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Vanessa roghi
Lontano da casa, di Maria Tilli

Cosa vuol dire essere giovani tossicodipendenti oggi? Il film prova a rispondere alla domanda con le testimonianze dei ragazzi che stanno vivendo la riabilitazione a San Patrignano. Su Raiplay

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Andato in onda su Rai 1 e ora su RaiPlay Lontano da casa, il nuovo documentario della giovane regista Maria Tulli, ex studentessa del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Questo lavoro, prodotto da Simone Isola e Giuseppe Lepore per Bielle Re e Rai Cinema, mette al centro le storie di vita dei ragazzi che abitano oggi la comunità di San Patrignano e nasce dalla volontà dell’autrice di raccontare cosa vuol dire ai nostri giorni essere giovani e giovanissimi tossicodipendenti, lasciando che a parlare siano le testimonianze dirette di ragazzi e ragazze provenienti da diversi contesti ed estrazione, dal Nord al Sud Italia, ciascuno con il proprio disagio e la propria unicità, con l’intento ultimo di mostrare «Il sentimento umano di rinascita» di queste persone.

Facile pensare di trovarsi davanti all’immediata risposta Rai a SanPa, la serie da poco approdata su Netflix e diventata rapidamente virale. La verità però è ben più complessa e, sebbene inevitabile, risulta di fatto impresa ardua mettere a confronto due prodotti tanto diversi. In Lontano da casa delle «ombre» e delle polemiche storiche legate all’ormai celebre «metodo San Patrignano» riesumato dall’opera di Cosima Spender non v’é traccia, come del resto non v’è traccia dell’ingombrante fantasma del suo fondatore. La comunità raccontata da Tulli è quella attuale, costruita attorno all’humus umano che le dà vita. Il luogo, con le sue regole e le sue costrizioni, non fa che da sfondo invisibile alle storie dei suoi inquilini. In questo sguardo umano, orizzontale, a voler chiamare in causa Bill Nichols, che scava empaticamente nel vissuto dei testimoni innestando il found footage dei filmini familiari sulle interviste di queste persone, sta senza dubbio il pregio del film.

Ma se certo, come a suo modo, occorre dirlo, anche SanPa, ha il merito di riportare in auge un tema troppo spesso tenuto sotto il tappeto come quello dell’eroina, in entrambi i casi manca una vera problematizzazione della questione. Certo, forse non spetta al cinema ed alla serialità farlo, eppure in alcuni casi è stato tentato, ed anche con ottimi risultati. Basti ricordare quando Claudio Caligari, che già da anni portava avanti ricerche, anche iconografiche, sul mondo della tossicodipendenza, nel 1984 girò Amore Tossico immergendosi mimeticamente e criticamente in quell’universo tossico «truce-comico» della Roma fuori-Raccordo. Ciò che manca a Lontano da Casa nonostante le buone intenzioni è quell’apertura dello sguardo in prospettiva storiografica che ci invita a compiere Vanessa Roghi, storica e autrice, tra le sue varie pubblicazione, di un bel libro dal titolo Piccola Città. Una storia comune di eroina, in cui a partire dalla propria biografia ha portato avanti una ricerca su quel problema, parafrasando De Gregori, «comune ad un’intera generazione», andando a ricostruire quello che è stato uno dei fenomeni sociali, politici ed anche culturali più significativi del Novecento.

Nel film di Tilli è totalmente omessa una riflessione sul fenomeno della comunità terapeutica quanto mai necessaria. Ben venga dunque il racconto delle storie individuali di Lontano da Casa, e ben venga anche riportare alla luce pagine e figure dibattute della nostra storia come ha fatto SanPa. Ma ricordiamoci che questa Storia non la fanno, come piace pensare a qualcuno, solo gli uomini carismatici che sanno far parlare di sé; dunque, ora che il dibattito è stato aperto nuovamente non lasciamo che muoia su se stesso, e proviamo a cogliere l’invito di Roghi.

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Data articolo: Sat, 23 Jan 2021 13:41:31 +0000
Tame Impala
It’s fun, fuck the system. King Gizzard & the Lizard Wizard

Una panoramica sulla carriera dei King Gizzard & the Lizard Wizard, 16 album in 8 anni (5 nel solo 2017) che hanno fatto incontrare lo spirito ribelle del rock e la liquidità dell'epoca digitale

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I see through the bricks to the sea, crombling castle
Water’s rising up, thick and green, crumbling castle
Inching closer, each century, crumbling castle
Are we safe in our citadel?
King Gizzard & the Lizard Wizard – Crumbling Castle

Il rock è morto, ha ribadito in un’intervista di fine anno Gene Simmons dei Kiss. Ciò che lo ha ucciso, forse, è un certo immobilismo, il fatto di volersi arroccare, cristallizzare. In un’epoca in cui la musica si esperisce soprattutto su piattaforme digitali che la obbligano a liquefarsi, a contaminarsi in continuazione un atteggiamento del genere non può che essere deleterio. Forse è proprio nell’apice degli sforzi per evitare questo rischio, per non diventare il “castello cadente” del testo sopra citato, che i King Gizzard & the Lizard Wizard fanno uscire 5 album nel solo 2017. Un tentativo estremo di essere al passo con la liquidità del presente o di superarla?

La band nasce nel 2010 a Melbourne, nel pieno della rinascita della scena lo-fi psichedelica australiana, i cui alfieri sono senza dubbio i Tame Impala. La provenienza geografica e il retrogusto lisergico sono probabilmente le uniche caratteristiche comuni con i King Gizzard & the Lizard Wizard, forse il loro esatto opposto. I Tame Impala sono la creatura di Kevin Parker, unico autore delle versioni in studio dei pezzi del gruppo, che solo una volta registrati vengono provati insieme ad altri musicisti per renderli adatti ai concerti. Il garage rock sotto acidi dal quale la carriera dei King Gizzard parte per espandersi vive, invece, di un’anima profondamente collettiva. I sei membri della band riconoscono la loro guida nella voce e nella chitarra di Stu Mackenzie, ma è la chimica di gruppo che detta la linea e, soprattutto, i modi di comporre.

Oltre alle confessate esigenze logistiche (“così nessuno doveva andare alle prove”), la loro musica nasce da lunghe jam sessions. Vuole e riesce a essere veloce, reattiva, incentrata sul presente. Questo è il marchio di fabbrica dei primi quattro anni del percorso dei King Gizzard, che raggiungono la velocità di crociera di 2 album all’anno. Partendo dal garage rock grezzo dell’esordio 12 Bar Bruise (la cui title track è stata registrata da Mackenzie con quattro iPhone), la band esonda in altri generi (l’acid rock dagli echi floydiani di Quarters! e il pop-rock zuccheroso di Paper Mâché Dream Balloon) o consolida le conquiste precedenti (I’m in Your Mind Fuzz). Questo moto concentrico si completa in Nonagon Infinity, un album circolare, in cui ogni canzone sembra sciogliersi fino a travasare nella successiva in un loop continuo. Il cerchio si è chiuso, la forma è completa. Ora è pronta a esplodere.

Il rock è morto e quelli che gli sono sopravvissuti tendono ad allontanarsi dal suo cadavere in decomposizione. Esigenze artistiche, ma anche economiche, spingono sempre più gruppi a navigare verso lidi più verdi, cercando nuove identità, ma operando spesso solo un rebranding che li fa finire in qualche playlist in più. Nel 2017 i KG riescono a sfuggire a quest’ottica paradossalmente estremizzandola: 5 album per 5 generi diversi, dal jazz (Sketches of Brunswick), al pop-rock (Gumboot Soup), sfiorando il progressive metal (Murder of the Universe) e sperimentazioni con la musica microtonale (Flying Microtonal Banana). È però Polygondwanaland il perfetto esempio di come la band sia ormai consapevole di sé e di ciò che la circonda. Nel web in cui tutto è solo apparentemente gratuito, l’album viene rilasciato gratuitamente: “Avete sempre sognato di fondare un’etichetta? Ora potete. Noi non possediamo quest’album. Voi sì”.

King Gizzard & the Lizard Wizard videoclip People Vultures

Lo spirito del web è cangiante, sbilanciato sul presente, lo si ritrova nelle connessioni che forma più che nelle parti che lo compongono. Ed è negli spazi, negli interstizi tra i loro lavori che va ricercata l’identità dei King Gizzard & the Lizard Wizard, nell’energia con la quale negli ultimi anni hanno continuato a penetrare i generi (il trash metal di Infest the rats’ nest e la upbeat di Fishing for fishies) oltre che il mercato stesso. Sul loro sito, KG hanno incitato i bootleggers (normalmente autori di versioni illegali di opere spesso musicali) a sbizzarrirsi con i 5 live album che la band ha fatto uscire nel 2019. Sono, inoltre, scaricabili i file grezzi di cui è (s)composta Automation, proveniente dal disco uscito in ottobre KG, che la band ha invitato a ricomporre come si preferisce (esperimento già tentato da Grimes). Nel febbraio 2021 sono attese novità su LW, che dovrebbe completare l’incursione nella musica microtonale e che potrebbe rappresentare un nuovo inizio per la band, ridottasi a 5 membri per la defezione del batterista Eric Moore (che rimarrà il loro manager). Nel frattempo, una cosa è certa: se il rock è morto, i King Gizzard & the Lizard Wizard sono riusciti a traghettarne l’energia dirompente, la voglia di non farsi incatenare, di giocare con la musica che sfugge a ogni sistema. It’s fun, fuck the system.

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Data articolo: Sat, 23 Jan 2021 11:12:03 +0000
zalone
Cinetel. I dati del mercato cinematografico 2020

I dati della distribuzione cinematografica italiana a partire dal rapporto Cinetel sul 2020, per capire in che modo esso è stato influenzato dalla pandemia e dalla chiusura delle sale

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Cinetel ha diffuso i dati complessivi del mercato cinematografico italiano relativi al 2020. Si tratta di cifre che restituiscono alla perfezione l’impatto dell’epidemia Covid-19 su tutto ciò che, tra distribuzione ed esercizio, è a valle del settore cinematografico.

Non stupisce, in primo luogo, che al box office italiano si siano registrati incassi per 182.509.209 euro per un numero di presenze in sala di 28.140.682, dati ridotti rispettivamente del 71,30% e del 71,18% rispetto a quelli del 2019. Epidemia e lockdown hanno danneggiato un settore che però nei primi mesi del 2020 era in crescita, in termini di incasso, di più del 20% rispetto all’anno precedente.

Dall’8 Marzo, i numeri cambiano radicalmente. Da quel momento il settore ha registrato gravi flessioni sia per quanto riguarda gli incassi (93,20%) che per quanto riguarda le presenze (92,96%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Non bisogna tuttavia sottovalutare alcuni risultati positivi che il mercato cinematografico italiano è riuscito a raggiungere nel 2020. In primo luogo l’incasso di produzioni e co-produzioni italiane è stato di circa 103,2 milioni di euro, poco lontano dai 135 milioni del 2019 e merito soprattutto di quei film usciti tra Gennaio e Febbraio, tra cui Tolo Tolo (primo incasso italiano con più di 46 milioni di euro) e Odio L’Estate (7,5 milioni di euro).

Cresce, rispetto alle ultime rilevazioni, anche il numero di sale cinematografiche (86 in più) e di schermi (122 in più) presenti sul territorio, a causa soprattutto dell’iniziativa Moviement Village, che nell’estate 2020 ha voluto rilanciare il mercato grazie alle arene estive.

Particolarmente rivelatori dell’impatto dell’epidemia sul mercato cinematografico italiano sono i dati relativi alla distribuzione.

Nel 2020 in Italia sono stati distribuiti infatti solo 246 film (circa 277 in meno del 2019), la metà di produzione o co-produzione italiana, una quota in rialzo del 10% rispetto al 2019, segno di un mercato quasi protezionista per necessità, vista la grande mole di prodotti esteri la cui distribuzione è stata bloccata in Italia nel 2020. Non è un caso che la quota di prodotti statunitensi distribuiti in Italia abbia rappresentato circa il 28% del totale (nel 2019 era ben del 65%).

Più nel dettaglio, i maggiori incassi stranieri in Italia provengono dal cinema britannico (16, 6 milioni di euro), dal cinema coreano (4,6 milioni di euro) e da quello francese (3,7 milioni di euro), conseguenza tanto del successo di Parasite quanto all’uscita di alcuni titoli europei che hanno sopperito alla penuria di blockbuster popolari.

Osservando l’andamento annuale dei dati, a colpire sono soprattutto le cifre relative al periodo estivo. Malgrado le numerose iniziative per rilanciare il mercato infatti, tra giugno, luglio ed agosto si è registrata una flessione di più del 90% degli incassi rispetto allo stesso periodo del 2019.

Da un altro punto di vista, la pandemia ha definito una classifica delle società di distribuzione in base agli incassi riportati difficilmente ipotizzabile fino all’anno scorso. Nel 2020 prima è infatti Medusa Film, con un incasso totale di 56.4 milioni di euro, seguita da Warner Bros Italia (39,9 milioni di euro) e da 01 Distribution (31.6 milioni), solo quarta la Disney (10,4 milioni), che l’anno scorso fu prima.

Spostandoci sui dati relativi all’esercizio cinematografico si nota come a soffrire maggiormente siano state le monosale e i cinema formati da due o quattro sale, che hanno registrato diminuzioni negli incassi, rispetto al 2019, rispettivamente del 60% e del 68,2%. Gravemente colpiti anche i complessi con più di sette schermi, che hanno registrato il 50% degli incassi totali (in diminuzione del 73,9% rispetto al 2019) e il 48% delle presenze complessive (73,8% in meno rispetto al 2019).

Fortemente danneggiati dall’emergenza sanitaria anche i mercati internazionali, con la Francia che ha visto diminuiti i biglietti venduti del 69,45% rispetto al 2019 e con un Box Office europeo in generale sofferenza, in calo tanto in Germania (con incassi diminuiti 69,5% in meno rispetto al 2019) quanto in Inghilterra (che ha incassato il 75,49% in meno rispetto al 2019).

I dati Cinetel inquadrano un mercato cinematografico in aperta sofferenza e costituito da componenti che, nel giro di breve tempo, rischiano di scomparire. C’è forse bisogno, al di là dei sostegni finanziari, di ripensare da zero un settore che è capace di grandi exploit ma che non sembra in grado di strutturare ad una strategia di sopravvivenza che gli permetta di far fronte a emergenze di questo tipo. L’inizio potrebbe essere cercare una via per gestire in maniera differente le finestre di distribuzione, tra digitale e sala, come stanno provando a fare alcuni players o dare più peso a prodotti nostrani vicini ad una sensibilità da blockbuster pop straniero che trainino il mercato quando quegli stessi prodotti da noi non possono arrivare.

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Data articolo: Sat, 23 Jan 2021 08:29:00 +0000
Stedalì
Morta Cecilia Mangini, la prima documentarista italiana

Si è spenta a 92 anni a Roma. Dai lavori con Pasolini, fino ai film di fantascienza di Lino Del Fra, passando per documentari sempre attenti agli ultimi e alla cultura del Meridione magico e arcaico

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È scomparsa ieri a Roma all’età di 92 anni Cecilia Mangini. Nata a Mola di Bari nel 1927, è stata la prima donna documentarista della storia del cinema italiano. La sua carriera artistica è partita dalla fotografia, sfatando il pensiero, molto diffuso all’epoca, che quello “non fosse un mestiere per signorine”. La voglia di “acchiappare quel pezzo di realtà che fosse in grado di raccontarla tutta” è molto più forte dei luoghi comuni e la porta a trasferirsi a Roma, lasciando Firenze, dove si era trasferita da piccola con i suoi genitori.

Sei anni dopo l’arrivo nella capitale, Mangini firma il suo primo cortometraggio documentario, Ignoti alla città del 1958. Il film è ispirato al romanzo di Pier Paolo Pasolini Ragazzi di vita, con lo scrittore che firma i testi originali, tornando a collaborare anche nel secondo documentario di Mangini, La canta delle Marane del 1962, in cui la regista riprende le estati torride dei ragazzi di borgata a Roma. Il ritratto delle periferie e dell’umanità degli ultimi, di coloro che vengono lasciati indietro da un presunto progresso galoppante è il solco su cui si muoverà la maggior parte della sua carriera.

Cecilia mangini foto

Sempre in quegli anni Cecilia Mangini indaga anche il mondo rurale, anche nel suo aspetto più arcaico. Con Stedalì – suonano ancora vengono osservate le prefiche, antica figura di donna incaricata di piangere ed eseguire lamentazioni rituali in onore di un morto. La pellicola è del 1960, come Maria e i giorni, ritratto di un’anziana donna che gestisce una masseria, di cui vengono documentate anche le pratiche religiose al limite della magia. Entrambi i lavori sono fortemente influenzati dal lavoro dell’antropologo Ernesto De Martino. C’è anche un’attenzione a una realtà contadina che viene sempre più inglobata in maniera traumatica dallo sviluppo industriale. Del 1961 è Divino amore, incentrato sull’omonimo santuario dedicato alla Madonna che nel dopoguerra fu oggetto di grande devozione dei fedeli. Essere donne del 1964 è invece un’indagine di costume e psicologica sulla condizione delle donne negli anni del boom.

Il cinema politico e sociale diventerà un ambito molto frequentato da Cecilia Mangini nella seconda metà degli anni ’60. Affronta con sarcasmo la crescita del consumismo (Felice Natale), dibatte sul controverso tema dell’eutanasia (La scelta) e critica un sistema scolastico che rischia di essere veicolo di conformismo (La briglia sul collo). Cecilia Mangini è anche sceneggiatrice di diversi film di finzione, per la maggior parte diretti da suo marito Lino Del Fra. Dopo Fata Morgana, co-diretto dai due e vincitore del Leone d’Oro al 22° Festival del Cinema di Venezia, nel 1962 Mangini scrive e dirige insieme al marito e Lino Miccichè All’armi, siam fascisti! Il film viene accolto con un consenso positivo unanime e nemmeno la censura di stato (che aveva già colpito la Mangini in occasione dei suoi lavori al fianco di Pasolini) riesce a evitare il successo del film in sala. Sempre per la regia di Del Fra scrive nel 1970 La torta nel cielo, tratto da un soggetto di Gianni Rodari, e nel 1977 Antonio Gramsci – I giorni del carcere, racconto storicamente curato degli ultimi anni del filosofo premiato nello stesso anno con il Pardo d’Oro a Locarno.

A partire dagli anni 2000 Cecilia Mangini si è dedicata principalmente alla fotografia, mentre la sua opera cinematografica viene lentamente riscoperta. Nel 2009, al NODODOCFEST di Trieste le viene conferito il premio alla carriera insieme a Gianfranco Rosi, mentre nel 2017 inaugura una sua mostra fotografica a Nuoro. Resta del 2012 la sua ultima apparizione al cinema in In viaggio con Cecilia, diretto dalla sua allieva Mariangela Barbanente. Un ultimo viaggio in macchina che rimane il saluto cinematografico di una grande artista a un Sud di cui ha documentato il cambiamento e che sembra ai suoi occhi vivere d’inerzia. Contro quell’apatia si è sempre battuta Cecilia Mangini, con un’energia che resterà un esempio vivo e potente nelle sue opere.

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Data articolo: Fri, 22 Jan 2021 17:29:23 +0000
vincent schiavelli
Batman. Il ritorno, di Tim Burton

Strepitoso sequel dove Burton crea versione dark in cui l’espressionismo dello sguardo è soprattutto lo specchio di un mondo interiore. Stanotte (2.15) e domani (19.05) su Sky Collection

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“L’espressionismo non deriva da un gusto spiccato per le forme bizzarre, ma corrisponde piuttosto al bisogno di interiorizzazione e di evasione che risale all’infanzia: l’idea di avere un luogo tutto per sé, anche malsano…L’espressionismo è una componente dell’universo di Batman, con questa città che viene mostrata sempre di notte, come se ci si trovasse nella testa di qualcuno. Questo è per me l’espressionismo: l’idea di un mondo interiore, di un’arena dove brancolano degli uomini-animali. È il mondo di Batman…” (Tim Burton)

L’uomo pipistrello, la donna gatto e il bambino pinguino. Su questo triangolo zoofilo, che è anche un incrocio di disturbi della personalità, si basa il secondo capitolo della visione burtoniana del supereroe DC comics. Se nel primo Batman (1989) giganteggiava la figura di Joker interpretato magistralmente da Jack Nicholson, in questo Batman. Il ritorno (1992) si fa strada una versione profondamente dark in cui l’espressionismo dello sguardo è soprattutto lo specchio di un mondo interiore.

L’arena dentro cui si muovono questi uomini-animali è Gotham City, un incrocio tra l’architettura futurista dell’EUR e le atmosfere gotiche di Edgar Allan Poe. Gli omaggi all’espressionismo tedesco sono manifesti (Max Shreck da Il Nosferatu di Murnau, le scenografie da Il Gabinetto del Dr. Caligari) e gran parte degli avvenimenti si svolge di notte, tra ombre lunghe e luci artificiali.

Sin dalle scene iniziali, sulle note inconfondibili di Danny Elfman, varchiamo la soglia della villa dei Cobblepot come fosse la Xanadu di Quarto potere: poi i titoli di testa seguono una culla (la forma ricorda quella di Rosemary’s Baby) galleggiare nelle fogne della città. Dopo 33 anni da questi eventi, Il Pinguino (Danny De Vito) vuole tornare in superficie per impadronirsi di Gotham City con l’aiuto del miliardario-vampiro Max Shreck (Christopher Walken) il cui marchio di fabbrica è il logo di Felix The Cat. Batman (Michael Keaton) cercherà di contrastare i due nemici con la variabile impazzita di Catwoman (Michelle Pfeiffer) gattina dalle sette vite.

Tim Burton gestisce al meglio le interazioni tra i quattro personaggi giocando con la scissione identitaria e la duplicità male/bene. Il Pinguino che abita i bassifondi raccoglie i rifiuti e le scorie di una società industriale che fonda il profitto sul malaffare. I discorsi dell’industriale Max sono vuoti, ridondanti, e vengono amplificati dai mass media asserviti al potere. Il Pinguino nella sua voglia di integrarsi e di godere dei benefici da sindaco finirà per essere respinto e alla fine, rovesciando il discorso di The Elephant Man, esclamerà: “Io non sono un essere umano!, Sono un animale!”. La regressione infantile del Pinguino deve molto al fiabesco nero di Roald Dahl ed è caratterizzata da ombrelli-fucili, papere-mobili, pinguini reali telecomandati. Il Pinguino prende in ostaggio Max Shreck perché è lui il vero mostro che vuole succhiare l’energia vitale di Gotham City. Lo stesso Batman tormentato dal suo lato oscuro (nella prima scena in cui compare, Bruce Wayne è seduto nel buio a fissare il vuoto), riconosce nel Pinguino un orfano in cerca di figure genitoriali surrogate. Ma è col personaggio di Selina/Catwoman che il film si arricchisce di una figura femminile ambivalente ed arriva a superare il primo capitolo della saga. Selina è una assistente (che tutti chiamano segretaria) sola, sessualmente insoddisfatta, repressa dalla madre che le lascia messaggi intimidatori in segreteria telefonica. Catwoman rappresenta la liberazione della donna da questa schiavitù, pura forza desiderante che attraverso la libido ritrova la posizione di dominatrice sul mondo maschile. Dopo essere tornata a casa e avere sfasciato tutti i simulacri del suo mondo di plastica, Selina indossa il costume e brandisce la frusta di Catwoman per compiere la vendetta. E’ lei a riconoscere in Batman la sua stessa duplicità e il suo spirito di rivalsa. La scena più importante del film è quella del ballo mascherato sulle note di Face to Face dei Siouxsie and the Banshees (Another life/Another time/We’re Siamese twins writhing intertwined/Face to face, No telling lies/The masks they slide to reveal a new disguise): dopo una fugace apparizione della maschera della Morte Rossa (da Roger Corman, altro nume tutelare di Tim Burton), i due ballano stretti e si riconoscono proprio perché senza travestimenti in un mondo di maschere. Michelle Pfeiffer passa dalla risata isterica al pianto, dalla tristezza alla follia nell’arco di poche inquadrature rivelando la psicosi dei due personaggi (“sono stanca di indossare maschere”). Il Pinguino passa dai riferimenti biblici (Mosè salvato dalle acque, Erode e la condanna a morte dei primogeniti) ad un epilogo shakespeariano in cui la melodia malinconica di Danny Elfman regala un  momento di pietà.

Se Batman poteva essere considerato una summa di tutte le contraddizioni degli anni ’80, Batman. Il ritorno apre la stagione dei ’90 con i segni del postmoderno (la citazione, la parodia, la pervasività dei mass media, la crisi della forma e l’impossibilità della visione, la creazione di una città-mondo chiusa in sé stessa). Tim Burton si appropria della storia di Batman e vi inserisce la propria personalità d’autore, rielaborando la teoria dell’azione-reazione: al tentativo del freak di intraprendere una azione per integrarsi nel mondo circostante corrisponde una reazione contraria della società che cerca di isolare ed eliminare chi va fuori dalla norma. E’ allora che l’incubo prende in ostaggio la realtà.

 

Titolo originale: Batman Returns
Regia: Tim Burton
Interpreti: Michael Keaton, Danny De Vito, Michelle Pfeiffer, Christopher Walken, Michael Murphy, Michael Gough, Pat Hingle, Vincent Schiavelli
Durata: 126′
Origine: USA, 1992
Genere: supereroi

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Data articolo: Fri, 22 Jan 2021 11:30:33 +0000
Romy Schneider
Addio all’attrice Nathalie Delon

L'attrice francese, ex moglie di Alain Delon, è scomparsa per un cancro. Dopo l'esordio con "Frank Costello faccia d'angelo" è apparsa in moltissimi film e ha anche diretto due lungometraggi.

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Si è spenta ieri mattina a Parigi a 79 anni Nathalie Delon. Lo ha comunicato il figlio Anthony, avuto con Alain Delon. I due attori si sono sposati nel 1964, hanno recitato insieme nel 1967 in Frank Costello faccia d’angelo diretto da Jean-Pierre Melville (sul cui set secondo le indiscrezioni la tensione fra i due coniugi era alta) e hanno divorziato nel 1969. L’attrice, il cui vero nome è Francine Canovas, sembra essere stata la causa della rottura di quella che all’epoca era considerata la coppia d’oro del cinema francese, quella formata da Delon e Romy Schneider.

Nathalie Delon, nata nel 1941 in Marocco da una famiglia di origini spagnole, è arrivata a Parigi nel 1962 dopo la separazione dal suo primo marito, ha girato molte pellicole come attrice, ma negli anni ’80 è passata anche dietro la macchina da presa, sua grande passione, dirigendo due film da regista Ils appellent ça un accident (1982) e Dolci bugie (1987). Nel 2006 ha pubblicato un libro di memorie intitolato Pleure pas, c’est pas grave… :souvenirs. 

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Data articolo: Fri, 22 Jan 2021 10:24:04 +0000
tom savini
Fantasmagoria, la web serie dedicata alle leggende urbane italiane

In streaming su Youtube sono ormai disponibili tutti e sei gli episodi della docu-fiction a tinte horror che esplora il mondo dell'occulto all'interno del folklore italiano.

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La serie televisiva italiana Fantasmagoria, ideata dallo scrittore e musicista underground Fabrizio Byron Link, è approdata sul canale youtube Orediorrore (curato dallo youtuber romano Alessio Giorgi) lo scorso giugno. Un episodio al mese, per un totale di 6. Con una combinazione tra lo stile del documentario e quello più propriamente cinematografico, Fantasmagoria affronta diversi misteri racchiusi nel folklore italiano. La produzione vanta la preziosa collaborazione dello statunitense Tom Savini agli effetti speciali e di Pino Donaggio, storico compositore italiano per la colonna sonora. Inoltre al progetto ha preso parte anche il regista Luigi Cozzi, noto nell’ambito della fantascienza e dell’orrore.

Parlando della genesi di Fantasmagoria, il suo creatore ha spiegato come l’idea abbia preso forma durante il lockdown, “ma da tempo avevo in mente questa idea di creare delle narrazioni cinematiche, svincolate dalla rigidità produttiva e diversamente libere” ha dichiarato. “In passato avevo fatto dei reading e conoscevo bene il potere della voce, è una delle facoltà più vecchie del mondo, l’uomo all’interno della grotta racconta le storie per far passare il tempo, e se le storie sono spaventose esorcizzano meglio le paure. La situazione nella quale mi trovavo era esattamente quella dell’uomo chiuso nella grotta, così, sapendo fare un po’ di tutto, mi misi al lavoro.”

Il primo episodio di Fantasmagoria è andato in onda il 4 giugno e ha raccolto una numerosa quantità di commenti entusiasti. La durata di ogni episodio oscilla fra i 15 e i 30 minuti. Quattro sono quelli “standard” a cui si aggiungono due speciali, un’edizione di Halloween e una di Natale. Si passa dal racconto di Villa Manzoni, una villa romana costruita da un architetto massone dedito a rituali occulti, all’esplorazione del mondo dell’Italia di fine anni 60 connessa al rapimento di un bambino.

 

 

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Data articolo: Fri, 22 Jan 2021 08:49:19 +0000
Susanna Nicchiarelli
Incontro con Susanna Nicchiarelli live su fb

venerdì 29 gennaio h 15.30 in diretta su facebook.com/sentieriselvaggi una chiacchierata con la regista di Miss Marx e Nico, 1988, fino agli esordi di Cosmonauta

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Ritornano gli incontri di Sentieri Selvaggi live su facebook.com/sentieriselvaggi. Venerdì 29 gennaio alle h 15:30 sarà con noi Susanna Nicchiarelli, il cui ultimo Miss Marx è recentemente sbarcato in streaming su Chili dopo il passaggio a Venezia77. Una chiacchierata via Zoom con la redazione e gli studenti di Sentieri Selvaggi, moderata da Simone Emiliani e Carlo Valeri, per ripercorrere insieme la poetica e la filmografia della regista di Nico, 1988 (Premio Orizzonti per il miglior film a Venezia74 e 4 David di Donatello 2018 tra cui la miglior sceneggiatura originale a Nicchiarelli – attualmente visibile su RaiPlay), a ritroso fino all’esordio Cosmonauta, passando per La scoperta dell’alba.

Sentieri Selvaggi incontra Susanna Nicchiarelli
29 gennaio h 15.30
live su facebook.com/sentieriselvaggi

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Data articolo: Thu, 21 Jan 2021 17:35:48 +0000
YouTube
Dare voce, mostrare sangue. Jenin, Jenin bandito da Israele

Israele vieta proiezione e distribuzione di Jenin, Jenin, chiedendo anche il sequestro delle copie. Continua l'incubo di Mohammad Bakri, in lotta da vent'anni anni per il suo documentario.

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È scioccante che un regista sia punito per il suo lavoro artistico“, commentavano così i direttori del festival di Berlino Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek la censura e la condanna a Mohammad Rasoulof per il suo There Is No Evil, Orso d’oro alla 70esima Berlinale. Spostandoci dall’Iran ad Israele possiamo dire che è successo di nuovo. Viene nuovamente colpita l’arte e la libertà d’espressione. Questa volta da parte di un paese che si dice democratico, ma che in realtà forse non è così distante dalla definizione datagli da B’tselem recentemente; quella di “regime di apartheid”.

Jenin, Jenin (2002)

Israele ha vinto la guerra durata vent’anni contro Mohammad Bakri. Il regista è stato condannato per avere raccontato il massacro dei palestinesi nel documenatrio Jenin, Jenin del 2002. Quello vissuto dal regista è un incubo scritto tramite l’inchiostro di Kafka; dove un uomo viene sballottolato di stanza in stanza, di processo in processo, contro una sentenza che sembra già scritta in partenza. Negli anni Bakri ha ricevuto la solidarietà di tanta gente dello spettacolo; da Bertolucci a Martone passando per Mastandrea, ma tutto ciò sembra non esser servito ad evitare la condanna. Pochi giorni fa la corte distrettuale di Lod ha stabilito che le proiezioni e la distribuzione di Jenin, Jenin sono vietate; e che tutte le copie del film vanno sequestrate. Condanna che si aggiunge al risarcimento di 55mila dollari che Bakri deve al tenente colonello Nissan Magnagi; apparso per alcuni secondi nel film durante l’assalto al campo profughi. Con questa sentenza, definita dal regista antidemocratica e antiumana, di fatto Israele zittisce le testimonianze dei sopravvissuti. Cerca di far scomparire il dolore e la testimonianza di un autore che non ha mai fatto accuse dirette nel film; che ha dato voce e mostrato sangue, perché si deve dare la possibilità di essere ascoltati e il sangue, alla fine, è rosso per tutti.

 

 

Bakri si appellerà contro la sentenza; farà ricorso alla Corte Suprema che nel 2006 l’aveva assolto stabilendo che però il film costituiva una diffamazione. Nel frattempo l’arte prepara un’Intifada. Si ribella con l’aiuto dello streaming e della rete che può tutto. È infatti possibile da qualche giorno, sia su Youtube che su Vimeo, vedere gratuitamente il documentario di Bakri. Un atto di ribellione verso l’ingiustizia antidemocratica di Israele.

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Data articolo: Thu, 21 Jan 2021 14:57:03 +0000
suzy amis
Fandango, di Kevin Reynolds

Il canto di una generazione di giovani a un'età che non tornerà più. Costner ne diviene il simbolo, aspirando a essere immortale come il mito di James Dean. Oggi, su Iris, ore 17:20

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There’s a time that I remember, when I did not know no pain
When I believed in forever, and everything would stay the same

Una strada assolata che sembra infinita, senza un orizzonte che aiuti a capire dove andare. Su questa linea simbolica, fatta di curve e ostacoli, si muove un gruppo di ragazzi, i Groovers, appena diplomati all’università di Austen e già con un’esecuzione pendente sulla testa – l’arruolamento in Vietnam. Reynolds coglie questo frangente di vita, dilata un momento che di solito scorre rapido e invisibile, a tal punto che potrebbe benissimo essere un’illusione; lo vuole fermare in un gesto – un viaggio attraverso il Texas sulle tracce di un certo Dom: una figura mistica che assume connotazioni umane, e che è fondamentale per compiere quel rito di passaggio che consegnerà i Groovers a un’età di consapevolezze e responsabilità.

Il progetto iniziale, un cortometraggio diretto dallo stesso regista quand’era studente all’università, era incentrato esclusivamente sull’aspetto goliardico, sulla falsariga di un capostipite d’eccezione che ha fatto “scuola”. Parti che sono rimaste nel film – la “lezione” di paracadutismo – e che permettono di capire quanto e come la storia si sia sviluppata. Perché dietro la sua realizzazione c’è il nome di Spielberg, che all’epoca vide il corto, e che volle provare a trasformarlo in una delle sue visioni senza tempo, che attraversano cioè la Storia pur non rinunciando a un ideale immaginifico. Quei losers che apparteranno per sempre al suo e al nostro cuore stanno prendendo forma proprio in quegli anni – è curioso come entrambi i film siano usciti nel 1985 – ma al di là di una coralità fraterna che diviene momento di formazione, è più interessante forse volgere lo sguardo a un altro “modello”, a quei “giovani arrabbiati” e un po’ scapestrati anche loro in fuga lungo l’autostrada del Texas per inseguire un sogno folle.

Del resto questa sembra essere una tappa obbligata che molte generazioni prima della loro hanno già percorso: ne restano i segni evidenti, addirittura mitici, che giganteggiano in quella foto appesa al distributore di benzina che fa eco a una serie di valori condivisi e che è al tempo stesso una prefigurazione di quel che sarà il destino di questa nuova gioventù. Come nella sequenza al cimitero, con lo scoppiettio dei fuochi d’artificio che sospende per un lungo attimo quell’incanto.

Perché Fandango è proprio come la danza stessa che dà il titolo al film, un movimento vivace dal ritmo variabile che sospende la percezione della realtà: è quella tensione costante tra ciò che è stato e come viene immaginato, tra il ricordo di un amore terreno e la sua proiezione metafisica, in un campo di fiori esplosi di colore o in un deserto bianco, dove due corpi seminudi si incontrano ancora per una volta per poi allontanarsi, chissà se per sempre. È un locus amoenus e malinconico a cui si anela e che resta un privilegio. E Costner ne è il simbolo, lo abita, non se n’è mai andato da lì, aspirando a essere immortale come James Dean: seduto sulla collina brinda ai suoi amici che, ognuno a suo modo, si avviano alla vita.

 

Titolo originale: id.
Regia: Kevin Reynolds
Interpreti: Kevin Costner, Judd Nelson, Sam Robards, Chuck Bush, Brian Cesak, Suzy Amis
Durata: 91’
Origine: USA, 1985
Genere: commedia, drammatico

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Data articolo: Thu, 21 Jan 2021 11:31:00 +0000

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