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rocco fasano
Non mi uccidere. Andrea De Sica racconta il suo nuovo film

Presentato il nuovo film di Andrea De Sica che racconta la rinascita degli adolescenti non accettati con toni cupi e violenti, dal romanzo di Chiara Palazzolo. Dal 21 aprile in streaming on demand

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È stato presentato oggi il nuovo film di Andrea De Sica Non mi uccidere, tratto dal romanzo di Chiara Palazzolo e con protagonisti Alice Pagani e Rocco Fasano. Girato tra Alto Adige e Roma, è un thriller romantico con una forte componente sovrannaturale, o almeno così l’ha definito il regista durante la conferenza stampa online di oggi.

«Mi interessava raccontare una storia d’amore dove ci si innamora della notte, della parte più oscura di noi stessi».

Un film di genere che mantiene le tematiche già affrontate dal regista ne I figli della notte (2017) e Baby (2018-2020). De Sica più volte ripete che non era suo interesse avere come reference Twilight (2008), che per lui è più un mélo mentre il suo film vuole affondare molto più nell’horror, cupo e violento, e nel drama. La cosa fondamentale era riuscire a mettere in scena un mondo adolescenziale dove si sbrana o si finisce per esser sbranati. Voleva che il suo fosse un mondo dove gli adolescenti smettono di esser protetti e sono costretti ad affrontare la parte più oscura di se stessi, rappresentata dalla notte.

Al regista poi viene chiesto se Non mi uccidere è un film metoo per la scelta di far tenere sulle spalle, alla sua protagonista, tutto il peso del racconto. De Sica risponde che il fatto che la protagonista sia donna lo rende molto orgoglioso; voleva che nel suo film fossero le donne ad avere l’ultima parola in un mondo che sempre più le sottomette, ma la lotta ideologica non è il punto centrale del film che invece racconta il mondo di tutti quelli che non si sentono accettati e che adesso devono iniziare a mordere la vita. Alla sceneggiatura Gianni Romoli ha collaborato con il collettivo GRAMS e Andrea De Sica stesso. Presi accordi con Chiara Palazzolo, che non ha voluto partecipare alla scrittura della sceneggiatura, si è provato a portare al cinema un film meno filosofico rispetto al libro, scritto in forma di monologo, dove però rimanesse vivo il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

«Per anni abbiamo provato a fare questo film, ma siamo sempre stati un po’ bloccati. Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot c’è stata maggior apertura verso il cinema di genere e anche in Italia si è iniziato a ripuntare su questo tipo di prodotti».

Non mi uccidere sarà disponibile dal 21 aprile per l’acquisto e il noleggio su Apple Tv, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, Playstation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio su Sky Primafila e Infinity.

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Data articolo: Tue, 13 Apr 2021 15:38:23 +0000
Thomas Vinterberg
BAFTA 2021: tutti i vincitori

Nomadland fa incetta di statuette ai premi britannici. Premiati anche Una donna promettente di Emerald Fennell e The Father con Anthony Hopkins

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Come da pronostici, Nomadland di Chloé Zhao ha trionfato anche ai BAFTA, i premi della British Academy of Film and Television Arts, conquistando il maggior numero di riconoscimenti: miglior film, miglior regia, miglior fotografia e miglior attrice protagonista a Frances McDormand. Una conferma è arrivata anche per Emerald Fennell e il suo Una donna promettente, che ha portato a casa le statuette al miglior film britannico e alla miglior sceneggiatura originale. A farle concorrenza The Father che conquista il premio per il miglior attore, andato ad Anthony Hopkins, e per il miglior adattamento. Un altro giro di Thomas Vinterberg vince come miglior film straniero.

Di seguito tutti i vincitori:

Miglior film

NomadlandChloé Zhao

Miglior film britannico

Una donna promettente – Emerald Fennell

Miglior film non in lingua inglese

Un altro giro – Thomas Vinterberg

Miglior debutto britannico

His house – Remi Weekes

Miglior documentario

My Octopus Teacher – Pippa Ehrlich e James Reed

Miglior film d’animazione

SoulPete Docter e Kemp Powers

Miglior regia

Chlo̩ Zhao РNomadland

Miglior sceneggiatura originale

Emerald Fennell – Una donna promettente

Miglior adattamento

Christopher Hampton, Florian Zeller – The Father

Miglior attore

Anthony Hopkins – The Father

Miglior attrice

Frances McDormand – Nomadland

Miglior attore non protagonista

Daniel Kaluuya – Judas and the Black Messiah

Miglior attrice non protagonista

Yuh Jung-Youn – Minari

Miglior casting

Rocks

Miglior colonna sonora

Soul

Miglior fotografia

Nomadland

Miglior montaggio

Sound of Metal

Migliori scenografie

Mank

Migliori costumi

Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior trucco e acconciature

Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior suono

Sound of Metal

Migliori effetti speciali

Tenet

Miglior cortometraggio britannico d’animazione

The Owl and the Pussycat

Miglior cortometraggio 

The Present 

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Data articolo: Tue, 13 Apr 2021 13:33:30 +0000
silvano agosti
Riapre l’Azzurro Scipioni

La storica sala fondata da Silvano Agosti riprende la propria attività culturale grazie all'intervento del Gruppo BNL Paribas

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La storica sala romana di Prati dedicata al cinema indipendente e d’essai, riapre i battenti con il supporto di BNL e BNP Paribas. Già da tempo in difficoltà a causa della pandemia e messa definitivamente in ginocchio dal DPCM dello scorso ottobre, a inizio marzo Silvano Agosti, curatore e fondatore della sala, si era trovato costretto a chiudere questo tempio del cinema d’autore, non senza aver percorso diverse strade per cercare di sottrarsi a un destino che qualche mese fa sembrava inevitabile: dal crowdfunding lanciato a maggio 2020 per far fronte ad un affitto divenuto insostenibile, alla messa all’asta su Facebook delle poltrone e del proiettore, passando per le raccolte firme e le petizioni online partite dal basso. Aperto nel 1983, l’Azzurro Scipioni per quasi quarant’anni ha portato sullo schermo grandi capolavori della storia del cinema e film dimenticati che mai avrebbero trovato spazio nella programmazione delle sale commerciali, ospitando al contempo eventi culturali e offrendosi come luogo d’incontro tra gli autori e il pubblico, divenendo in breve tempo centro nevralgico della cultura cinematografica capitolina. Lo stesso Agosti, una volta chiuse le porte del suo cinema, ha continuato a stazionare all’esterno, in segno di protesta e resistenza, incontrando gli spettatori più affezionati e cercando di attirare l’attenzione delle istituzioni su una realtà culturale da tutelare e mantenere viva. Strategia che a quanto pare è servita a sollevare l’interesse di BNL e BNP Paribas, che hanno deciso di preservare le attività dell’Azzurro Scipioni attraverso una proposta di partnership per un periodo di cinque anni, che permetterà di ristrutturare i locali e dare nuova linfa alla programmazione.

 

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Data articolo: Tue, 13 Apr 2021 10:57:35 +0000
Scott Frank
DGA Awards 2021 – I vincitori

Chloé Zhao trionfa anche ai Directors Guild Awards. Premi anche per Darius Marder, Scott Frank, Melina Matsoukas

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Il Directors Guild of America Award è un premio assegnato ogni anno dalla Directors Guild of America, corporazione di registi cinematografici e televisivi statunitensi. Ecco i vincitori della 73esima edizione:

Outstanding Achievement in Theatrical Feature Film
Chloé Zhao – Nomadland

Outstanding Directorial Achievement of a First-Time Feature Film Director
Darius Marder – Sound of Metal

Outstanding Directorial Achievement in Dramatic Series
Lesli Linka Glatter – Homeland, “Prisoners Of War”

Outstanding Directorial Achievement in Comedy Series
Susanna Fogel – The Flight Attendant, “In Case Of Emergency”

Outstanding Directorial Achievement in Movies for Television and Limited Series
Scott Frank – The Queen’s Gambit

Outstanding Directorial Achievement In Commercials
Melina Matsoukas (Prettybird) – You Love Me, Beats By Dr. Dre

Outstanding Directorial Achievement In Documentary
Michael Dweck & Gregory Kershaw – The Truffle Hunters

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Data articolo: Tue, 13 Apr 2021 09:54:45 +0000
will smith
Dads – Papà, di Bryce Dallas Howard

Un documentario ottimista dove i conflitti e le paure sono sotto traccia. Dentro ci sono però troppe storie. E quelle migliori (la famiglia Howard) rischiano di non essere messe in evidenza. Apple Tv+

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Non c’è solo Ron Howard ma anche tanti altri babbi celebri in Dads – Papà, il documentario realizzato da Bryce Dallas Howard in programmazione su Apple Tv+, da Will Smith a Judd Apatow, passando per Neil Patrick Harris, Jimmy Fallon, Patton Oswalt, Kenan Thompson, Ken Jeong e Conan O’Brien. Ognuno di loro parlano davanti alla telecamera che diventa una specie di specchio in cui possono raccontare cosa significa essere padre. Può cambiare il colore dello sfondo dietro. Ron Howard si confessa avendo alle spalle quello arancione. Poi può diventare rosso o celeste. I colori non sono casuali. Possono corrispondono ai vari stati d’animo dei protagonisti. Dalla tranquillità, alla paura fino alla felicità. Le celebrità costituiscono però la cornice più esterna. Poi Dads – Papà si sofferma soprattutto sulla vita di babbi di diverse estrazione sociale nel mondo. Ci sono quelli omosessuali, chi si dedica a a tanti figli e chi a uno solo e chi lo fa a tempo pieno. Ci sono babbi naturali e adottivi che amano quei figli come se fossero loro. Raccontare la paternità significa anche raccontare se stessi e il proprio vissuto.

“A Father Is…”. È questo la frase di lancio per il documentario di Bryce Dallas Howard che tende soprattutto a sottoloneare la differenza tra i ruoli imposti della società e la percezione soggettiva della paternità. Oggi i babbi cambiano i pannolini, piangono in bagno, mettono i bambini a letto la sera. Viene infatti sottolineato che “a parte la gravidanza, il parto e l’allattamento al seno, un uomo è in grado di fare tutto”. L’attrice, che come regista dopo alcuni corti ha diretto anche due episodi di The Mandalorian (il cap. 4 e il cap. 11), lascia parlare a briglia sciolta e mette in evidenza la determinazione, le difficoltà ma anche tutta la gioia e la scoperta in ogni giorno vissuto con i figli. Sotto questo aspetto Dads – Papà è un documentario ottimista e anche troppo celebrativo. Negli 81 minuti di durata la Howard, che è anche madre di due figli di 14 e 9 anni, ci mette dentro molte, troppe storie. La dimensione privata è una porta fin troppo aperta. Poi però nel momento in cui si sta cominciando a entrare gradualmente in intimità con quel babbo e la sua storia privata, si passa subito a quella successiva. Non c’è stata infatti un’adeguata selezione delle interviste. Probabilmente la Howard aveva così a cuore il progetto e si è così affezionata ai babbi intervistati che non ne ha voluto tagliare nessuno. Ma spesso le loro storie restano appese a un filo. E i racconti delle celebrità potrebbero arrivare da uno stand-up in cui ognuno di loro ci racconta come ci si sente ad essere padri. Quindi, troppa teoria nella costruzione del padre perfetto.

Poi c’è un altro documentario. Purtroppo molto più piccolo, quasi esiguo, ed è quello sulla famiglia (o anche della famiglia Howard). L’inizio è emozionante. Ron sta entrando con la moglie Cheryl in ospedale nel 1981. Bryce sta per nascere. Ora anche il fratello più piccolo di Bryce, Reed, sta per avere un figlio. Si vedono le immagini d’archivio a Londra nel 1987. Ma soprattutto viene raccontato il legame di Ron con il padre Rance che è apparso spesso nei suoi film a cominciare dal suo esordio come regista in  Attenti a quella pazza Rolls Royce. Il ruolo decisivo che ha avuto per far cambiare le battute a Ron bambino nella serie tv The Andy Griffith Show in cui ha interpretato il figlio dello sceriffo locale, poteva essere parte della storia di un altro documentario, più intimo.  In Dads – Papà ci sono quindi due film in uno. E quello pubblico rischia di mettere in secondo piano quello privato. Si spera che la Howard possa tornare sul tema, scegliendo però un approccio più più preciso e lineare. Qui c’è tanta gente ma poi non ci si affeziona a nessuno.

 

Titolo originale: Dads
Regia: Bryce Dallas Howard
Interpreti: Ron Howard, Will Smith, Judd Apatow, Neil Patrick Harris, Jimmy Fallon, Patton Oswalt, Kenan Thompson, Ken Jeong, Conan O’Brien, Reed Howard
Distribuzione: Apple Tv+
Durata: 81′
Origine: USA, 2019

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Data articolo: Tue, 13 Apr 2021 07:27:01 +0000
truccatore
Addio a Giannetto De Rossi, storico truccatore italiano

De Rossi aveva 78 anni. Grandi collaborazioni, in Italia e all'estero, e uno stretto legame con Lucio Fulci per il quale per anni ha creato mostri e zombie

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Nella giornata di ieri oltre all’illustratore Enzo Sciotti ci ha abbandonato anche lo storico truccatore ed effettista dell’horror italiano Giannetto De Rossi. Morto a 78 anni nella sua Roma, De Rossi è stato un vero e proprio artigiano dei trucchi cinematografici. Lavorava direttamente sul corpo degli attori applicando protesi in creta, lattice, gommapiuma o plastilina. Un nome che probabilmente rimarrà per sempre più legato al cinema dell’orrore, essendo stato per anni stretto collaboratore di Lucio Fulci, ma che si è occupato anche di cinema autoriale, collaborando con Fellini per Il Casanova (1976) e con Bertolucci per Novecento (1976).

Come la maggior parte degli effettisti e truccatori italiani, De Rossi eredita il mestiere dalla propria famiglia. Padre e nonno Camillo, primo truccatore d’Italia, gli insegnano l’arte del trucco cinematografico. Più volte però durante la sua carriera, l’artista proverà a prendere nuove strade. Passa dal trucco agli effetti speciali collaborando con Ugo Tognazzi, Joe D’Amato, James Cameron e Claude Chabrol e tenta anche una carriera da regista con il film di fantascienza Cyborg – il guerriero d’acciaio (1989), Killer Crocodile 2 (1990) sequel del film di Fabrizio De Angelis e Tummy (1995). Dagli anni 80 ha lavorato molto anche all’estero, collaborando con Richard Fleischer per Conan il distruttore (1984), Dune di David Lynch (1984) e molti altri.

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Data articolo: Mon, 12 Apr 2021 17:46:07 +0000
vasco brondi
Vicari dirige il nuovo video di Vasco Brondi

Chitarra nera riprende le atmosfere rarefatte dei testi de Le luci della centrale elettrica, segnando un passaggio catartico nel percorso del cantautore. Protagonista del video Elio Germano

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A tre anni dalla fine del progetto de Le luci della centrale elettrica, Vasco Brondi è pronto a ripartire con un album solista, Paesaggio dopo la battaglia, in uscita il prossimo 7 maggio. Il nuovo lavoro è stato anticipato dal singolo Chitarra nera, lanciato il 6 aprile scorso con una live première sul sito del cantautore. L’album, prodotto dallo stesso Brondi insieme a Federico Dragogna, paroliere e chitarrista dei Ministri, e da Taketo Gohara, già produttore, arrangiatore e tecnico del suono di altri artisti provenienti dal cantautorato italiano 2.0 come Vinicio Capossela, Brunori Sas e Motta, rispolvera le atmosfere tipiche della musica di Brondi, quella canzone parlata, talvolta incerta e vibrante, e i paesaggi rarefatti e desolanti dell’entroterra padano che il cantante, nato a Verona e cresciuto a Ferrara, ha raccontato più volte nei suoi testi. Per il videoclip di Chitarra Nera, Brondi ha coinvolto Daniele Vicari alla regia ed Elio Germano in veste di protagonista. Vicari ha scelto di girare a Collegiove, suo paese natale in provincia di Rieti, che per l’occasione è diventato rifugio dalle dinamiche febbrili della città. Germano vaga solitario e silenzioso per i vicoli disabitati e immersi nella nebbia, fino a giungere in un bosco innevato dove accende un falò. Ad accompagnarlo nel suo errabondare solo un paio di cuffie sulle orecchie per estraniarsi il più possibile da un ambiente già di per sé spettrale.

Brondi ha raccontato di essere tornato a scrivere dopo un lungo periodo lontano dal palco e dalla chitarra, suo strumento prediletto. Risale infatti al 2017 l’ultimo album firmato da Le luci della centrale elettrica, Terra, a cui l’anno dopo è seguita una raccolta conclusiva del progetto collettivo, 2008/2018 – Tra la via Emilia e la via Lattea e un album live, Talismani per tempi incerti, che raccoglie canzoni, poesie e cover. Per chi ha ascoltato e seguito il percorso artistico de Le luci, Chitarra nera rappresenta un tuffo nel passato, un ritorno alle giovanili promesse di lettere d’amore scritte al computer e alle laceranti attese di insperati ritorni dall’estero. Ma qui la consapevolezza è diversa, non c’è più la rabbia giovane della precarietà affettiva e lavorativa, non ci sono fughe notturne né occupazioni abusive. Rimane la desolazione di un presente straniante. Il fuoco dei ricordi a mantenere vivo un qualcosa che vivo non è più da un pezzo. Un ritorno in luoghi ormai abbandonati eppure catartici, che segnano un passaggio imprescindibile per poter continuare. Il bisogno di isolarsi, allontanarsi, ritrovarsi. È tempo di fare i conti col presente, con la strada che si è scelto di percorrere. Nel brano non mancano infatti riflessioni attuali e concrete sullo stato dell’industria musicale che qui ha preso il posto dei call center e delle zone industriali dei primi testi. Chitarra nera segna il ritorno del Brondi che abbiamo conosciuto e ascoltato nei nostri periodi neri spettacolari. Ma come per qualsiasi stagione della vita, si tratta solo di accettare, affrontare e, poi, lasciar andare.

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Data articolo: Mon, 12 Apr 2021 16:42:53 +0000
Velluto Blu
È morto Enzo Sciotti, autore delle locandine per Fulci, Raimi, Argento

È morto a 76 anni l'illustratore Enzo Sciotti. Come illustratore ha collaborato con grandissimi nomi del cinema italiano e non. Da Scola a Lynch, Scorsese e i fratelli Coen

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Artista noto nel mondo del cinema per via delle sue collaborazioni con registi italiani e internazionali di cui ha curato e disegnato le locandine, Enzo Sciotti è morto a 76 anni. La notizia arriva tramite l’account Instagram del disegnatore romano.

«Ciao a tutti gli amici virtuali, da oggi non potrò più farvi vedere i miei manifesti, di cui sono tanto orgoglioso, è stato un piacere e un onore interagire con tutti voi. Io sono volato via e vi tengo tutti nel cuore. Alla prossima vita».

Inizia la sua attività nello Studio Bat di Riccardo Battaglia per poi passare a collaborare con Maro, nome d’arte di Mauro Innocenti. Successivamente fonda, insieme al collega Ezio Tarantelli, lo studio E2. Per anni ha illustrato le locandine di film italiani e stranieri tra horror, western, commedie e pellicole di genere, che vanno da Tamburi Lontani di Raoul Walsh (1951), suo primo lavoro, fino a The Eye di Stephan Elliott (1999). Nella lunga carriera tante collaborazioni importanti con registi come Lucio Fulci, Dario Argento, Martin Scorsese, David Lynch, Sam Raimi e i fratelli Coen.

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Data articolo: Mon, 12 Apr 2021 16:02:45 +0000
Warner
Tra la sala e la piattaforma – l’accordo tra Sony e Netflix nel dettaglio

Un recap su rischi e possibilità dell'accordo multimilionario che vedrà i film Sony distribuiti su Netflix dal 2022 dopo il passaggio in sala. Tra algoritmi, caccia a nuove IP e visione tradizionale

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Dopo essere uscita malconcia dalle prime schermaglie contro avversari forse più lungimiranti come Disney e Warner, Netflix ha provato ad assestare nei giorni scorsi un nuovo colpo utile a ridisegnare la filiera della distribuzione e a ribaltare lo status quo della Streaming War.

L’azienda di Los Gatos, che solo pochi giorni fa ha annunciato l’acquisto di un IP fortissima come quella di Knives Out, ha infatti stretto un accordo con Sony per ospitare in esclusiva sulla piattaforma film futuri prodotti dalla major come Venom: Let There Be Carnage, Morbius, Uncharted o i nuovi capitoli di saghe come Bad Boys o Jumanji  per diciotto mesi una volta che si sarà chiusa la finestra di distribuzione in sala.

Alcuni dettagli della partnership rimangono ignoti, ma si ipotizza che Netflix abbia investito diverse centinaia di milioni di dollari per garantirsi un accordo al momento valido dal 2022 per il solo territorio americano e forse della durata di cinque anni.

Il contratto tra Sony e Netflix non è solo una scelta ottimisticamente in controtendenza, che, pur ripensando ancora il sistema delle finestre di distribuzione, continua a considerare la sala come lo spazio primario dell’esperienza cinematografica in un momento storico in cui la fruizione si è spostata sulle piattaforme, ma è soprattutto un ambiguo do ut des tra le parti.

Sony è infatti una sorta di pecora nera del cinema dei franchise recente, in grado di creare prodotti di grande impatto al box office (pensiamo alla serie di Jump Street o quella di Insidious), ma raramente capace di lavorare su progetti duraturi in termini di fidelizzazione (fatto salvo, forse, per Into The Spider-Verse).

La scelta della major è dunque lungimirante in questo senso: Sony non ha forse né i capitali né l’expertise per creare una piattaforma streaming proprietaria, in cui allocare tutta la sua library comprensiva di progetti esclusivi e preferisce appoggiarsi ad un’infrastruttura come Netflix, che non è solo ben rodata ma che ha fatto della fidelizzazione dello spettatore uno dei suoi core business.

Rileggendo certi dettagli dell’accordo dal punto di vista del colosso dello streaming, la situazione si fa, tuttavia, ancora più ambigua. È difficile comprendere se ci si trova davanti ad un canonico accordo tra players o ad un’azione quasi parassitaria di una delle due parti sull’altra si fanno indistinguibili.

Sony

In questo momento, come nota anche Deadline, Netflix ha soprattutto bisogno di rassicurare gli investitori dopo le coraggiose mosse dei competitor ma, forse più di qualsiasi altra cosa, ha bisogno di film, meglio se nuovi e in grado di generare franchise.

La sua aggressiva strategia dei settanta progetti originali distribuiti in un anno va ovviamente in questa direzione, ma non stupisce che l’accordo con Sony sia, in realtà, particolarmente ricco di opzioni “paracadute” che fanno capo a questa particolare hidden agenda del colosso dello streaming. Non solo, oltre ai titoli di prossima uscita, finirà in piattaforma anche tutta la library di film del passato della major, ma il colosso dello streaming avrà una sorta di diritto di prelazione per poter distribuire i futuri Originals di Sony, quei prodotti, cioè, che più di altri hanno la possibilità di sviluppare franchise.

Da questo punto di vista i rischi e le possibilità sono in effetti molteplici. Da un lato Netflix potrebbe sfruttare gli originali Sony per trovare quell’IP che sta cercando da anni, utile a garantirgli anche solo un franchise in grado di battersi ad armi pari con quelli di Disney o Warner, dall’altro è indubbio che l’azienda di Los Gatos si stia affidando ad una realtà che, dati i precedenti, non sembra in grado di poter sostenere un approccio produttivo così ambizioso.

Non sarebbe troppo assurdo, lanciandosi per un attimo in un ragionamento totalmente ipotetico, se, alla fine del contratto, Netflix rilevasse quegli stessi Originals per poterne gestire lo sviluppo (rischi compresi) in prima persona.

A raccontarci dei termini sghembi dell’accordo basterebbe tuttavia forse limitarsi a riflettere su quanto, non trovandosi su una piattaforma gestita da Sony, i film della major dovrebbero sottostare ad un algoritmo non proprietario e, dunque, correre il rischio di subire gli umori anodini di Netflix che magari, a tratti, potrebbe avere più interesse a promuovere una sua esclusiva che un film legato a un third party.

Quello tra Netflix e Sony è, dunque, un accordo fuori dal tempo, che probabilmente aiuterà un’azienda a sopravvivere alla pandemia, ma che smuoverà poco o nulla all’interno della Streaming War, contribuendo tuttavia a raccontarne molti dei suoi lati oscuri.

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Data articolo: Mon, 12 Apr 2021 12:02:36 +0000
web
Genitori vs influencer, di Michela Andreozzi

Una caotica e ambigua commedia che non indaga mai quei social network di cui vorrebbe essere intelligente satira, perdendo l'occasione di raccontare internet attraverso la lente del cinema popolare

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La sensazione è che in quel versus che definisce lo scontro di Genitori vs influencer, l’ultimo film di Michela Andreozzi con Ginevra Francesconi, Fabio Volo e Giulia De Lellis, si siano voluti riassumere anche i termini di altri, più ambiziosi, scontri.

Il film vorrebbe infatti partire dal confronto tra mondo analogico e digitale per contrapporre vecchi e nuovi stilemi della commedia all’italiana e tuttavia non riesce a trovare una sintesi tra le sue istanze risultando non solo un prodotto innocuo ma anche ambiguo nei confronti della realtà che intende rappresentare.

La storia di Paolo, professore apprensivo e contrario ai social che si scontra con la figlia Simone e con l’influencer Ele-O-Nora, salvo poi venire sedotto dal patinato mondo di internet, sarebbe stato il terreno ideale per descrivere il nuovo contesto digitale ma confrontandosi con il film viene da chiedersi quanto alla diegesi interessi farlo davvero.

Genitori vs influencer racconta infatti la dimensione social senza dare l’impressione di conoscerla, limitandosi a considerarla un buco nero che inghiotte il reale e spinge gli utenti a comportamenti insensati. Le argomentazioni del film si reggono su un’impalcatura sottile, la stessa che sostiene il ritratto superficiale delle nuove generazioni al centro del racconto, la cui psicologia è ridotta ad astruso bigino di definizioni usa e getta.

Più preoccupante è tuttavia notare quanto il film adotti un atteggiamento di convenienza nei confronti del mondo degli influencers, su cui la diegesi ironizza salvo poi indulgere in pratiche non dissimili da quelle che vorrebbe criticare, come l’insistito product placement. È chiaro, dunque, che più che un illuminato pamphlet sull’internet di oggi, Genitori vs influencer è una comedy italiana, che prova ad affrancarsi da certi stilemi del genere, non risultando tuttavia convincente neanche su questo versante “linguistico”.

Tutto sembra piuttosto muoversi senza la giusta consapevolezza, con la regia che si preoccupa di fare tabula rasa attorno a sé di tutto il “già visto”, anche a costo di porre in secondo piano un gruppo di interessanti comprimari e di dare il film in mano ad un cast inadatto a qualsiasi proposito rivoluzionario. La regia rilegge certe fondamenta della commedia degli equivoci senza comprenderli fino in fondo e risolvendo in una scrittura frettolosa e a tratti abbozzata. Non stupisce, dunque, che qualsiasi scelta che porta il genere ad uscire dal proprio seminato sia priva della potenza necessaria a colpire davvero lo spettatore, che la accoglie più confuso che incuriosito.

Genitori vs influencer, un po’ come The Social Dilemma, non approccia criticamente la novità. Piuttosto fa leva sulle sue ambiguità parlando alla pancia del suo pubblico e perdendo l’occasione per un auspicabile ripensamento dello status quo nel rapporto tra digitale e utenti.

Regia: Michela Andreozzi
Interpreti: Fabio Volo, Ginevra Francesconi, Giulia De Lellis, Massimiliano Bruno, Nino Frassica, Paola Minaccioni, Paola Tiziana Cruciani, Massimiliano Vado, Michela Andreozzi
Distribuzione: Vision Distribution, Sky Cinema,
Durata: 94′
Origine: Italia, 2021

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Data articolo: Mon, 12 Apr 2021 07:30:54 +0000

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