni di persone coinvolte, famiglie e lavoratrici, nel settore del lavoro domestico». «Soluzioni che, nell'attuale fase – sottolineano – possono essere supportate da risorse nazionali ed europee, essendo riferite a temi portanti sia del PNRR che del New Generation EU».

«Soluzioni – concludono – volte a definire la funzione del lavoro di cura in ambito domestico, sussidiaria al welfare pubblico, necessaria a soddisfare compiutamente i bisogni di vita degli anziani, dell'infanzia, della disabilità, dei genitori, al fine di realizzare il necessario equilibrio dei tempi di vita».

Data articolo: Thu, 14 Jan 2021 13:06:56 GMT
News n. 11
La vittoria di Cgil Cisl Uil Bologna: appalti primi a vaccinarsi con medici e dipendenti diretti

A Bologna i primi vaccini, insieme al personale sanitario, li stanno somministrando anche ai lavoratori degli appalti che ogni giorno vivono la prima linea dell'ambiente ospedaliero. Parliamo di pulizie, sanificazioni, centrali di sterilizzazione. Ma anche di lavanderie industriali, mense, bar. Parliamo di quel lavoro sempre trattato come la serie B, persino dopo che il covid ci ha insegnato che senza non esisterebbe la serie A. E allora tutti in fila per l'antidoto che mette fine all'incubo contagio. Medici, infermieri e addette alle pulizie, rianimatori e banconisti dei bar interni agli ospedali. Per realizzare uno degli slogan sui quali più si è spesa la Cgil in questi anni: stesso lavoro, stessi diritti.

La storia più bella del primo capitolo della saga dei vaccini l'ha scritta la Cgil di Bologna che, con un'azione congiunta di tutte le categorie coinvolte, ha ottenuto l'equiparazione di trattamento tra dipendenti diretti e colleghi in appalto. Per una volta la catena si è accorciata fino a scomparire. Un modo concreto per dirlo ce lo suggerisce Sonia Sovilla, della segreteria della Camera del Lavoro metropolitana, riportandoci alcuni dei commenti dei protagonisti: “Ce la possiamo fare, non è che negli appalti si perde sempre. Non è stato di poco conto sentirsi paragonato a un lavoratore diretto per la prima volta”.

Un risultato tutt'altro che casuale, ci spiega la sindacalista. “Non è che una mattina ti svegli e ottieni un risultato di questa portata. Sono almeno due anni che lavoriamo pancia a terra sugli appalti in sanità. Abbiamo creato un gruppo intercategoriale sperimentale, a regia confederale, che tiene dentro tutti i funzionari delle varie categorie. Che ci ha permesso, nel tempo, di affrontare, tutti insieme, i problemi degli ultimi, di fare contrattazione inclusiva, di fare sindacato di strada e garantire, a chi sta peggio e a chi sta meglio, gli stessi diritti”. Sindacato di strada, la parola magica da sottolineare. Verrebbe quasi da dire, in questo caso, sindacato di corsia. Per rispondere a chi chiede alla Cgil “dove eravate? Cosa avete fatto?” non c'è storia migliore ai tempi del covid. Perché in una situazione di precarietà come quella che si vive nella jungla d'appalto – orari peggiori, stipendi peggiori, prospettive peggiori, guerre tra poveri – ottenere il vaccino prima di tutti è un riconoscimento concreto, senz'altro, ma anche sociale, al loro lavoro e alla loro utilità. Una garanzia per persone che tutti i giorni hanno a che fare da molto vicino con il covid, eppure, senza questo accordo, avrebbero dovuto aspettare chissà quanto, confusi nei turni e nelle priorità del resto della cittadinanza. Molti di loro – pensiamo agli appalti delle pulizie – già da mesi conoscono la lunga, complessa e pericolosa vestizione e svestizione di chi ha contatto diretto con il contagio, uno dei simboli della pandemia. Sacrosanto ma non scontato che oltre a correre gli stessi rischi potessero beneficiare degli stessi diritti.

“Il contesto ci ha aiutati – ci ha detto Sonia Sovilla –. A forza di ripetere ad ogni tavolo da più di due anni la formula anche i lavoratori in appalto abbiamo creato una certa cultura e sensibilità persino nelle controparti. Le quali si sono, oggettivamente, rese conto che la garanzia di un lavoro di qualità dipendeva soprattutto dai diritti riconosciuti ai lavoratori in appalto. Hanno capito che fare il tampone al lavoratore delle pulizie, così come fargli il vaccino il prima possibile, è fondamentale per evitare il propagarsi dei contagi”. Concetti e parole semplici, sembrerebbe. Eppure, ammette, “io non credo che ci siano altre realtà dove tutto il mondo degli appalti rientra nella procedura prioritaria dei vaccini”.

A beneficiarne dell'accordo, sottolinea la sindacalista della Cgil, anche i volontari – non pochi in una realtà storicamente sensibile come quella bolognese – e il filone sociale delle cra, le case residenze per anziani, dove, come purtroppo sappiamo, più duramente ha colpito il virus.

E allora tutti in fila per la somministrazione. Migliaia di lavoratori in appalto aspettano il proprio turno. Per giunta in orario di lavoro, proprio come capita al personale sanitario diretto. Mentre la Cgil, con le assemblee, fa informazione sul vaccino, convince gli scettici, spiega e diffonde la propria posizione. E continua ad aumentare la propria fetta di rappresentanza che, da quando è nato questo gruppo intercategoriale, ha conosciuto veri e propri exploit del tesseramento nei luoghi della sanità coinvolti.

Data articolo: Thu, 14 Jan 2021 05:42:00 GMT
News n. 12
Vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose

Il 12 gennaio 1912, contro una riduzione dei salari, scendono in sciopero gli operai delle quattro fabbriche tessili di Lawrence, Massachusetts. Insieme ai bambini, la manodopera femminile è circa la metà della forza-lavoro delle fabbriche. Per meglio resistere alla pressione e ai ricatti padronali, gli scioperanti organizzano l'assistenza dei bambini e il loro trasferimento presso i simpatizzanti delle altre città. Nello sciopero di Lawrence troverà espressione la sacrosanta richiesta di una diversa qualità della vita, al di là delle necessarie rivendicazioni economiche.

Durante lo sciopero un gruppo di giovani operaie di picchetto ai cancelli di una fabbrica isserà - secondo alcuni per la prima volta nella storia - uno striscione con una frase che alla storia passerà: “We want bread and roses too” (Vogliamo il pane ma anche le rose).

“Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere - affermava Rose Schneiderman, leader femminista e socialista della Wtul, durante un discorso che rivendicava il diritto di voto femminile di fronte a una platea di suffragette benestanti a Cleveland - il diritto alla vita così come ce l'ha la donna ricca, al sole e alla musica e all'arte. Voi non avete niente che anche l'operaia più umile non abbia il diritto di avere. L'operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere”.

La frase ispirerà il titolo della poesia Bread and Roses di James Oppenheim, pubblicata nel dicembre 1911 sulla rivista The American Monthly e il poema sarà messo in musica nel 1974 da Mimi Fariña e registrato da vari artisti, tra cui Judy Collins, Ani DiFranco, John Denver e Josh Lucker.

“Da quando, nel 1912, venne scelta dalle operaie tessili di Lawrence come canzone - simbolo della loro dura lotta per il reddito e la dignità, ‘il pane e le rose' non è più stato soltanto uno slogan né, tantomeno, una semplice canzone - si legge nella presentazione del volume Il pane e le rose. Femminismo e lotta di classe di Andrea Iris D'Atri - Autentico manifesto di un mondo a venire, ‘il pane e le rose' sintetizza l'idea di una società dove si è più felici, realizzati, liberi. Una società, dunque, dove il tema dell'emancipazione della donna diventa il pilastro su cui fondare il senso di un riscatto collettivo, finalmente in grado di scardinare la divisione in classi e la relativa dinamica di sfruttamento e di oppressione economica e patriarcale”.

Pochi giorni fa Susanna Camusso scriveva:

“Si usa formulare i buoni propositi per l'anno nuovo ancor più se l'anno che si saluta è il 2020, un anno che ha sconvolto le nostre vite, che ha svelato fragilità e diseguaglianze che in troppi non volevano vedere, gli stessi che invocano il ritorno alla normalità. Non mi eserciterò in buoni propositi ma in pensieri, pensieri che descrivono strade diverse, provano a disegnare quel cambio di paradigma che tanti invocano, e poi si traduce in ricette già viste perché non ci si interroga sulle ragioni della fragilità del mondo e sul come ripararlo. Il primo pensiero è che senza le donne, continuando a escluderle e a marginalizzarle, non c'è cambio di paradigma. Senza le donne non si farà, non solo perché è già dimostrato che dove governano le donne si è affrontata meglio la pandemia, ed ognuno ed ognuna di noi sa che sono le donne in prima linea nel garantire quei servizi essenziali per affrontare la difficile quotidianità di questo lungo periodo foriero di insicurezze e paure. Ma senza le donne non si farà perché mancherebbe quello sguardo e soprattutto quei saperi che leggono il bisogno di cura, che sanno declinare l'economia della cura. Il mondo ha bisogno di cura, perché lo stiamo distruggendo, ha bisogno di rammendo e di scelte davvero diverse, che non lo inquinino e non lo consumino, ha bisogno di economia circolare, di produrre e riprodurre e non di armi che inquinano e distruggono. Di cura hanno bisogno le persone, sanità pubblica che renda effettivo il diritto alla salute, di prevenzione, di prossimità, di presa in carico. Di cura ha bisogno il lavoro, precario, sfruttato, frammentato, che ha invece bisogno di salute, sicurezza, certezze e qualità. Di cura ha bisogno l'economia piegata al profitto che arricchisce pochi e impoverisce molti. Di cura hanno bisogno bambine e bambini, di socialità di gioco e di creatività Di cura hanno bisogno ragazzi e ragazze, cura della loro istruzione del oro poter scommettere su futuro e progetti, di cura hanno bisogno le opportunità e la mobilità sociale. Di cura ha bisogno il territorio perché non frani e non degradi, come di cura hanno bisogno le città perché non siano estese periferie. Di cura hanno bisogno le anziane e gli anziani non di solitudine e di dipendenza. Di cura hanno bisogno gli spazi domestici perché non siano luogo di sopraffazione e di violenza. Di cura hanno bisogno le menti, perché conoscenza, formazione, cultura, arte, non siano privilegi. Di cura ha bisogno l'informazione perché le parole sono pensiero e la violenza si definisce come tale senza complicità e indulgenze. Di cura ha bisogno l'intelligenza artificiale perché non riproduca stereotipi diseguaglianze. Di cura hanno bisogno le amministrazioni e le istituzioni perché è loro responsabilità l'attuazione dei diritti sociali e di cittadinanza; cittadinanza di cui hanno bisogno migranti e rifugiati, cura di persone che "non vediamo” ma sfruttiamo. Cura è politica, economia, fondamento e non può essere reclusa nelle case, nella inventata “naturale propensione” femminile, funzionale a chiudere le donne nelle case ed escluderle dal palcoscenico pubblico. Palcoscenico pubblico che ha bisogno di cura perché reso cieco dal patriarcato e dalla non rappresentanza delle donne.

Vogliamo una società - scrivevamo qualche mese fa - in cui “il lavoro di cura non venga considerato una prerogativa esclusivamente femminile nella quale non si chieda più a nessuno a un colloquio di lavoro 'Lei ha intenzione di avere figli', o 'È sposata?'. Una società in cui un uomo che usufruisce del congedo parentale non venga definito 'mammo', nella quale una politica venga giudicata per i suoi meriti o demeriti e non per l'eleganza del vestito indossato o per la bellezza del taglio di capelli o dell'acconciatura. Una società che sappia tradurre le 'scoperte' di questa emergenza: che avere cura, prendersi cura, prendere in carico non è fatto privato, non è l'accudimento istintivo delle donne, ma la condizione della società futura. Una società dove servizio sanitario nazionale significa certezza di eguaglianza e servizi pubblici significano coesione sociale ed istruzione pubblica e disponibile è la scommessa collettiva per un futuro migliore. Quella società - che oggi ci manca - dove le persone e il loro benessere vengano prima del profitto. Quella società che oggi premia le professioni maschili e poi scopre di dipendere da personale sanitario, operatrici e operatori della distribuzione, angeli delle pulizie. Una grande moltitudine prevalentemente femminile che nella quotidianità del 'prima' non era vista, mal retribuita, poco considerata, anzi rimbrottata con il classico: 'Perché non hai scelto una professione maschile?'. Pensarci oggi perché domani si esca da un altro grande stereotipo, quello che la cura sia cosa di donne (sentite il tono di superiorità infastidita con cui vengono pronunciate queste parole!), per pensare che la cura è la sfida per tutte e tutti se vogliamo un futuro”.

Per tutte e tutti. Tutti insieme. Perché tutte insieme vogliamo tutto. Vogliamo il pane, e vogliamo anche le rose!

Data articolo: Tue, 12 Jan 2021 06:09:10 GMT
News n. 13
Rosarno 11 anni dopo, i nodi restano

Sono trascorsi undici anni dall'ormai nota rivolta di Rosarno. Da allora, instancabilmente e con determinazione, abbiamo chiesto azioni immediate e concrete per superare la critica situazione alloggiativa dei numerosi lavoratori migranti della Piana di Gioia Tauro. Abbiamo avanzato proposte a breve e medio termine, senza dubbio più dignitose, per migliorare le condizioni igienico-sanitarie in cui vivono, per mettere in sicurezza uomini, donne e bambini, e garantire per il territorio una condizione più civile.

Qualche passo in avanti è stato atto. Ma oggi, malgrado le nostre denunce e le pressanti richieste, nonostante l'impegno e gli appelli della Prefettura e dei sindaci della Piana impegnati nel tentativo di superare definitivamente le criticità e si una situazione complessa, malgrado l'importante lavoro di contrasto all'illegalità e al caporalato svolto dalle forze dell'ordine, dal Commissariato di pubblica sicurezza di Gioia Tauro e dalla Questura di Reggio Calabria, restano ancora troppe le questioni irrisolte.

Di questo lungo periodo rimangono impressi i nomi delle tante vite spezzate, dei tanti morti, bruciati, uccisi dal freddo e dagli stenti, dalle violenze e dallo sfruttamento. Come quello di Gora Gassama, falciato qualche settimana fa mentre ritornava in bicicletta alla nuova tendopoli di San Ferdinando dopo una giornata di lavoro. Dopo quella tragedia la Cgil insieme ad alle associazioni attive sul territorio ha scritto una lettera a tutte le istituzioni locali e nazionali per chiedere di provvedere con urgenza alla normale manutenzione delle strade della zona e alla messa in sicurezza del territorio mediante la dotazione di servizi pubblici di trasporto, piste ciclabili e adeguata illuminazione.

Sono infatti molte le preoccupazioni in questo momento in cui il clima di tensione è aggravato dal susseguirsi di una serie di incidenti stradali che hanno coinvolto altri migranti. Dopo la morte del giovane Gora, altri due lavoratori migranti sono stati coinvolti in incidenti simili, dovuti alla scarsa visibilità e pericolosità in cui versano le strade a pochi passi dalla Nuova tendopoli e dal campo container di Rosarno. Solo la fortuna ha voluto che questi nuovi infortuni non siano stati mortali.

Tutto questo non può essere considerato normale e inevitabile. Le istituzioni devono assumersi la responsabilità di porre fine al degrado infrastrutturale ed abitativo che caratterizza il territorio della Piana. Non è accettabile che il Corap, la Regione Calabria e chi di competenza non abbiano ancora dato seguito alle nostre pressanti richieste di messa in sicurezza dell'intera area. Non è più tollerabile il silenzio e l'indifferenza.

Servono risposte immediate alle troppe criticità irrisolte, adesso ulteriormente aggravate dalla pandemia. Perché dopo il secondo incidente, la grave reazione nei confronti del conducente mette in luce un clima di esasperazione e tensione estremamente preoccupante che potrebbe sfociare in situazioni di violenza non giustificate come già avvenuto in passato.

Continueremo nella nostra azione quotidiana di tutela e di denuncia chiedendo con determinazione interventi non più procrastinabili e il concreto coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, in particolare del Governo nazionale, della Regione Calabria e della Città Metropolitana, per superare definitivamente, attraverso politiche di promozione e sostegno socio-abitativo, questa drammatica e insostenibile situazione

Celeste Logiacco è segretaria generale della Cgil della Piana di Gioia Tauro e responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil Calabria

Data articolo: Thu, 07 Jan 2021 12:23:08 GMT
News n. 14
Modena, Villa Margherita condannata per condotta antisindacale

Sentenza di condanna per condotta antisindacale del Tribunale di Modena nei confronti della residenza per anziani Villa Margherita. La decisione, arrivata il 23 dicembre, riguardava il ricorso della Funzione pubblica Cgil di Modena, depositato a luglio 2020.

I fatti risalgono alla vertenza partita a settembre 2019, in merito all'applicazione del contratto nazionale Anaste “pirata”, cioè sottoscritto con organizzazioni sindacali non rappresentative. La Fp ne aveva contestato l'applicazione perché il contratto “pirata” peggiorava le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori di Villa Margherita, riducendone decisamente i diritti, riguardo all'istituto della malattia, al numero dei permessi e all'orario di lavoro. I dipendenti di Villa Margherita comunicarono e formalizzarono la loro piena dissociazione rispetto al contratto firmato dai sindacati Snalv, Confsal, Confelp, Cse, Cse Sanità e Cse Fulscam. Ma l'azienda decise comunque di imporlo. Ne scaturì una vertenza sindacale, che portò a scioperi e presidi, contrastati dalla direzione aziendale con l'adozione di comportamenti ritorsivi e intimidatori, ritenuti antisindacali dalla Fp Cgil, confermati dalla sentenza del Tribunale di Modena.

“Tra le varie azioni – si legge nella nota – il datore convocò i lavoratori in assemblea comunicandogli l'applicazione del nuovo contratto, zittendo il delegato sindacale mentre esponeva le sue ragioni. Nel corso dello sciopero il datore rimosse le bandiere della Fp, i cartelli e gli adesivi. La sentenza riconosce anche quale comportamento antisindacale l'applicazione del contratto nazionale Anaste non sottoscritto dalle organizzazioni sindacali confederali, perché imposto a lavoratori iscritti alla Fp Cgil”.

“Finalmente, dopo più di un anno dall'inizio della vertenza, abbiamo un riconoscimento formale alle nostre ragioni – ha commentato Mohcine El Arrag, responsabile provinciale del comparto socio-sanitario per la Fp Cgil di Modena –. Dopo i vani tentativi di coinvolgere il Comune di Modena e l'Azienda USL per arrivare ad una soluzione, visto che Villa Margherita è una delle aziende accreditate nel sistema socio-sanitario regionale. Svolge una parte della sua attività utilizzando le risorse pubbliche. Oltre all'applicazione di un contratto “pirata”, fatto già grave, sapevano che all'interno della Residenza per anziani vi erano comportamenti intimidatori da parte del titolare dell'Azienda, un vero e proprio padrone. Le lavoratrici e i lavoratori hanno sempre creduto, insieme a noi, in questa vertenza. Come la nostra delegata Anna Caracciolo, scomparsa a causa del Covid. Ora continueremo nella vertenza, perché le lavoratrici e i lavoratori delle CRA meritano dignità e dei contratti giusti”.

 

Data articolo: Tue, 29 Dec 2020 10:27:46 GMT
News n. 15
Il corteo dei migranti
Data articolo: Mon, 21 Dec 2020 12:43:50 GMT
News n. 16
Gioia Tauro, la rabbia dei braccianti

Il 18 dicembre sera, proprio nella Giornata mondiale del migrante, Gora Gassama, 34 anni maliano, è stato ucciso mentre tornava in bici dai campi in cui lavorava alla tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro. La macchina che lo ha travolto lungo via Pozzillo, quella che qui per tutti è ormai ‘la strada della morte', non si è fermata. Gora invece è stato sbalzato a diversi metri dal punto dell'impatto. Per questo sono state arrestate le tre persone, italiane, a bordo di quell'auto. Chi guidava senza patente, per omicidio stradale. I due passeggeri, per omissione di soccorso.

Oggi (21 dicembre) però, a due giorni dalla tragedia, gli abitanti della tendopoli hanno messo in atto uno sciopero e una manifestazione. Hanno ripercorso a piedi quella strada in piena zona industriale di San Ferdinando, dalla tendopoli diretti al luogo dell'incidente. Ma il corteo ha cambiato direzione per poi dirigersi a Gioia Tauro. Agli abitanti della tendopoli si sono uniti anche braccianti di insediamenti e comuni vicini, esponendo cartelli bilingue, in inglese e italiano: "Il troppo è troppo, basta uccidere i neri". "Oggi nessuno va al lavoro - hanno spiegato gli organizzatori della manifestazione - perché un amico e fratello, dopo una vita di razzismo e sfruttamento, da quel razzismo è stato ucciso. La rabbia è troppa, non restare zitti, scendere in strada per ricordare Gora e lottare contro tutto questo è l'unica arma che ci resta". Non sono mancati momenti di tensione, poi rientrata, con le forze dell'ordine che hanno cercato di contenere la rabbia, e la Cgil locale impegnata nella mediazione. I braccianti si sono poi diretti verso il comune della cittadina, intenzionati a parlare con il sindaco. Il primo cittadino li ha ascoltati, e si è detto pronto a farsi portavoce delle loro richieste presso le autorità regionali.

"Un altro fratello ucciso, un'altra morte - è scritto in una lettera aperta dei migranti - che si poteva evitare. Per questo, per tutta la giornata di oggi noi lavoratori della terra saremo in sciopero. Non troverete nessuno di noi nei campi, nei magazzini e nelle serre. Siamo stanchi di essere sfruttati e ammazzati dagli stessi che di giorno ci obbligano a lavorare senza contratti né garanzie nei campi, a vivere come animali e la sera ci tirano giù come birilli, perché la vita di un africano non conta. Non siamo braccia, siamo uomini"."Da decenni ormai – si legge ancora della lettera - veniamo qui per lavorare e senza le nostre braccia non ci sarebbero frutta e verdura né sugli scaffali, né sulle tavole ma questo non importa. Nonostante le promesse che arrivano ad ogni stagione, per noi non ci sono mai stati e continuano a non esserci alloggi decenti, contratti regolari, certezza e celerità nel rinnovo dei documenti, con lungaggini che ci costringono a rimanere qui per mesi.”

 

L'incontro con il sindaco di Gioia Tauro

Sul posto c'era la segretaria della Camera del lavoro della Piana, Celeste Logiacco.“L'incidente rende ancora una volta evidente quanto le condizioni drammatiche e degradanti di lavoro, marginalità sociale, trasporto pubblico inesistente e mobilità dei lavoratori in mano ai caporali mettano quotidianamente a repentaglio la vita e la sicurezza dei lavoratori - dice -. Quella strada, alle spalle del porto e a pochi passi dalla Nuova tendopoli è vergognosamente buia, senza alcuna illuminazione e priva di servizi, ma vede tutti i giorni transitare lavoratori a bordo delle loro biciclette in condizioni di sicurezza certamente precarie”.

La tragedia dell'altra sera, in effetti, mette in luce la situazione drammatica in cui vivono e lavorano i braccianti della Piana. Ne è convinto anche il sindaco di San Ferdinando Andrea Tripodi, che da anni cerca una soluzione all'”emergenza istituzionalizzata” della tendopoli e degli altri insediamenti informali della zona. “Il degrado, l'incuria, la desolazione, il buio che avvolge il teatro di questa ennesima morte – dice – non è legato all'imponderabilità, ma all'indifferenza accidiosa e malandrina di chi ha consentito che fosse trasformata in pattumiera un'area destinata allo sviluppo e la fermento produttivo- Gora Gassama è morto come muoiono i cani, sul ciglio di una strada non illuminata, mentre il resto del mondo vive il rammarico del mancato cenone natalizio”.

“Quanto successo rappresenta tragicamente il dramma quotidiano che esiste da anni, che riguarda centinaia di uomini e donne che vivono in condizioni inumane non degne di un paese civile ed aggravate ancor di più adesso dalla pandemia – gli fa eco Logiacco -. È necessario un impegno corale e costante contro lo sfruttamento, il lavoro sottopagato, le condizioni di vita che umiliano e, spesso, uccidono come accade da anni. Da troppo tempo chiediamo azioni concrete sollecitando tutte le istituzioni ad assumersi la responsabilità di porre fine al degrado abitativo che caratterizza il territorio della Piana.

Amministrazione locale e sindacato, quindi, chiamano in causa la Regione. Il sindaco Tripodi mettendo a nudo “l'inadeguatezza culturale prima che politica” della classe dirigente locale, incapace di “affrontare un fenomeno epocale intriso di sofferenza e umiliazione”; Celeste Logiacco chiedendo concretamente che la Regione Calabria “e chi di competenza”, si attivino “per trovare definitivamente soluzioni immediate rispetto alla messa in sicurezza della strada e si dia seguito agli impegni presi ai tavoli istituzionali”, perché “ogni ulteriore ritardo potrebbe avere conseguenze fatali ed inaccettabili”.

Data articolo: Mon, 21 Dec 2020 11:10:00 GMT
News n. 17
Bonus 110%, bene l'estensione alle barriere architettoniche

"L'estensione del 110% anche per gli interventi volti ad abbattere le barriere architettoniche e favorire la mobilità delle persone a partire da anziani over 65 e disabili motori, oltre 14 milioni di persone potenzialmente interessate,  è una buona notizia. Viene accolta la proposta che come Fillea e Spi, i sindacati degli edili e dei pensionati della Cgil, avevamo lanciato insieme a Legambiente, Auser, Abitare Anziani, Nuove RI-Generazioni, il 12 novembre scorso a Governo e Maggioranza".  Cosi in una nota Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil, che prosegue “la proroga degli incentivi però fino a giugno 2022 pur andando nella direzione giusta è ancora insufficiente. Una parte delle risorse del Piano Nazionale per la Ripresa, dovranno servire per portare l'incentivo fino al 2023. Leggeremo meglio nei prossimi giorni le nuove norme. Per intanto riconosciamo al Parlamento di aver assunto una questione di giustizia e benessere lanciata dal sindacato ed in particolare un plauso a quelle forze politiche come il PD, Leu e M5S che l'avevano da subito sostenuta”.

Data articolo: Mon, 21 Dec 2020 10:34:00 GMT
News n. 18
Diritti umani al centro

Grande soddisfazione di Cgil, Cisl e Uil per l'approvazione di ieri al Senato del nuovo decreto immigrazione e la sua conversione in legge. "Un provvedimento necessario - scrivono le confederazioni in un comunicato unitario - che ha riportato al centro della nostra legislazione i valori della difesa dei diritti individuali riconosciuti dalle norme internazionali e dalla nostra Costituzione".

Alcune novità inserite nel disegno di legge (la sostanziale reintroduzione del permesso umanitario; l'ampliamento dei casi di convertibilità di permessi di soggiorno in permessi per lavoro; l'iscrizione anche per i richiedenti asilo all'anagrafe; il ripristino di un sistema di accoglienza e integrazione a cui possono accedere anche i richiedenti asilo), "sono un segnale forte di un cambio di passo nella gestione del processo migratorio nel nostro Paese. Un altro passo importante è stato realizzato con la modifica dell'art. 3 comma 4 del Testo Unico sull'immigrazione, che stabilisce che le quote d'ingresso di cittadini stranieri per lavoro non siano più limitate dall'assenza di un piano di programmazione triennale dei flussi, i quali d'ora in poi potranno essere stabiliti sulla base delle esigenze reali del mercato del lavoro".

"Con l'introduzione del permesso per “Protezione sociale” per coloro che presentano seri motivi di carattere umanitario - scrivono Cgil, Cisl e UIl - ci si rivolge ai settori più marginali della società spesso con un lavoro al ‘nero' ed estromessi dal sistema dei servizi, stabilendo un principio di giustizia e di buon senso riconoscendo il diritto del cittadino straniero di non essere espulso o rimpatriato ma facendolo, piuttosto, emergere dallo stato di assenza di diritti. Altro elemento apprezzabile è l'aver messo il lavoro al centro del processo d'integrazione con la possibilità di poter convertire alcuni permessi di soggiorno legali in permessi per motivi lavorativi".

Le confederazioni considerano questa nuova sensibilità preziosa, in quanto senza lavoro non c'è dignità umana e non c'è integrazione; integrazione che, se ben praticata, tornerà ad essere diffusa sul territorio e socialmente più sostenibile. Come molte esperienze che costituivano il precedente modello (Sprar), le organizzazioni si augurano che il nuovo Sistema di accoglienza e integrazione (SAI) possa essere base per lo sviluppo di una società più solidale e coesa. Inoltre, un grande esempio di civiltà è l'aver modificato le condizioni in materia di respingimento e la possibilità di riconoscimento del permesso di soggiorno per gli stranieri che in patria rischiano persecuzioni politiche, tortura o per ragioni di razza, sesso e religione. Così come è importante, secondo le confederazioni, essere usciti dalla perversa logica introdotta dai “decreti Salvini", che consideravano il salvataggio in mare una colpa da perseguire e non un dovere morale, peraltro, sancito dal diritto internazionale.

Cgil, Cisl e Uil considerano "la nuova legge appena approvata un primo importante passo nella direzione di un processo vero di riforma delle politiche migratorie che sappia definitivamente sostituire l'impianto legislativo esistente: quel Testo Unico sull'Immigrazione del 1998, peggiorato dalla Bossi-Fini nel 2002".

Solo assumendo l'inadeguatezza della legge nel suo complesso e la necessità di un nuovo processo riformatore che sappia garantire eguaglianza, dignità, giustizia sociale compiremo una svolta necessaria nella giusta direzione.

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 11:00:24 GMT
News n. 19
Giulio Regeni: un partigiano è per sempre

Saranno trascorsi pure 75 anni dalla fine della guerra ma lo spirito della Resistenza vive nelle parole che partigiane e partigiani dell'Anpi hanno deciso di rivolgere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per ottenere giustizia e verità per Giulio Regeni. Combattenti per la libertà come Gastone Cottino, nome di battaglia Lucio, classe 1925. "Il partigiano che fui mi resta nel sangue - spiegava nel libro Noi Partigiani - "Non dovrei raccontarlo ma ora che sono vecchio, certe volte, quando vedo scorrazzare di nuovo quelli di Casapound e di Forza Nuova mi viene la tentazione... Be', meglio che non lo dica".

È proprio Gastone Cottino il primo dei partigiani a consegnare a un video tutto il proprio disappunto per la vicenda di Giulio, il giovane ricercatore friulano che a quasi cinque anni dal rapimento, dal sequestro e dall'uccisione non ha ancora trovato pace.  Le loro, seppure lontane negli anni e nei luoghi, sono due storie che si incontrano.

Gastone Cottino era un ragazzo della borghesia liberale torinese, al liceo si trovò tra i compagni Paolo Gobetti, figlio di Piero. e Guido Treves, ebreo che nel 1938 non fece ritorno a scuola. "Lì ebbi il mio primo istinto di ribellione" - racconta il partigiano nel libro curato da Gad Lerner e Laura Gnocchi.  Membro della Brigata Sap "Mingione", a guerra finita tornò agli studi fino a diventare docente di diritto commerciale e preside della Facoltà di Giurisprudenza a Torino. Un resistente e uno studioso proprio come Giulio, finito nelle mani dei suoi aguzzini per via delle sue ricerche dedicate al mondo dell'attivismo sindacale in un Egitto piagato dalla repressione.

Nelle scorse settimane la procura di Roma ha chiuso le indagini sull'omicidio di Regeni e a rischiare il processo sono quattro agenti dei servizi segreti egiziani: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato. Alla luce dei risultati dell'indagine, la famiglia Regeni è tornata a chiedere al governo italiano di ritirare l'ambasciatore dal Cairo. Una richiesta sostenuta ancora una volta dall'Associazione nazionale dei partigiani che in quell'occasione aveva dichiarato tramite il presidente Gianfranco Pagliarulo: "Vanno rivisti i rapporti con un Paese ritenuto amico, ma il cui governo non si è dimostrato degno di tale amicizia. Prima era un'esigenza di giustizia davanti a un crimine efferato e anche una questione di dignità nazionale. A questo punto è un nodo di civiltà. Sono trascorsi quasi cinque anni dal barbaro assassinio di un cittadino italiano inerme in un Paese straniero. L'orrore rivelato dalla Procura di Roma conferma che è stato superato il punto di non ritorno".

Partigiane e partigiani, si sa, non si arrendono mai e così, e questo sabato 19 dicembre partecipano alla mobilitazione #StoparmiEgitto promossa dalla Rete Disarmo.

Contemporaneamente l'Anpi ha voluto lanciare una campagna fatta di volti e parole. “Signor presidente del Consiglio, - dice Cottino - chiedo giustizia per Giulio Regeni. Adesso. E passato troppo tempo, troppo dolore, faccia rispettare i diritti umani e la dignità del nostro Paese. I nostri partigiani "sono anziani ma ancora combattenti, scrive l'Anpi sul proprio sito, contro ogni fascismo, per i diritti umani. La loro battaglia fonda la Repubblica e la convivenza civile".

Anche Mirella Alloisio, nome di battaglia Rossella, si unisce all'appello. Classe 1925, proprio come Cottino quando liberarono l'Italia era responsabile della segreteria operativa clandestina del Cln Liguria.

 

 

 

 

 

Data articolo: Sat, 19 Dec 2020 07:45:00 GMT
News n. 20
Stop Armi Egitto: verità per Giulio, libertà per Patrik

Il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che condanna l'Egitto per il mancato rispetto dei diritti umani. Nel testo si  chiede che l'Unione europea assuma iniziative per ottenere la collaborazione delle autorità egiziane sull'omicidio di Giulio Regeni e la scarcerazione di Patrik Zaki, il giovane egiziano studente all'Università di Bologna detenuto da 10 mesi senza processo.

La risoluzione parlamentare non è giuridicamente vincolante, ma è un sostegno simbolico a chi da tempo chiede il rispetto dei diritti umani violati in Egitto. Una notizia che dà forza anche all'iniziativa Stop armi Egitto. Sabato 19 dicembre dalle 11.00 alle 12.00 avranno infatti luogo in tutta Italia manifestazioni e presidi, nel rispetto delle regole contro la pandemia, davanti ai Municipi di ogni città.

La mobilitazione, promossa dalla Rete italiana Pace e Disarmo (alla quale aderisce anche la Cgil), ha lo scopo di chiedere verità e giustizia per l'omicidio di Giulio Regeni, libertà e giustizia per Patrik Zaki e il rispetto dei diritti umani e delle libertà di espressione e di associazione in Egitto come in ogni altro Paese. Come si legge nel comunicato, non si può tacere di fronte ai risultati dell'inchiesta della Procura di Roma sulle violenze e sulle torture subite da Giulio Regeni per mani di apparati statali egiziani, ai 60.000 prigionieri politici tra i quali Patrick Zaki. e a una serie di violazioni.

“La questione senza dubbio non è semplice – ci spiega Sergio Bassoli, Area internazionale Cgil -, perché l'Egitto è un Paese che storicamente gioca un ruolo di equilibrio e di cerniera nelle relazioni in Medioriente. Non dobbiamo dimenticare che ha 100 milioni di abitanti, un peso politico e un'ubicazione geografica fondamentale per garantire gli equilibri nella regione e che non ha perso un attimo per passare da essere alleato a suo tempo dell'Unione sovietica a quello degli Stati Uniti, quindi diventare promotore del movimento politico del panarabismo, con una dimensione e una visione politica oltre i suoi confini”.

Prima Mubarak e ora al-Sisi continuano a interpretare il loro ruolo, in maniera non differente da quanto fa Erdogan in Turchia: “Sono attori regionali che si considerano al di sopra della legge e del rispetto del diritto – prosegue Bassoli -. Per il ruolo che rivestono pensano di potere compiere qualsiasi nefandezza. Questo dipende dal fatto che L'Egitto significa accesso alle risorse energetiche e lotta al radicalismo islamico. Per dare la dimensione della violenza e della capacità repressiva del regime è necessario ricordare che al-Sisi è riuscito a determinato più di 1000 morti in una manifestazione contro i Fratelli musulmani. C'è poi la questione libica della protezione che l'Egitto fornisce a una delle due parti in lotta, Quella di Haftar”.  

Citando il recente episodio che ha visto la Francia conferire la Legion d'onore ad al-Sisi, Bassoli sottolinea come il Paese d'oltralpe si erga a paladino dei diritti umani e però, pur di mantenere buone relazioni con un dittatore sanguinario, prende un'iniziativa poco giustificabile alla luce, ad esempio, delle centinaia di oppositori del regime che muoiono nelle carceri egiziane senza un processo. “Le cause – spiega l'esperto di questioni internazionali della Cgil - stanno nella politica delle relazioni di Stati che guardano agli interessi specifici e vogliono mantenere come priorità l'accesso alle risorse naturali e fare crescere le commesse delle proprie aziende anziché guardare alla costruzione di situazioni stabili, basate sui diritti e la crescita della democrazia”.

La politica del giustificazionismo, del ‘non si può fare altrimenti', “è l'inganno al quale vogliono farci credere alcuni politici adducendo che quella percorsa è l'unica strada possibile”. “Non è così – asserisce Bassoli -. La Francia sostiene che non si può collegare il rispetto diritti umani con business e allora mi chiedo a cosa collegarlo: è una dissociazione tra i nostri principi, ideali, fondamenta del patto sociale e della convivenza pacifica con accordi e affari che si possono fare con chi invece uccide, tortura, reprime e viola tutti i diritti sui quali si basa la nostra società. C'è qualcosa che non funziona in questo ragionamento”.  

L'iniziativa di sabato si pone precisi scopi: al governo italiano viene chiesto il richiamo dell'ambasciatore italiano dall'Egitto, la cancellazione degli accordi di cooperazione e vendita di armi con il regime di al-Sisi, revocando l'autorizzazione già rilasciata per la vendita di due fregate militari, e che vengano accantonate tutte le ipotesi di futuri contratti militari. Non manca l'appello all'Unione europea e ai suoi Stati membri affinché siano coerenti con i valori che stanno delle nostre democrazie, condizionando accordi e cooperazione al rispetto dei diritti umani senza derogare o barattare i principi con interessi di parte.

L'invito della Rete è a organizzare per sabato un momento pubblico e di fronte alla sede municipale della propria città, segnalare l'iniziativa alla mail segreteria@retepacedisarmo.org, leggere il testo proposto dalla mobilitazione e inviare sui social fotografie e registrazioni con gli hashtag #StopArmiEgitto #VeritàPerGiulio #LibertàPerPatrick.

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 19:05:36 GMT
News n. 21
Il rider come lavoratore subordinato

Non è facile riassumere in poche battute una lunga sentenza che affronta le complesse problematiche relative alla qualificazione dei rider: indubbiamente ha fatto notizia la decisione del Tribunale di Palermo del 24/11/2020, che li qualifica come lavoratori subordinati, dopo che la precedente giurisprudenza di merito li aveva definiti prima lavoratori autonomi, poi una “via di mezzo” tra autonomi e subordinati. La Corte di Cassazione, invece, (con sentenza n. 1663/2020) aveva concluso che non potesse negarsi “il requisito della etero-organizzazione” (organizzati da altri) e quindi l'applicazione di tutta la disciplina del rapporto di lavoro subordinato (art. 2 d.lgs. n. 81/2015). Per i ciclofattorini, infine, che non hanno i requisiti né della continuità né della etero-organizzazione, la legge garantisce comunque al capo V bis del dlgs. 81 del 2015 (nel testo modificato nel novembre del 2019), un corredo di diritti minimi.

In questo scenario si inserisce la sentenza palermitana, che ha invece considerato subordinato il rapporto di collaborazione di un rider con Foodinho, azienda multinazionale spagnola operante con il marchio Glovo. La sentenza è molto argomentata e fornisce spunti che possono assumere portata generale. Il Tribunale, dopo aver fatto ampi richiami alla giurisprudenza internazionale sull'attività dei lavoratori delle piattaforme digitali, fa suo il principio della cosiddetta “doppia alienità”, recepito da una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 30 del 1996): alienità, da parte del lavoratore, rispetto sia al risultato della prestazione che all'organizzazione produttiva.

Rispetto alla libertà del rider di scegliere se e quando lavorare (scelta che farebbe qualificare il rapporto come “autonomo”) il giudice - ispirandosi ad una decisione del Tribunal Supremo spagnolo del settembre 2020 - la definisce “apparente e fittizia” perché “il lavoratore può scegliere di prenotarsi per i turni che la piattaforma (e quindi il datore di lavoro) mette a sua disposizione in ragione del suo punteggio (…) e non è lui che sceglie quando lavorare o meno, poiché le consegne vengono assegnate dalla piattaforma tramite l'algoritmo”. Evidenzia, ancora, la sentenza che i turni (slot) possono essere prenotati dai lavoratori in ordine di punteggio dai medesimi posseduto, punteggio assegnato dall'algoritmo con determinati criteri basati su comportamenti: dalla circostanza che il punteggio aumenta in modo premiale il giudice considera la retrocessione nel punteggio una sanzione disciplinare atipica, venendo in sostanza il lavoratore sanzionato “nella possibilità di lavorare a condizioni migliori o più vantaggiose”.

Per il giudice palermitano, poi, il dover “essere a disposizione nel periodo di tempo antecedente l'assegnazione, mediante la connessione all'app con il cellulare carico e la presenza fisica in luogo vicino quanto più possibile ai locali partner di parte datoriale” realizza “una condotta tipica della subordinazione”. Conclusivamente la sentenza del Tribunale ritiene che gli elementi raccolti - e in particolare la messa a disposizione nonché l'esercizio da parte della piattaforma di poteri di direzione e controllo, oltre che di natura latamente disciplinare - costituiscano “elementi costitutivi della fattispecie del lavoro subordinato ex articolo 2094 c.c.”

Alberto Piccinini è membro della Consulta giuridica della Cgil nazionale

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 11:49:00 GMT
News n. 22
Cgil Veneto: non c'è l'invasione che tanti denunciano

In occasione della Giornata internazionale per i diritti dei migranti, che si celebra oggi (18 dicembre), la Cgil del Veneto segnala una ricerca della Fondazione Leone Moressa che dimostra tutti i limiti del sistema di accoglienza nella regione. 

"Quella di oggi – ha dichiarato Silvana Fanelli, segreteria confederale Cgil Veneto – è una ricorrenza che cade in un momento particolarmente difficile, che potrebbe indurci a derubricarla. La pandemia, invece, proprio per il suo carattere globale, dimostra come solo la cooperazione internazionale e il rispetto dei diritti universali possano farci uscire dall'emergenza sanitaria in corso, che va risolta a tutte le latitudini e non solo nei Paesi occidentali. Altrimenti, prima o poi, tornerà a farci ammalare”.

“Un'altra riflessione, che ci suggerisce quanto sta accadendo, riguarda la centralità che molti lavoratori migranti hanno nel nostro sistema sociale ed economico, centralità risultata ancor più evidente in questa fase, in particolare nell'agricoltura e nei servizi alla persona. Nonostante ciò – sono le parole della sindacalista – si continua a non voler prendere atto della realtà e a non voler adottare politiche lungimiranti, sia nell'integrazione dei cittadini migranti che vivono e lavorano nelle nostre comunità (si pensi solo al tema della cittadinanza dei bambini e dei ragazzi che frequentano le nostre scuole), sia nell'accoglienza dei richiedenti asilo. E la miopia delle posizioni pregiudiziali impedisce perfino di misurarsi con i dati oggettivi del fenomeno”.

“Qualche giorno fa – ha detto Silvana Fanelli – il comitato #IOACCOLGO del Veneto ha organizzato un seminario sul tema, partendo da una ricerca della Fondazione Moressa sull'accoglienza in Italia e nella nostra Regione. La prima verità che emerge è che non c'è l'invasione che tanti denunciano. Se consideriamo solo gli sbarchi, siamo passati dalla punta massima raggiunta nel 2016 con 181.000 arrivi ai 33.000 del 2020”.

“Il secondo elemento, che conferma questa tendenza, è il calo dei permessi di soggiorno: dai 590.000 del 2010 agli attuali 176.000. La riduzione è ancora più drastica per gli ingressi per lavoro, scesi del 97%: da 360.000 a 11.000. E questo nonostante, come dicevo sopra, la necessità di lavoratori in diversi settori del nostro tessuto produttivo. Venendo, più specificamente, al sistema dell'accoglienza del nostro territorio, a una riduzione delle presenze in Veneto (meno 65% negli ultimi tre anni: dai 13.611 del 2017 ai 4.816 del 2020), c'è una nettissima prevalenza delle grandi concentrazioni (CAS, 87%), rispetto all'accoglienza diffusa (Sprar / Siproimi, 13%). Solo quest'ultima però è in grado di favorire un inserimento nel mondo del lavoro. Mentre le grandi concentrazioni ammassano tantissime persone in condizioni al limite del rispetto dei più elementari diritti umani, alimentando così i pregiudizi e le tensioni sociali verso il fenomeno migratorio, e creando grandi disagi alle comunità ospitanti”. 

“Le persone ospitate nei CAS – si legge nella dichiarazione della sindacalista – sono, oltretutto, le prime vittime del lavoro irregolare e sottopagato, che fatica ad emergere anche quando vengono previste sanatorie, come quella stabilita dal recente art. 103 del decreto legge 34/2020. Questa sanatoria ha prodotto infatti un numero di regolarizzazioni molto inferiore alle previsioni, soprattutto nel settore agricolo e nel lavoro domestico del Veneto (in tutto 15.326 persone, 82% lavoro domestico e 18% agricoltura). Tutti numeri che, in questo 18 dicembre 2020, dovrebbero farci riflettere e farci impegnare ancor di più nella costruzione di una società sicura, accogliente e solidale". 

 

 

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 10:22:05 GMT
News n. 23
In Lombardia oltre 30mila persone rischiano lo sfratto

L'emergenza abitativa e il rischio sfratti è uno dei temi sui quali la Cgil si sta battendo in questi giorni di fine anno. Anche in Lombardia, dove è altissima la preoccupazione per la fine del blocco degli sfratti fissata per il 31 dicembre. "Senza norme che prevedano la sospensione delle esecuzioni nella legge di Bilancio 2021, rischiamo che rimangano senza casa migliaia e migliaia di famiglie. In particolare in Lombardia sono 30.682 le richieste di esecuzioni di sfratti nel 2019, di cui 16.513 solo a Milano. Senza considerare gli esercizi commerciali, che subiranno simil sorte. Una situazione allarmante, resa ancor più grave dalla crisi economica derivante dall'emergenza pandemica e che potrebbe trasformarsi in una vera e propria bomba sociale. Come richiesto dai sindacati inquilini a livello nazionale al Governo, occorre prorogare di almeno altri 6 mesi la sospensione delle esecuzioni sfratti e, contestualmente, definire misure per la rinegoziazione dei canoni, per dare certezza sia all'inquilino che al proprietario". A dichiararlo in un comunicato congiunto il segretario generale del Sunia di Milano, Giuseppe Jannuzzi e Massimo Bonini, segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana del capoluogo lombardo.

"In assenza di politiche strutturali della Casa, di un piano che aumenti l'offerta di alloggi pubblici, di risorse continuative e non stanziamenti emergenziali,  con la grave situazione economico-sociale che si è determinata a seguito dell'emergenza sanitaria, siamo di fronte a una situazione esplosiva, i cui costi saranno sulle spalle dei Comuni, dei nuclei familiari in condizioni economiche sempre più precarie, dei proprietari e dei lavoratori. Per cui - scrivono i leader di Sunia e Cgil del territorio - contestualmente al blocco degli sfratti, per evitare lunghi e innumerevoli contenziosi giudiziari, occorre procedere con norme che agevolino incentivi fiscali, che vadano nella direzione della rinegoziazione dei canoni di affitto per una loro diminuzione e aumentare le risorse del fondo sostegno agli affitti e per morosità incolpevole".

 

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 09:44:12 GMT
News n. 24
La lunga lotta contro le discriminazioni

Il 18 dicembre 1979 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw), ratificata dall'Italia con la Legge 132/1985 (adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1979, entrata in vigore il 3 settembre 1981, è stata firmata dall'Italia il 17 luglio 1980 e ratificata con legge del 14 marzo 1985, n. 132, depositata presso le Nazioni unite il 10 giugno 1985).

Una convenzione volta a eliminare “ogni distinzione, esclusione o restrizione, sulla base del sesso, che ha l'effetto o lo scopo di compromettere o annullare il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, da parte delle donne, a prescindere dal loro stato civile, su una base di parità tra uomini e donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo, senza stereotipo di ruolo di genere”.

Gli Stati che ratificano la convenzione sono tenuti a sancire la parità di genere nella loro legislazione nazionale, ad abrogare tutte le disposizioni discriminatorie nelle loro leggi e a emanare nuove disposizioni per premunirsi contro la discriminazione delle donne. Ma è davvero andata così?

Solo il 22% dei dirigenti in Italia sono donne, contro il 78% degli uomini. Secondo quanto emerge dall'ultimo ‘Global Gender Gap Report' del World Economic Forum, un documento stilato ogni anno dal Wef che fa il punto sulle disparità di genere, nella classifica globale sulle disuguaglianze l'Italia è oggi settantaseiesima su 153 Paesi. Il nostro bel paese è 44esimo in quanto a ruolo delle donne in politica, 30esimo per la quota di donne in Parlamento, 117esimo per opportunità e partecipazione economica, 125esimo per parità retributiva tra uomini e donne.

Per colmare il cosiddetto gender gap, stimava il global gender gap report del 2018, potrebbero volerci più di 100 anni. Secondo un rapporto dell'Onu, nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Questo accade perché solitamente lavorano meno ore retribuite (qualcuno alla casa deve pure badare, no?), operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli dirigenziali delle aziende. Ma accade anche, semplicemente, perché ricevono in media salari più bassi rispetto a quelli dei loro colleghi maschi a parità di responsabilità e lavoro. Una situazione già di per sé grave che la pandemia ha da un lato - se possibile - aggravato, dall'altro messo a nudo, senza pietà. Il 4 maggio 2020 a tornare al lavoro è stato il 72,4% degli uomini.

Perché quando c'è da decidere chi deve fare un passo indietro la decisione in pratica è già presa: le donne. Sempre meno a lavorare e sempre meno a cercare lavoro in un Paese in cui la percentuale di occupazione femminile, già bassissima, rischia di crollare. Diceva non molto tempo fa la responsabile delle politiche di genere della Cgil nazionale Susanna Camusso:

Vogliamo una legge sulla parità retributiva una contrattazione capace di escludere i fattori discriminanti, l'accesso alla formazione, una percentuale obbligatoria di presenza nei livelli intermedi e apicali. Spesso quando a dirigere è una donna si lavora meglio tutti e tutte. (…) E il lavoro che non c'è. L'Italia, ormai lo ripetiamo come un disco rotto, è agli ultimi posti in Europa per occupazione femminile. Lo ripetiamo ma nulla cambia. Eppure è dimostrato che ad aumento di lavoro delle donne corrisponde aumento di punti di Pil. La Cgil nel 2013 ha lanciato il Piano per il lavoro e due anni dopo il Piano straordinario per l'occupazione femminile e giovanile. Tabelle, indicatori, risorse e settori di intervento: è tutto scritto basta rileggere e cominciare. Soprattutto, per aumentare l'occupazione femminile è indispensabile il riconoscimento sociale della maternità e della cura come lavoro. Ed allora serve l'aumento dei congedi parentali anche per gli uomini, più asili nido, in tutto il Paese ma soprattutto al Sud dove non ci sono. E ancora, pensiamo siano necessari la formazione continua, anche dopo le maternità, e interventi per la non autosufficienza. Ma non ci accontentiamo di questo. Uomini e donne sono diversi, diversi i loro corpi. La salute, quindi non è neutra. E' indispensabile una vera e propria strategia per superare le diseguaglianze di genere nei servizi alla salute. A quarant'anni dall'istituzione del Servizio sanitario nazionale, quello che dovrebbe dare attuazione all'art. 32 della Costituzione, vogliamo finalmente costruire inclusività e universalità del diritto alla salute, per chi è nata in Italia e per chi vi è arrivata. Occorre partire dal far tornare la rete dei consultori a quello straordinario sistema che fu quando nacque nel 1975: luoghi di presa in carico di donne e bambini, di prevenzione, cura e riabilitazione. La Legge 194 deve essere pienamente esigibile, e in tutte le sue parti, in ogni angolo del Paese. Non saranno né incongrui e paradossali ministeri per la famiglia, né senatori retrogradi a farci tornare indietro. La libertà e l'autodeterminazione delle donne è una battaglia che abbiamo vinto! C'è una battaglia, invece, che al momento ci vede sconfitte, quella contro la violenza nei confronti delle donne. Abbiamo perso il conto dei femminicidi, e forse è una contabilità che non vogliamo tenere perché ciascuna donna che muore uccisa da chi diceva di amarla è una sconfitta per tutti. Contro le molestie e le violenze nei luoghi di lavoro è necessaria una contrattazione di genere e la formazione specifica delle Rsu. Ma non basta. Occorre intervenire fuori da fabbriche e uffici per costruire una diversa cultura, diversa da quella del potere, del predominio e del possesso. Noi donne della Cgil saremo in ogni piazza, assemblea, strada o abitazione, insieme ad altre per far crescere ed affermare parole, pensieri, consapevolezze indispensabili a combattere il tentativo di farci tornare al medioevo (…) Per costruire un Paese a misura di donne e quindi migliore per tutti. Perché tutte insieme siamo una forza e vogliamo tutto!”.

Vogliamo una società più giusta nella quale avere una presidente del Consiglio o della Repubblica donna possa risultare una cosa normale, così come l'idea che a parità di lavoro corrisponda - per uomini e donne - parità di salario. Una società in cui il lavoro di cura non venga considerato una prerogativa esclusivamente femminile, nella quale non si chieda più a nessuno a un colloquio di lavoro “Lei ha intenzione di avere figli”, o “È  sposata?”. Una società in cui un uomo che usufruisce del congedo parentale non venga definito “mammo”, una società in cui ciascuno di noi non si limiti a dire “non agisco”, ma nella quale ognuno senta il dovere di affermare “io contrasto”, la violenza, la discriminazione, quei retaggi patriarcali che ancora oggi - purtroppo - tanto spazio hanno nel nostro Paese.

Allora, solo allora, potremmo finalmente dire “È andato tutto bene”.

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 07:52:00 GMT
News n. 25
Cgil, Cisl e Uil chiedono di fermare i respingimenti sulla rotta balcanica

 “Il 18 dicembre deve essere celebrato come la giornata del riconoscimento e valorizzazione dell'apporto che migranti e rifugiati danno alle società che li ospitano. Un apporto più prezioso e sofferto in tempi di pandemia che vedono i cittadini stranieri impegnati in quelle occupazioni in cui la presenza diretta è essenziale, spesso in condizioni carenti di sicurezza sanitaria, di precarietà contrattuale, anche in lavori che possono mettere a rischio la loro salute”. Così Cgil, Cisl e Uil nazionali celebrano la giornata internazionale per i diritti dei migranti e lo fanno però unendosi alle denunce di quanto accade lungo la rotta balcanica. 

“Come segnalato da recenti interrogazioni parlamentari e da numerosi rapporti di autorevoli organizzazioni internazionali tra cui Amnesty International e il Danish Refugee Council - dichiarano le tre confederazioni - emergono prove dell'esistenza di cosiddetti respingimenti a catena (sembra oltre 14.500) tra l'Italia, la Slovenia, la Croazia, con allontanamento forzato dei migranti verso la Bosnia-Erzegovina”. 

In Croazia le violazioni sarebbero inquietanti e le violenze gravi: "Respingimenti verso la Slovenia di richiedenti protezione, approdati in territorio italiano a cui non verrebbe formalizzata la richiesta di protezione ed asilo e che verrebbero respinti (secondo anche una dichiarazione delle Nazioni unite) ‘senza alcuna procedura ufficiale'. Si sa, da testimonianze giornalistiche e video, che i respingimenti continuano verso la Croazia e fuori dalla Ue in Bosnia-Erzegovina dove sono state accertate numerose gravi violenze anche verso donne e minori”.

Davanti a queste violazioni l'appello è diretto all'Italia e all'Europa affinché si impegnino politicamente "per il rispetto della normativa internazionale e della Convenzione di Ginevra che deve valere anche quando i respingimenti avvengono verso altri Stati membri dell'Unione europea".  La richiesta di Cgil, Cisl, Uil è che "queste palesi violazioni del diritto di asilo cessino immediatamente e che a ciascun richiedente protezione venga garantito un esame equo della propria domanda. Chiediamo anche – proseguono – come hanno fatto alcune interrogazioni parlamentari, che venga fatta piena luce sull'accaduto individuando le eventuali responsabilità”.

Per  il sindacato “ogni individuo deve essere trattato con umanità, protetto dalla violenza e garantito nell'esercizio del diritto di poter accedere alla richiesta di protezione internazionale. A tal fine è necessario che l'Unione europea si doti di un efficace nuovo patto per la migrazione e l'asilo, innanzitutto riformando il regolamento di Dublino; e che la comunità internazionale, Onu in testa con l'Unhcr, metta in campo un insieme di risposte che prevedano, tra l'altro, la promozione di accessi sicuri per i richiedenti asilo attraverso i reinsediamenti in paesi terzi e un rafforzamento dei corridoi umanitari. È necessario inoltre aprire canali d'ingresso regolare per motivi di lavoro che sappiano rispondere anche alle caratteristiche del mercato del lavoro e alla sua futura evoluzione su cui peseranno gli effetti della crisi pandemica che stiamo vivendo, e anche per combattere l'immigrazione irregolare e la tratta delle persone”.

“Pertanto, non è solo attraverso celebrazioni formali che si riconosce e valorizza il positivo apporto che viene dai cittadini stranieri, ma soprattutto – concludono Cgil, Cisl e Uil – attraverso nuove politiche basate sul rispetto dei diritti fondamentali della persona ed il riconoscimento delle giuste condizioni di chi lavora e vive assieme a noi”.    

Data articolo: Fri, 18 Dec 2020 05:37:38 GMT

Le notizie sul lavoro, ricerca lavoro e pensioni

Offerte lavoro, concorsi, bandi

Offerte lavoro su Adecco Offerte lavoro su trovilavoro.it Offerte lavoro su sordelli.net Annunci offerte lavoro da repubblica.it News lavoro da livesicilia.it Offerte lavoro da cercolavoro.com News offerte lavoro professionearchitetto.it Concorsi presso Corpo VV. Fuoco News offerte lavoro cliclavoro.gov.it News cliclavoro.gov.it News concorsi pubblici da CGIL News lavoro concorsi.it Offerte lavoro da infojobs.it News da biancolavoro.it News da informagiovaniroma.it

Notizie da INPS e notizie sulla Pubblica Amministrazione

News INPS Ultimi Video INPS youtube Video tutor INPS youtube News per gli amanti delle action figures News raggiungere età pensione News sul lavoro da dati.gov.it News Ministero lavoro e politiche sociali News concorsi Ministero Giustizia News formez.it(Governo)

Aspetti normativi del lavoro per imprese: diritto, previdenza, sicurezza

News da Agronotizie Sicurezza sul lavoro da sicurezza.it News da lavorofisco.it Diritto lavoro da Studio Cataldi

I sindacati

News primo piano da cisl.it Notizie da cisl.it Comunicati stampa da cisl.it Scioperi e vertenze (CGIL) Salute e sicurezza nel lavoro (CGIL) Contratti e accordi (CGIL) News interventi sul territorio (CGIL) News welfare e previdenza CGIL Tutte le notizie da CGIL News per gli amanti delle action figures